Editoriali Avvenire

Economia Civile

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La «Laudato si’» è tutt’altro che anti-impresa. Ma leggiamola in un bosco

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/06/2015

Sul nostro sistema capitalistico incombe un’enorme domanda di giustizia che si innalza dalle vittime e dagli "scarti" umani, una domanda che è particolarmente grave perché non viene più vista né udita. Papa Francesco è oggi l’unica autorità morale globale capace innanzitutto di vedere e sentire questa grande domanda etica sul mondo (e questo dipende dal suo proprio carisma), e poi porre interrogativi radicali (e questo nasce dalla sua agape).

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Nessun altra "agenzia" mondiale ha la sua libertà dai poteri forti dell’economia e della politica, una libertà che purtroppo né l’Onu né la Commissione europea né tantomeno i politici nazionali dimostrano di avere, tant’è che continuano «a vendere il povero per un paio di sandali» (Amos) – vedi ciò che si rischia in Italia con le nuove regole sull’azzardo.

Alcuni commentatori, sedicenti amanti del libero mercato, hanno scritto che l’enciclica Laudato si’ è contro il mercato e contro la libertà economica, espressione dell’anti-modernismo e, addirittura, del marxismo del Papa «preso quasi alla fine del mondo». Nell’enciclica non si trova niente di tutto questo, anzi vi si trova l’opposto. Francesco ci ricorda che il mercato e l’impresa sono preziosi alleati del bene comune se non diventano ideologia, se la parte (il mercato) non diventa il tutto (la vita). Il mercato è una dimensione della vita sociale essenziale per ogni bene comune (sono molte le parole dell’enciclica che lodano gli imprenditori responsabili e le tecnologie al servizio del mercato che include e crea lavoro). Ma non è l’unica, e neppure la prima.

Il Papa, innanzitutto, richiama il mercato alla sua vocazione di reciprocità e di «mutuo vantaggio». E su questa base critica le imprese che depredano persone e terra (e lo fanno spesso), perché stanno negando la natura stessa del mercato, arricchendosi grazie all’impoverimento della parte più debole.

A un secondo livello, Francesco ci ricorda qualcosa di fondamentale che oggi è sistematicamente trascurato. La tanto declamata «efficienza», la parola d’ordine della nuova ideologia globale, non è mai una faccenda solo tecnica e quindi eticamente neutrale (34). I calcoli costi-benefici, che sono alla base di ogni scelta "razionale" delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, dipendono decisamente da che cosa inseriamo tra i costi e che cosa tra i benefici. Per decenni abbiamo considerato efficienti imprese che tra i costi non mettevano i danni che stavano producendo nei mari, nei fiumi, nell’atmosfera. Ma il Papa ci invita ad allargare il calcolo a tutte le specie, includendole in una fraternità cosmica, estendono la reciprocità anche ai viventi non umani, dando loro voce nei nostri bilanci economici e politici.

C’è, poi, un terzo livello. Anche riconoscendo il «mutuo vantaggio» come legge fondamentale del mercato civile, e magari estendendola anche al rapporto con altre specie viventi e con la terra, il «mutuo vantaggio» non può e non deve essere l’unica legge della vita. È importante, ma non è la sola. Esistono anche quelli che l’economista e filosofo indiano Amartya Sen chiama «gli obblighi di potere». Dobbiamo agire responsabilmente nei confronti del creato perché, oggi, la tecnica ci ha attribuito un potere per determinare unilateralmente conseguenze molto gravi verso altri esseri viventi con i quali siamo legati. Tutto nell’universo è vivo, e tutto ci chiama a responsabilità. Esistono anche obblighi morali senza vantaggi per noi. Il «mutuo vantaggio» del buon mercato non basta a coprire tutto lo spettro della responsabilità e della giustizia. Anche il mercato migliore se diventa l’unico criterio si trasforma in un mostro. Nessuna logica economica ci spinge a lasciare le foreste in eredità a chi vivrà tra mille anni, eppure abbiamo obblighi morali anche verso quei futuri abitanti della terra.

Molto importante è la questione del «debito ecologico» (51), che rappresenta uno dei passaggi più alti e profetici dell’enciclica. La logica spietata dei debiti degli Stati domina la terra, mette in ginocchio interi popoli (come nel caso della Grecia), e ne tiene sotto ricatto molti altri. Molto potere nel mondo è esercitato in nome del debito e del credito. Esiste però anche un grande «debito ecologico» del Nord del mondo nei confronti del Sud, di un 10% dell’umanità che ha costruito il proprio benessere scaricando i costi sull’atmosfera di tutti, e che continua a produrre "cambiamenti climatici".

L’espressione "cambiamenti" è fuorviante perché è eticamente neutrale. Il Papa parla invece di «inquinamento» e di deterioramento di quel bene comune chiamato clima (23). Il deterioramento del clima contribuisce alla desertificazione di intere regioni che influiscono decisamente sulle miserie, le morti e le migrazioni dei popoli (25). Di questo immenso «debito ecologico» e di giustizia globale non si tiene conto quando chiudiamo le nostre frontiere a chi arriva da noi perché gli stiamo bruciando la casa. Questo debito ecologico non pesa per nulla nell’ordine politico mondiale, nessuna Troika condanna un Paese perché ha inquinato e desertificato un altro Paese, e così il «debito ecologico» continua a crescere nell’indifferenza dei grandi e dei potenti.

Infine, un consiglio. Chi deve ancora leggere questa meravigliosa enciclica, non inizi la lettura nel proprio studio o seduto sul divano. Esca di casa, vada in mezzo a un prato o in un bosco, e lì inizi a meditare il cantico di papa Francesco. La terra di cui ci parla è una terra reale, toccata, sentita, odorata, vista, amata. E, poi, concluda la lettura in qualche periferia reale, in mezzo ai poveri, e guardi il mondo dei ricchi epuloni accanto ai nostri lazzari, e ne abbracci almeno uno, come Francesco. Da questi luoghi potremmo reimparare a «stupirci» (11) delle meraviglie della terra e degli uomini, e così forse potremo capire e pregare Laudato si’.

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Enciclica, il mercato buono del Papa

Enciclica, il mercato buono del Papa

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Ci stiamo convincendo che per agire servono incentivi e le persone rispondono soltanto a interessi...Mentre la difesa dei beni comunivuole gratuità: un lago non s’inquina solo perché non conviene!

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 12/05/2015

Adamo Eva Poussin cropLa custodia è vocazione universale, di tutti e di ciascuno. L’economia, nonostante la sua etimologia (oikos nomos) rimandi all’oikos, all’ambiente, alla casa, negli ultimi decenni sta tradendo questa vocazione di custodia, perché troppo schiacciata sulle rendite e sui profitti di breve periodo. L’homo oeconomicus non ha, per come è stato pensato fin qui dalla scienza e prassi economica, luoghi da abitare, ma solo spazi da occupare. Il luogo, lo sappiamo, dice identità, specificità, radici; lo spazio è la dimensione razionale dei luoghi: è uniforme, senza radici né destino. E così il nostro capitalismo speculativo sta eliminando le specificità e le identità dei luoghi, delle loro tradizioni sociali ed economiche, per poterli controllare e orientare al mercato, dando vita ad un mondo piatto senza biodiversità nelle forme di impresa, di lavoro, di vivere.

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La logica economica imperante non capisce la custodia perché non capisce la gratuità. Il mercato come lo stiamo conoscendo oggi è sempre più definito sulla logica dell’incentivo, e quindi sul calcolo costi-benefici. Ci stiamo convincendo che per agire nella sfera economica e quindi lavorativa dobbiamo essere incentivati, perché le persone rispondono soltanto a interessi. Ma la custodia del creato, della terra, dei beni comuni, delle relazioni, la cura dell’altro e di se stessi, hanno un bisogno essenziale di una dimensione di gratuità, o, quantomeno, di logiche più complesse della troppo semplice ragione economica. Un lago non si inquina solo perché ci conviene tenerlo pulito, ma, prima di tutto, per rispetto di quella realtà vivente come noi. Il rispetto, la dignità, il riconoscimento non sono categorie economiche, ma sono parole fondamentali per vivere e far vivere. Le ragioni che portavano i nostri nonni a custodire i fiumi e le vallate, non erano soltanto né primariamente economiche: c’era un istinto antico, anche religioso, che li spingeva a rapportarsi in modo non predatorio con l’ambiente che li ospitava – un rapporto non predatorio che altre culture non occidentali hanno saputo custodire nei secoli. La custodia è parte della condizione umana. Ma è estranea al nostro capitalismo, che continua a curare i figli di Abele con le fondazioni create dai figli di Caino, come quando le multinazionali dell’azzardo sponsorizzano le associazioni che curano i giocatori patologici, o quelle delle armi per ‘custodire’ gli orfani delle guerre. Questa custodia è l’opposto di quella contenuta nella tradizione biblica e in ogni autentico umanesimo, che ci ricordano che l’essere umano è animale capace di custodia, di accudimento. E quindi di cura di sé, dell’altro e della natura.

Non a caso nel libro della Genesi troviamo la stessa parola, shamar, quando ci descrive l’Adam come il ‘custode’ del giardino (capitolo 1), e quando Caino torna omicida-fratricida dai campi, si dichiara non custode, shamar, di suo fratello (capitolo 4).

La custodia è espressione diretta di un’altra grande parola umana: responsabilità. Caino non era stato custode e quindi non era stato responsabile. E infatti di fronte alla domanda di Dio: “dov’è tuo fratello?”, non risponde, ma pone un’altra domanda: “Non lo so. Son forse io il custode di mio fratello?”. Ancora shamar: l’Adam era stato custode dell’Eden, Caino non era stato custode del fratello e quindi non aveva custodito né le relazioni né la terra degli uomini. Dietro ogni domanda di custodia si nasconde allora la domanda radicale della fraternità, inter-umana e cosmica (gli esseri umani non esauriscono la vocazione universale alla fraternità, come avevano capito molto bene Giobbe o San Francesco).

La custodia del mondo e la custodia dell’altro sono una unica cosa. Quando manca è la morte che prevale. Muore Abele, e insieme a lui muoiono anche gli animali, le piante, il creato che, assieme al fratello, ci chiede custodia.

La custodia costringe ad uscire da sé per occuparsi dell’altro. Quindi è per natura anti-narcisista, perché ci decentra. E in una civiltà dove il narcisismo sta diventando malattia endemica, la custodia non è capita e non è vista.

Ci sono alcune sfide culturali e sociali da cui dipende la qualità, quantità e forse sopravvivenza della categoria della custodia dalla nostra società. La prima riguarda i bambini e gli anziani. Le famiglie, dove ancora resistono, non sono più capace, in larghissima misura, di assicurare la custodia e la cura dell’aurora e del tramonto della vita. Dobbiamo reinventarci forme nuove di custodia delle relazioni e delle persone in queste fasi fondamentali, perché non può essere il mercato con quel che resta dello stato sociale, a custodire le nostre relazioni primarie. C’è bisogno, come ricorda la filosofa Jennifer Nedeslky, di una rivoluzione nella cultura della cura, che porti ciascuna persona adulta a prendersi cura delle proprie comunità e dei propri luoghi, se vogliamo salvarci.

La seconda riguarda i beni comuni. Mari, ghiacciai, foreste, verde, biodiversità, non si possono salvare se lasciati gestire e ‘custodire’ dalla sola logica economica, come sta avvenendo. Anche perché stiamo scaricando sui poveri molti dei costi delle nostre ‘soluzioni’.

Occorre parlare di più di custodia, occorre parlare di più della gratuità, occorre parlare di più di vita. E chiedere di più. Forse, qualcuno, risponderà.

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pubblicato su Avvenire il 12/05/2015

Adamo Eva Poussin cropLa custodia è vocazione universale, di tutti e di ciascuno. L’economia, nonostante la sua etimologia (oikos nomos) rimandi all’oikos, all’ambiente, alla casa, negli ultimi decenni sta tradendo questa vocazione di custodia, perché troppo schiacciata sulle rendite e sui profitti di breve periodo. L’homo oeconomicus non ha, per come è stato pensato fin qui dalla scienza e prassi economica, luoghi da abitare, ma solo spazi da occupare. Il luogo, lo sappiamo, dice identità, specificità, radici; lo spazio è la dimensione razionale dei luoghi: è uniforme, senza radici né destino. E così il nostro capitalismo speculativo sta eliminando le specificità e le identità dei luoghi, delle loro tradizioni sociali ed economiche, per poterli controllare e orientare al mercato, dando vita ad un mondo piatto senza biodiversità nelle forme di impresa, di lavoro, di vivere.

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L'economia cerca custodi

L'economia cerca custodi

Ci stiamo convincendo che per agire servono incentivi e le persone rispondono soltanto a interessi...Mentre la difesa dei beni comunivuole gratuità: un lago non s’inquina solo perché non conviene! di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 12/05/2015 La custodia è vocazione universale, di tutti ...
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Il messaggio del giorno dei lavoratori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 1/05/2015

primo maggio 2015Ogni primo maggio è un messaggio, che va cercato, scoperto e decifrato nelle pieghe del nostro presente, nelle sue contraddizioni, nei suoi dolori e nelle sue speranze.

Dopo anni molto duri, stiamo cercando di ripartire, e dobbiamo essere coscienti che il primo indicatore che ci dirà se è arrivata veramente l’alba di un nuovo giorno sarà la capacità di tornare a generare lavoro per tutti, prima di tutto per i giovani. Quando un Paese non riesce a occupare i giovani, che sono sempre la sua parte migliore e più creativa, produce due danni molto gravi: perde l’energia più potente che possiede e priva il suo presente migliore e il suo futuro della possibilità di fiorire.

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Quando una o un giovane, una volta concluso il suo iter formativo, non trova in breve tempo l’opportunità concreta di far fiorire in lavoro la sua formazione, assiste triste all’appassimento del suo potenziale creativo e al deterioramento del suo capitale umano. I capitali di un Paese – non dimentichiamolo mai – sono certamente composti dalla sua tecnologia, dai suoi patrimoni naturali e culturali, dai suoi mezzi finanziari ed economici. Ma il suo primo capitale più produttivo e prezioso sono le persone, e tra queste i giovani. Lasciare sfiorire questi capitali personali è un reato civile e morale che non resta mai impunito. Lo spreco di questi capitali oggi, riduce domani (un domani molto prossimo) la competitività economica, la robustezza etica e sociale, allenta il legame sociale, impoverisce tutti. Un reato che stiamo perpetrando già da troppo tempo, e che dobbiamo assolutamente fermare. A tutti i livelli

Innanzitutto sul piano politico, istituzionale e sindacale. Dobbiamo dar vita, subito, a una redistribuzione del lavoro che c’è. Dobbiamo incentivare il part-time per gli over55 (con opportune modifiche fiscali e pensionistiche che non penalizzino troppo chi fa questa scelta), in modo che una significativa quota di giovani possa usufruire di questo “lavoro liberato”. È sciocco e senza futuro un Paese dove gli adulti non sentono l’urgenza etica di far spazio ai loro giovani. Una applicazione concreta di quella fraternità civile che abbiamo posto al centro dell’umanesimo moderno, un principio essenziale nei momenti di crisi. Ne siamo stati capaci dopo terremoti e catastrofi naturali e civili, dobbiamo esserlo oggi per uscire da questa crisi di lavoro, che non sta facendo meno vittime.

C’è, poi, molto da lavorare sul lato della scuola e dell’istruzione. Non possiamo riformare il sistema educativo facendo leva sull’incentivo e sulla managerializzazione della scuola. Occorrono più innovazione e visione. L’Italia ha inventato nei secoli passati le università, le scuole, le accademie, e il mondo intero ha imparato da noi. Oggi, invece, non solo abbiamo smesso di innovare, ma stiamo supinamente importando logiche e strumenti di gestione della scuola da quelli universi culturali, che leggono la scuola e l’istruzione all’interno della “logica di mercato” da essi inventata. La scuola e l’università devono presto aggiornarsi per stare al passo con un mondo e con un lavoro cambiato molto, forse troppo, velocemente. Ma non ci riusciremo trasformando le scuole in imprese. Troppo semplice, troppo poco. I bambini e i giovani sono troppo preziosi per lasciarli in mano alla logica dei costi e dei profitti. Ogni processo educativo è un intreccio di beni relazionali, di fiducia, di stima, di riconoscimento, di reciprocità, di gratitudine. E anche di incentivi, che però funzionano solo se e quando sono inseriti dentro questa grammatica più grande. C’è troppa economia e troppo linguaggio economico dentro i luoghi dell’educazione. Il bilancio e le risorse finanziarie sono vincoli e mezzi dell’educare, non sono il fine; e quando lo diventano la scuola fallisce, anche se ha i bilanci in attivo.

La Festa di oggi deve infine ricordarci che senza lavoro non sappiamo più parlare bene gli uni con gli altri. Il lavoro è il “verbo” della grammatica sociale, ciò che lega e dà senso alle nostre relazioni. Tutti i giorni ci incontriamo, parliamo, cooperiamo grazie al nostro lavoro. Quando troppa gente resta fuori dal mondo del lavoro, nella nostra società molte “parole” perdono significato sociale, il nostro discorso collettivo diventa monco, la nostra democrazia e la nostra Repubblica perdono il loro primo fondamento. L’Italia è una Repubblica democratica perché è fondata sul lavoro.

Infine, è molto significativo e importante che la nostra civiltà onori il lavoro con un giorno di festa, con un giorno di non lavoro. Per la buona festa il lavoro è necessario, e viceversa. Quando non si lavora e si vorrebbe e dovrebbe lavorare, si intristisce anche la festa. Privare una persona del lavoro significa privarlo anche della gioia della festa. Troppi lavoratori hanno perso in questi anni difficili il loro Primo Maggio. È ora che tornino a far festa.

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Il messaggio del giorno dei lavoratori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 1/05/2015

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Dopo anni molto duri, stiamo cercando di ripartire, e dobbiamo essere coscienti che il primo indicatore che ci dirà se è arrivata veramente l’alba di un nuovo giorno sarà la capacità di tornare a generare lavoro per tutti, prima di tutto per i giovani. Quando un Paese non riesce a occupare i giovani, che sono sempre la sua parte migliore e più creativa, produce due danni molto gravi: perde l’energia più potente che possiede e priva il suo presente migliore e il suo futuro della possibilità di fiorire.

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Che la festa ritorni

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Il messaggio del giorno dei lavoratori di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 1/05/2015 Ogni primo maggio è un messaggio, che va cercato, scoperto e decifrato nelle pieghe del nostro presente, nelle sue contraddizioni, nei suoi dolori e nelle sue speranze. Dopo anni molto duri, stiamo cercan...
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Regole per affrontare le difficoltà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/04/2015

Sono ormai in tanti a parlare di ripresa dell’economia e del Pil, come se il Pil fosse capace di parlare da solo di cose buone. La realtà vera della nostra economia dice che le imprese soffrono e continueranno a soffrire a lungo, e con esse il mondo del lavoro. E non soffrono e chiudono soltanto per mancanza di mercati e di vendite. Una causa comune di sofferenza e di fallimento si trova, infatti, in alcuni tipici errori nella gestione dei lavoratori durante le crisi. Quando si attraversano fasi difficili e lunghe, infatti, commettiamo più facilmente molti errori gravi nelle relazioni tra classe dirigente e lavoratori.

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Ci sono sempre più grandi aziende che di fronte a una crisi che comporta una riduzione del personale (non dimentichiamo che ridurre il personale durante le crisi non è un dogma, ma – quasi sempre – una scelta), si muovono interamente sul piano 'politico': la proprietà incontra i sindacati, propone un piano industriale e la crisi si contratta 'politicamente' decidendo quanti lavoratori sacrificare alle esigenze della sopravvivenza, lavoratori che non vengono mai, intenzionalmente, considerati né ascoltati.

Altre imprese, invece, per licenziare seguono la strada del mercato, usando incentivi individuali e compensazioni monetarie per chi viene 'rimosso'. In entrambi i casi manca il soggetto principale: la comunità dei lavoratori, perché nel primo caso sono rappresentati e mediati, nel secondo ci sono solo i singoli individui (spesso messi in conflitto tra di loro). Una impresa, però, non è né un piccolo parlamento né un insieme di individui separati, legati ciascuno dal contratto con la proprietà: le imprese reali vivono se sono capaci di creare un organismo vivo di relazioni virtuose tra tutti i vari componenti dell’organizzazione. Quando un’impresa inizia una crisi seria, ci sono alcune regole fondamentali da seguire, se si vuole tentare un vero coinvolgimento dei lavoratori nel cercare soluzioni e cercare di superarla, a volte uscendone migliori di come vi si era entrati.

La prima si chiama tempismo: per affrontare bene una crisi è fondamentale intervenire in tempo, non quando il processo è ormai avanzato e grave. Una buona classe dirigente deve anticipare le crisi importanti, e quindi capire quale è il momento giusto per intervenire, cogliendo i segnali deboli che consentano di prevedere l’esplosione della crisi. E poi bisogna iniziare ad ascoltare i lavoratori all’inizio della crisi (esterna o interna) e non alla fine, magari solo per comunicare loro la soluzione già decisa ad altri livelli. I 'coinvolgimenti' dei lavoratori in questa fase terminale, oltre a non essere di giovamento non fanno altro che acuire le sofferenze.

Seconda regola: se si vogliono ascoltare i lavoratori questi vanno ascoltati davvero. Occorre creare un contesto di fiducia, nel quale i lavoratori possano dire e donare il loro pensiero, e percepire di essere ascoltati veramente. Un processo che richiede i suoi spazi e i suoi luoghi, e soprattutto richiede tempo (non si possono fare riunioni di un’ora per iniziare a parlare di una crisi seria). Un coinvolgimento finto è più dannoso di un noncoinvolgimento. E vanno ascoltati i lavoratori veri, possibilmente tutti, non solo i loro rappresentanti. Terzo: occorre presentarsi ai lavoratori con un discorso appena iniziato e ancora tutto aperto, dicendo che molte soluzioni sono possibili, coinvolgendo i lavoratori nel cercare le soluzioni. Ho conosciuto lavoratori che insieme sono stati capaci di atti eroici (riduzioni significative dello stipendio
per anni, pur di salvare qualche posto di lavoro), che la direzione non aveva neanche immaginato. E questo perché presi sul serio all’inizio della crisi, considerati come il grande valore dell’impresa e non solo come il principale problema. Si capisce che in questi casi il linguaggio e la scelta delle parole sono molto importanti.

Un quarto principio di chiama sussidiarietà. Qualsiasi terapia di una crisi, che voglia arrivare davvero a una guarigione (molte crisi aziendali di questi tempi, purtroppo, vogliono solo portare alla vendita delle aziende a fondi di investimento o alla liquidazione), deve partire dall’assunto che le persone che possono indicare vie possibili di soluzione sono soprattutto quelli che sono a contatto tutti i giorni con il lavoro, e non solo i membri dei Consigli di amministrazione che sono quasi sempre distanti e quindi 'incompetenti' di quel lavoro specifico, anche se sono competenti di strategia e finanza. Senza la stretta collaborazione con chi lavora veramente dentro l’impresa, le soluzioni vere e buone non si trovano, perché la competenza più preziosa è sempre quella incorporata nelle mani e nella mente di chi il lavoro lo vive e non di quelli che il lavoro lo conoscono raccontato dai manager o rappresentato dai numeri.

Infine, il principale errore da evitare è dividere la comunità dei lavoratori. La vera arte di chi deve gestire una crisi difficile in una impresa sta nel non dividere, nel tenere compatta tutta la comunità di lavoro, creare un clima simile a quello che vivono i marinai che stanno affrontando una tempesta. Ma per far questo occorre che scatti una logica del «noi» e non solo la logica dell’«io», che è possibile se i manager sono capaci di far sentire ogni lavoratore come il centro della soluzione, trattarlo come se tutto dipendesse da lei o da lui. Arte rara e difficilissima, soprattutto nel nostro capitalismo finanziario. Ognuno di noi è un intreccio di motivazioni, di interessi, di vizi e di virtù. È la cultura organizzativa, soprattutto nei tempi di crisi, con un ruolo chiave dei manager, che favorisce l’emergere nel posto di lavoro della nostra parte migliore o di quella peggiore. Ogni buon processo di coinvolgimento dei lavoratori è sempre molto rischioso, e ha bisogno di occhi giusti e buoni, della capacità di guardare i lavoratori, tutti i lavoratori, come qualcosa di positivo e di bello, e non come fannulloni e opportunisti. Se l’imprenditore, il manager o magari le stesse organizzazioni sindacali partono dall’ipotesi che i lavoratori sono solo lavativi e opportunisti, è certo che troveranno conferma alle loro ipotesi, anche solo perché creeranno un clima di sfiducia e di negatività che estrarrà dalle persone la loro parte meno cooperativa e più egoistica. La prima ricchezza di ogni impresa e di ogni organizzazione sono le persone, le loro competenze, le loro energie morali, il loro cuore. Le crisi si superano quando si hanno la saggezza e il coraggio di ripartire da questa antica, grande e trascurata verità.

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Regole per affrontare le difficoltà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/04/2015

Sono ormai in tanti a parlare di ripresa dell’economia e del Pil, come se il Pil fosse capace di parlare da solo di cose buone. La realtà vera della nostra economia dice che le imprese soffrono e continueranno a soffrire a lungo, e con esse il mondo del lavoro. E non soffrono e chiudono soltanto per mancanza di mercati e di vendite. Una causa comune di sofferenza e di fallimento si trova, infatti, in alcuni tipici errori nella gestione dei lavoratori durante le crisi. Quando si attraversano fasi difficili e lunghe, infatti, commettiamo più facilmente molti errori gravi nelle relazioni tra classe dirigente e lavoratori.

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Crisi aziendali, serve il «noi» per ripartire

Crisi aziendali, serve il «noi» per ripartire

Regole per affrontare le difficoltà di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 15/04/2015 Sono ormai in tanti a parlare di ripresa dell’economia e del Pil, come se il Pil fosse capace di parlare da solo di cose buone. La realtà vera della nostra economia dice che le imprese soffrono e continueran...
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Editoriali - La piaga dell’azzardo, le sue conseguenze, una strana intesa

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/10/2014

Slot machineLe dimensioni e la gravità dell’azzardo in Italia non possono più lasciarci indifferenti. L’azzardo distrugge la nostra economia, i nostri anziani, i nostri poveri, sta rubando l’anima del nostro Paese. Persino Poste Italiane offre ormai sistematicamente gratta-e-vinci ai clienti, fatto gravissimo in sé, ma reso ancora più vergognoso dalla presenza in quegli uffici di moltissimi pensionati, le prime vittime di questa peste antica e nuova. Triste approdo per un’azienda preziosa, nata per stare dalla parte della gente, che ci ha portato a casa le lettere d’amore, degli amici emigranti per fame di lavoro, dei figli al fronte... Analogo spettacolo d’inciviltà lo ritroviamo in troppe aree di sosta organizzate delle nostre autostrade, dove – mentre danno il resto del caffè o incassano il dovuto per il carburante – ci offrono anche i "grattini".

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E potremmo continuare con i dati e le vicende che le inchieste di "Avvenire" offrono, da anni e quasi giornalmente, all’attenzione e alla riflessione dei lettori. Vox clamantis in deserto, nel "deserto" informativo e di denuncia di tanti, troppi, altri media.

C’è poi una grave responsabilità da parte dei Governi e dei Parlamenti degli ultimi vent’anni, che ha generato la condizione difficile in cui si sono trovati nel passato e, purtroppo, si ritrovano ancora oggi coloro che operano nelle istituzioni e hanno le idee chiare sul fenomeno, ma non riescono a far alzare i necessari argini all’avanzata del "deserto" dell’azzardo. Qualcosa è stato fatto, la "ludopatia", cioè il gioco d’azzardo compulsivo, è stata finalmente riconosciuta per il male che, ma l’interesse e l’irresponsabilità di potenti lobby, spalleggiate da altrettanto potenti burocrati, ha prevalso sinora su una politica debole, incapace di emanare e consolidare regole di buon senso. La situazione attuale è, infatti, il frutto velenoso di un progetto che mira intenzionalmente a "scavare" ricchezza dentro la povertà e di una politica esitante o complice che ancora ritiene, o si lascia convincere, che sia possibile rispondere alla crisi economica del nostro Paese lucrando sulla disperazione di persone e famiglie.

Le slot machine nei bar sono state introdotte poco più di venti anni fa e sono dilagate in questo decennio: prima non c’erano, come non ci sono nei Paesi davvero civili. Insieme alle slot sono arrivati i gratta-e-vinci che hanno affiancato fino a sostituire di fatto le lotterie nazionali. Le scommesse sportive hanno preso il posto del totocalcio, il superenalotto del lotto. E abbiamo dovuto assistere alla folle scelta di co-finanziare la ricostruzione dell’Aquila con una "nuova generazione" di slot, pensando di curare il tanto dolore prodotto dal terremoto con altrettanto dolore dei poveri.

Dietro l’invasione dell’azzardo c’è, però e soprattutto, l’atteggiamento miope e immorale di uno Stato che ha deciso di appaltare e regolare la gestione dell’azzardo non attraverso enti pubblici o realtà senza scopo di lucro, ma affidandola a imprese multinazionali private che, dovendo per loro natura intrinseca massimizzare i profitti, hanno iniziato a incentivare i cosiddetti "giochi", a inventare sempre nuove forme di azzardo, a costruire slot machine razionalmente pensate per adescare e produrre dipendenza. E così, per la prima volta nella storia, siamo stati capaci di compiere l’assurdità più grande: consegnare la gestione di un ambito di forte fragilità a imprese for-profit, che sono tanto più felici quanto più aumenta la dipendenza dei "clienti", essendo il malato patologico d’azzardo il cliente perfetto, fonte di profitti sicuri e crescenti. Se questa è la logica, c’è da chiedersi quando affideremo alle imprese del narco-traffico la gestione delle comunità di recupero di tossicodipendenti…

La domanda davvero cruciale è però un’altra: nel vuoto gravissimo delle istituzioni, dove sono i cittadini? Che fine hanno fatto le associazioni di genitori? Ci si può accontentare di farisaiche campagne per il "gioco responsabile" (dove il termine azzardo non compare neanche per sbaglio)? Perché quando in un quartiere viene aperta una nuova "sala giochi" le famiglie non iniziano una protesta a oltranza, addirittura uno sciopero della fame collettivo? Chi difende e lotta oggi per questi poveri? La Chiesa italiana, con lo stesso presidente della Cei, cardinale Bagnasco, ha parlato forte e chiaro in diverse occasioni. Il movimento SlotMob, che germina dal basso, continua a coinvolgere cittadini e amministratori locali e ieri a Foligno, 66° città della serie, è tornato a "premiare" gli esercizi «liberi dalle slot». Ma è ancora troppo poco, anche perché parallelamente all’azione di una parte importante della Chiesa e della società civile, ci sono altre realtà (civili ed ecclesiali) che mostrano ambiguità e incoerenze.

C’è, infatti, tutto un non-profit, laico e cattolico che accetta denari dalle aziende dell’azzardo. Lottomatica, Sisal, Snai e altre imprese della confindustriale Sistema Gioco Italia finanziano attività di diverse associazioni a finalità sociale. I produttori di dipendenze mettono a libro paga le "buone" organizzazioni del non-profit perché si occupino dei malati da loro generati: Erode che finanzia asili nido. Una logica che sembra emergere purtroppo anche dall’accordo siglato ieri da Sistema Gioco Italia, che l’ha annunciato con trionfante soddisfazione, e da don Armando Zappolini, presidente del Cnca e referente della Campagna "Mettiamoci in gioco" (realtà a cui partecipano associazioni e movimenti di diversa ispirazione, sindacati e l’Associazione dei Comuni italiani). Un’intesa per un serrato «dialogo» addirittura basato sulla cancellazione ideologica del termine "azzardo" dal lessico dei dialoganti. Zappolini ha dichiarato ad "Avvenire" che si tratta soltanto di un tentativo di saggiare seriamente le intenzioni degli imprenditori del settore. Sulla base dei precedenti, da saggiare c’è ben poco... È sin d’ora certo, invece, che certe ambigue compiacenze sono molto gravi, perché realizzano collusioni con quelle che continuano a dimostrarsi – in termini cristiani – vere e proprie «strutture di peccato». Per questo nessuno può chiudere la bocca al movimento di contrasto all’azzardo e nessuno può illudersi di frenarlo con l’invito a una partita a dadi.

I dadi sono presenti sulla scena della Passione, e sono dalla parte della morte e dei carnefici, non da quella di Cristo e della vita. Oggi l’azzardo continua ad accompagnare la passione di tante, troppe, persone e famiglie. Fino a quando?

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Editoriali - La piaga dell’azzardo, le sue conseguenze, una strana intesa

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/10/2014

Slot machineLe dimensioni e la gravità dell’azzardo in Italia non possono più lasciarci indifferenti. L’azzardo distrugge la nostra economia, i nostri anziani, i nostri poveri, sta rubando l’anima del nostro Paese. Persino Poste Italiane offre ormai sistematicamente gratta-e-vinci ai clienti, fatto gravissimo in sé, ma reso ancora più vergognoso dalla presenza in quegli uffici di moltissimi pensionati, le prime vittime di questa peste antica e nuova. Triste approdo per un’azienda preziosa, nata per stare dalla parte della gente, che ci ha portato a casa le lettere d’amore, degli amici emigranti per fame di lavoro, dei figli al fronte... Analogo spettacolo d’inciviltà lo ritroviamo in troppe aree di sosta organizzate delle nostre autostrade, dove – mentre danno il resto del caffè o incassano il dovuto per il carburante – ci offrono anche i "grattini".

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Le lobby non riusciranno a cucirci la bocca

Le lobby non riusciranno a cucirci la bocca

Editoriali - La piaga dell’azzardo, le sue conseguenze, una strana intesa di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 17/10/2014 Le dimensioni e la gravità dell’azzardo in Italia non possono più lasciarci indifferenti. L’azzardo distrugge la nostra economia, i nostri anziani, i nostri poveri, sta ...
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Intervista alla filosofa della politica canadese Jennifer Nedelsky

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 4/10/2014

Icare 300 ridLa filosofa della politica Jennifer Nedelsky, canadese, docente all’Università di Toronto, è una delle voci più innovative nel dibattito sui temi della cura, dei diritti e delle relazioni sociali, ed è convinta che nella nostra epoca ci sia una grande priorità che, invece e purtroppo, resta molto sullo sfondo della vita delle democrazie: il profondo ripensamento del rapporto tra lavoro e cura, e quindi tra uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri. Un tema essenziale in un mondo con sempre più vecchi e con vecchi che, grazie a Dio, vivono sempre di più. Senza una svolta collettiva e seria nella cultura della cura in rapporto alla cultura del lavoro, è la democrazia e l’uguaglianza tra le persone che vengono sostanzialmente negate. La conosco da qualche anno (per questo nel colloquio che segue ho tradotto l’inglese "you" con "tu") e l’ho incontrata in Italia all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (Firenze). Le ho fatto alcune domande su temi che credo dovrebbero essere posti, oggi, al centro dell’agenda politica e civile del nostro Paese.

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Perché, secondo te, c’è qualcosa di sbagliato nell’acquistare servizi di cura sul mercato, nell’usare la moneta perché persone più ricche possano "comprare" assistenza da persone più povere? In fondo il positivo del mercato è proprio l’incontro tra persone diverse con "beni" diversi che possono scambiare per un mutuo vantaggio.

«Io non sono contraria in assoluto al "mercato della cura". Il mio sistema permetterebbe di comprare una certa quota di cura, perché nella mia visione le persone, per esempio le donne, avrebbero più tempo libero per i loro figli e anche per lavorare. La mia proposta è che ogni persona debba donare tempo per la cura di se stessi e degli altri. Ciò che differenzia il mio approccio da altri (penso a chi propone un salario per le casalinghe) è che vorrei che tutti i cittadini adulti (uomini e donne, di ogni ceto e classe sociale) si dedicassero ad attività di cura gratuite (cioè non retribuite), vorrei che si occupassero della cura di se stessi invece di "comprare" sul mercato qualcuno che lo faccia per loro, e vorrei che si occupassero anche della cura della propria famiglia, dei propri genitori, e anche delle proprie comunità di appartenenza. Almeno per 12 ore alla settimana».

Non dimentichiamo, poi, che dietro al "mercato della cura" c’è anche una questione di potere tra persone e regioni del mondo, dove chi è più ricco delega lavori che non ama fare ai più poveri. Le democrazie hanno lottano per secoli per ridurre o eliminare la possibilità di pochi potenti di disporre delle persone povere: oggi stiamo reintroducendo qualcosa di simile, in un "neo-feudalesimo" dove il denaro ha preso il posto del sangue blu, svolgendo la stessa funzione di dominio sulle persone. Torniamo alle "tue" ore di cura: le 12 ore sarebbe spese in famiglia, ma, mi pare di capire, anche fuori di casa.

«Sì, penso e parlo di qualsiasi tipo di cura. Se in un dato momento della tua vita hai importanti responsabilità (verso bambini, genitori anziani…) magari in quegli anni la tua cura sarà donata esclusivamente (o quasi) nell’ambito della famiglia. Ma quando questi obblighi finiscono, sei libero di occuparti di cura all’interno del cerchio più largo della comunità di cui fai parte».

Vorresti che questa "cura per tutti" diventasse obbligatoria?

«Ogni norma è obbligatoria, anche se le forme di enforcement, di applicazione, variano in base al tipo di norma. Ciò che ritengo molto importante è che la norma che io propongo ("cura part-time per tutti e lavoro part-time per tutti") non sia imposta dall’alto dallo Stato e dalla sua legge, ma diventi efficace in seguito ai potenti meccanismi di stima e di biasimo sociale. Faccio un esempio, e non lo scelgo a caso: a causa delle norme sociali oggi vigenti a proposito del rapporto uomo-donna, le donne fanno un enorme quantità di lavoro non pagato dentro casa, e questo solo a causa di norme sociali molto efficaci e fondamentali nella nostra vita. Questo dimostra che tutte le norme "obbligano" non solo quelle di legge. Faccio un altro esempio: se oggi un uomo sulla trentina partecipa a un party e dice che non ha mai lavorato né intende cercarsi un lavoro, afferma qualcosa che raccoglie un forte biasimo sociale, mentre solo uno o due secoli fa una tale condizione sociale era segno di nobiltà e di stima (e invidia) sociale. Io desidero un mondo dove se sei una persona (uomo o donna) e partecipi a un party e nel presentarti dici "Non ho mai svolto lavori di cura né per me né per gli altri", finisci semplicemente per vergognarti perché vieni biasimato dagli altri. E lo stesso dovrebbe accaderti se dici: "Non ho tempo per cucinare, per stirare né per occuparmi dei miei genitori né della mia comunità perché ho un lavoro troppo importante che mi occupa totalmente". Dovremmo presto arrivare a dire che queste vite di "solo lavoro e niente cura" sono vite socialmente immature, da non meritare la nostra stima. E quindi superarle come abbiamo superato l’idea di nobiltà associata alla rendita e al non-lavoro».

Mi pare evidente che un tale cambiamento culturale deve partire non solo dalla famiglia, ma anche dalla scuola.

«Sì, sto riflettendo molto sulla scuola. Sono convinta, per esempio che, prima di laurearsi, un/a giovane dovrebbe essere capace di pianificare il menu settimanale, conoscere i suoi costi, sapere dove fare le spese e come cucinare le merci che compra. Ogni persona adulta dovrebbe saper fare queste cose, e non affidarle né soltanto al mercato né soltanto alle donne, anche perché nessuno ha il diritto di pensare che ci siano altri che possano fare queste cose al suo posto».

Nei tuoi libri tu proponi alcuni importanti cambiamenti nel posto di lavoro.

«Certamente. Io penso che si siano due principali aspetti profondamente intrecciati. Il primo riguarda l’uguaglianza tra i sessi. Noi stiamo vivendo in una fase di grande stress delle famiglie. Ma c’è qualcosa che non è sottolineato abbastanza: i policy makers [potremmo tradurre "gli interlocutori istituzionali del cittadino", ndr] sono, in genere, persone che non hanno fatto né fanno lavori di cura. Sono in genere ignoranti…».

…viene da dire perché sono ricchi o perché sono maschi, o entrambi.

«…sono ignoranti su queste dimensioni fondamentali della vita umana. Così fissano le politiche di cura e di welfare senza averne esperienza quotidiana. Allora dobbiamo eliminare o ridurre il "gap" tra chi vive concretamente la cura e chi legifera su di essa, e quindi riaggiustare sia i luoghi di lavoro sia le norme attorno alla cura. Per quanto riguarda il lavoro, io vorrei che nessuno lavorasse per più di trenta ore alla settimana. E per la cura, che nessun adulto facesse meno di 12 ore di cura la settimana. Tutti devono donare cura, e nessuno deve stare a casa disoccupato, e tutti devono avere un lavoro pagato, che anche se lavoro part-time deve significare "buon" lavoro (tutti i diritti, salari appropriati, ecc.). Per questo l’espressione "part-time" va rivista, non deve essere intesa come la si intende oggi, ma come un nuovo modo di vivere il lavoro, un nuovo "lavoro full time" per tutti, insieme alla cura. Ma, lo ripeto, io credo in un cambiamento culturale. Se tu dici a qualcuno: "Il mio lavoro di medico o di ingegnere è veramente importante e devo lavorare 80 ore la settimana", la gente dovrebbe dire: "Non sei un buon dottore né un buon ingegnere". Il troppo lavoro (e la non cura) dovrebbe passare dall’essere considerato un elemento di stima a essere visto come un fattore di biasimo».

È come dire che ci sarebbe bisogno di un cambiamento dell’idea di "stima sociale", che dovrebbe diventare un concetto molto più ampio della stima professionale. Dovremmo stimare lavoratori che sono anche persone capaci di fare altro oltre al lavoro, in particolare di prendersi cura di sé e degli altri. Condivido in pieno. Ma non credi che ci siano dei lavori che per natura richiedono molto impegno e molte ore di lavoro per raggiungere l’eccellenza (medicina, scienza, politica, sacerdoti, sport …)?

«Il mio sistema consente di poter sviluppare l’eccellenza, assolutamente. Se sei uno scienziato e stai conducendo un esperimento complesso, puoi e devi lavorare anche 12 ore in un giorno e 90 in una settimana. Ci sono molti lavori che richiedono periodi molto intensi. Ma dopo devi recuperare, e prendere giorni liberi. Le mie trenta ore sono una media indicativa di lungo periodo. Ma nessuno deve poter dire: "Il mio lavoro è molto importante, e qualcun altro deve lavare i miei calzini"».

La tua è dunque una critica all’attuale capitalismo?

«Sì e no. Io vorrei che il mio sistema fosse applicato subito, non solo in una ipotetica società diversa. Sono certamente preoccupata con il nostro capitalismo finanziario, soprattutto per la sua ineguaglianza. Pensiamo al gap crescente tra i salari nelle nostre grandi imprese, un fallimento economico, ma anche politico e morale. Non è stato sempre così. Il capitalismo ha conosciuto salari molto più bassi dei top-manager, e c’era più democrazia. Quindi introducendo 12 ore la settimana gratuite per tutti, sarebbe anche un’efficace via per aumentare la democrazia e l’uguaglianza vera tra le persone.
Ma dobbiamo essere coscienti che il nostro capitalismo sta andando oggi nella direzione opposta: negli Usa le ore di lavoro settimanali sono ormai 47-48 in media. Io vorrei un cambiamento culturale nella famiglia, nelle imprese, nella politica. Ma subito, cominciando ora a educarci a una diversa idea di eccellenza, dove l’eccellenza si allarghi alla nostra capacità di amare, di prenderci cura degli altri. Invece di dire: "Sei un dottore eccellente", iniziare a dire: "Sei una persona eccellente, perché oltre a lavorare ti occupi di te stesso e della tua comunità". Eccellenza nella vita, e non solo nel lavoro.»

È come se tu ci invitassi a cercare una nuova fioritura umana "relazionale".

«Sì, è una nuova idea di "successo" o di "fioritura umana" quella di cui abbiamo bisogno, dove il lavoro e il denaro siano ridimensionati, e i criteri di successo siano molti. Ma non voglio abbandonare il lavoro: io amo il mio lavoro, e spero che sempre più persone possano lavorare seguendo la propria vocazione, e, insieme, avere tempo per fare le tante altre cose che amano».

 

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Intervista alla filosofa della politica canadese Jennifer Nedelsky

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 4/10/2014

Icare 300 ridLa filosofa della politica Jennifer Nedelsky, canadese, docente all’Università di Toronto, è una delle voci più innovative nel dibattito sui temi della cura, dei diritti e delle relazioni sociali, ed è convinta che nella nostra epoca ci sia una grande priorità che, invece e purtroppo, resta molto sullo sfondo della vita delle democrazie: il profondo ripensamento del rapporto tra lavoro e cura, e quindi tra uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri. Un tema essenziale in un mondo con sempre più vecchi e con vecchi che, grazie a Dio, vivono sempre di più. Senza una svolta collettiva e seria nella cultura della cura in rapporto alla cultura del lavoro, è la democrazia e l’uguaglianza tra le persone che vengono sostanzialmente negate. La conosco da qualche anno (per questo nel colloquio che segue ho tradotto l’inglese "you" con "tu") e l’ho incontrata in Italia all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (Firenze). Le ho fatto alcune domande su temi che credo dovrebbero essere posti, oggi, al centro dell’agenda politica e civile del nostro Paese.

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I care, il segreto del successo

I care, il segreto del successo

Intervista alla filosofa della politica canadese Jennifer Nedelsky di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 4/10/2014 La filosofa della politica Jennifer Nedelsky, canadese, docente all’Università di Toronto, è una delle voci più innovative nel dibattito sui temi della cura, dei diritti e delle...
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Commenti - Ciò che più serve alla Scuola italiana

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 10/09/2014

Interrogazione a scuolaIl nostro sistema scuola soffre molto se confrontato con agli altri Paesi economicamente più avanzati, ma nel suo insieme sta progressivamente migliorando. Sono queste le due coordinate dell’analisi che emerge dal rapporto OCSE, “Uno sguardo sulla scuola 2014”, reso noto ieri. E deve essere all’interno di queste coordinate che deve inserirsi la necessaria riforma della scuola annunciata dal nostro Governo.

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Alcune cose emerse dai dati le sapevamo già: che siamo all’interno dei paesi OCSE tra i peggiori per abbandono scolastico, per l’occupazione dei giovani al termine del loro percorso formativo, e per gli investimenti nell’istruzione. Altre le immaginavamo, come la diminuzione, tra il 2008 e il 2012, dell’12% della spesa pubblica per l’istruzione, che passata dal 9.4% all’8.6; o che le retribuzioni degli insegnanti con 15 anni di esperienza sono diminuite del 4,5% tra il 2005 e il 2012 per tutti i livelli d’insegnamento. Altri dati ce li aspettavamo di meno.Tra questi che il 62% dei nuovi laureati è donna, rispetto a una percentuale di laureate del 56% nel 2000, e che in Italia nel 2011 le donne sono il 40% dei laureati in ingegneria, a fronte del 22% in Germania e del 23% in Gran Bretagna. Altro dato positivo è che quota dei 25-34enni non diplomati è diminuita, tra il 2000 e il 2012, dal 41 al 28%, e quella dei laureati è raddoppiata (22%).

Guardando poi oltre i dati, o facendo qualche piccolo calcolo, scopriamo che nonostante i forti tagli alla spesa per la scuola, dare la possibilità ad un bambino di raggiungere dopo 13 anni il  diploma costa al nostro Stato 91.532,38 euro (32.780,77 per gli anni della scuola primaria, 19.987,42 per quella media, e 38.764,19 per la scuola superiore). Se a questa cifra aggiungiamo poi la scuola materna, l’università e la spesa che le famiglie sostengono per far studiare un figlio, arriveremmo vicino ai 200.000 euro – per fermarci soltanto agli aspetti monetari di questi costi-investimenti. È bene ricordare ogni tanto queste cifre, che ci dicono innanzitutto che un/a giovane è un patrimonio della nostra società, un’alta forma di bene comune, a cui tutta la comunità politica di un paese contribuisce (non fosse altro con le tasse). Cifre che poi ci dicono, almeno in parte, quante risorse pubbliche vanno sprecate quando i  ragazzi e i giovani abbondonano gli studi o vanno a lavorare all’estero (anche se ogni figlio è sempre figlio del mondo). L’abbandono scolastico, dove l’Italia mostra dati molto preoccupanti soprattutto nelle regioni del sud, non è solo una piaga sociale, un handicap per giovani, famiglie, comunità, ma è anche uno gettar via parti consistenti di ricchezze nazionali, patrimoni umani ed economici.

Questo rapporto OCSE, quindi, arriva in un momento molto propizio per offrire importanti elementi alla Riforma della scuola appena avviata. Perché ci può dire o suggerire molte cose. La priorità della scuola italiana sono le strutture. Gli studenti, gli insegnanti, il personale amministrativo (troppo trascurato anche dai dibattiti), lavorerebbero molto meglio e con migliori risultati se potessero lavorare in ambienti con migliori strutture, infrastrutture, materiali, risorse. E’ strutturale il primo ‘incentivo’ di cui ha bisogno la nostra scuola, un incentivo comune che non aumenta il ‘frame’ competitivo dentro le nostre scuole ma favorisce la cooperazione tra tutti. La scuola non ha bisogno di una èlite di professori incentivati con denaro (pubblico) e una media che così finisce per demotivarsi ancora di più (lo dicono molti studi sperimentali su cooperazione e competizione nei luoghi di lavoro), ma di investimenti strutturali che mettano gli insegnanti e tutti gli attori del sistema scuola nelle condizioni di poter lavorare bene e insieme (non dimentichiamo mai che la scuola è il ‘gioco cooperativo’ per eccellenza). È così che una docente o un impiegato danno il meglio di sé. L’Italia non ha docenti né personale amministrativo peggiore o più pigro degli altri Paesi (i dati sulla conoscenza matematica degli adulti italiani sono, ad esempio, molto buoni). La scuola italiana ha bisogno di investimenti che mettano gli ‘abitanti’ della scuola nelle condizioni oggettive e strutturali di poter lavorare veramente, e così consentire ai docenti di poter fare bene quel mestiere che hanno scelto quasi sempre seguendo una vocazione e una passione, e che rischiano di perdere anche per la disistima nei loro confronti, che una riforma che parla molto di incentivi individuali finisce, magari senza volerlo, per alimentare. Il primo atto della riforma della scuola non può che partire dalla stima e dalla dignità dei docenti che abbiamo. E poi investire e lavorare insieme.

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Commenti - Ciò che più serve alla Scuola italiana

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 10/09/2014

Interrogazione a scuolaIl nostro sistema scuola soffre molto se confrontato con agli altri Paesi economicamente più avanzati, ma nel suo insieme sta progressivamente migliorando. Sono queste le due coordinate dell’analisi che emerge dal rapporto OCSE, “Uno sguardo sulla scuola 2014”, reso noto ieri. E deve essere all’interno di queste coordinate che deve inserirsi la necessaria riforma della scuola annunciata dal nostro Governo.

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L’incentivo strutturale

L’incentivo strutturale

Commenti - Ciò che più serve alla Scuola italiana di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 10/09/2014 Il nostro sistema scuola soffre molto se confrontato con agli altri Paesi economicamente più avanzati, ma nel suo insieme sta progressivamente migliorando. Sono queste le due coordinate dell’an...
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Commenti - Vecchi mali accresciuti dalla crisi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 10/07/2014

Usura rid«In parallelo con l’intensificarsi della crisi economica è stata osservata una maggiore diffusione del fenomeno dell’usura, testimoniata da segnalazioni di operazioni sospette raddoppiate nel 2013 rispetto all’anno precedente». Ci sono documenti, come questo appena pubblicato dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, che ogni cittadino responsabile e maturo dovrebbe leggere, meditare, e quindi agire di conseguenza. L’usura è una malattia tipica di ogni società monetaria, poiché è il fenomeno visibile dei rapporti di forza e di potere che si nascondono sotto l’apparente neutralità della moneta. L’esistenza della moneta produce molti benefici, ma genera anche alti costi, che crescono di intensità e rilevanza con l’estendersi dell’area coperta dalla moneta all’interno della società.

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Quindi l’usura cresce insieme alla commercializzazione delle relazioni sociali, e, come ci dice anche la Banca d’Italia, cresce nei momenti di crisi, quando aumenta la domanda di moneta di chi si trova ai margini o al di fuori dei circuiti ufficiali del credito. Nessun sistema sociale ha prodotto tanta usura quanto il nostro capitalismo finanziario, dove potendo con la moneta comprare quasi tutto, la moneta diventa quasi tutto, e si è disposti a fare quasi tutto pur di averla. L’usura è allora un indicatore eloquente e infallibile di quante "scorie" il nostro capitalismo produce e non riesce a riciclare, ma anche dell’incapacità delle banche e dei circuiti legali e buoni del credito di rispondere alla domanda di moneta che proviene dalle periferie dell’impero (che quindi si orienta "altrove"). Ma è anche un segnale di quanto dolore si nasconde dietro le crisi di tante imprese e le promesse ingannatrici di lusso facile per i poveri.

Sarebbe interessante ed estremamente utile "aprire" questi dati e leggere le storie che si celano al di sotto di essi. Vi troveremmo una umanità molto varia: penultime spiagge di imprenditori in crisi, troppe persone fragili cadute nel giro scellerato del gioco d’azzardo, dei gratta-e-vinci, e nelle tante trappole di quel credito facile offerto da ambigue agenzie che rovinano le famiglie più vulnerabili promettendo consumi insostenibili – è la corruzione legale, non solo quella illegale, la grande malattia del nostro sistema.

Non dobbiamo, infatti, dimenticare che le vittime dell’usura sono i poveri: lo sono sempre stati, ma oggi lo sono di più. Per questa ragione risulta particolarmente utile rileggere un’originale traduzione del noto passaggio del Vangelo di Luca (6,35), scritta da Antonio Genovesi nelle sue Lezioni di economia civile: «Prestate senza deludere i bisognosi e i poveri della speranza che hanno avuto nella vostra liberalità, e senza metterli in disperazione (mutuum date, neminem desperare facientes)" (1766). Genovesi, erede e innovatore della grande visione classica della moneta, ammetteva in genere prestito a interesse, ma poneva una chiara eccezione: «posto che non sieno poveri». In realtà, anche se Genovesi non poteva immaginarlo, il capitalismo è diventato nei secoli un sistema che presta a usura soprattutto, se non soltanto, ai poveri, mettendoli sempre più in disperazione. Ai poveri di denaro, ma ancor prima ai poveri di relazioni, che vengono catturati e poi stritolati dalla piovra degli usurai dopo che sono stati isolati: finché ci sono persone amiche che ci ascoltano, consigliano, proteggono, non finiamo nelle maglie dell’usura. L’usura prima isola, poi fa sentire con le spalle al muro e senza vie di uscita, e infine agisce distruggendo.

Che fare? La cura dell’usura, di questa malattia dell’economia monetaria, non è mai venuta dalle banche private e dalla loro ricerca di rendite. Alcune cure sono arrivate dalle istituzioni che, sotto la spinta dei cittadini, hanno scritto e migliorato le leggi anti-usura; ma, soprattutto, le cure radicali sono arrivate da banche diverse, da istituzioni finanziarie nate con finalità più grandi delle rendite e dei profitti. La tradizione sociale e solidale della banca è fiorita quando nella seconda metà del Quattrocento, in piena crisi sociale dovuta anche al boom dei mercati e dell’usura, i francescani minori (Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano, Marco da Montegallo …) inventarono i Monti di Pietà, una delle più grandi innovazioni finanziarie ed economiche dell’Europa. E lo fecero come espressione di charitas, di amore civile per la loro gente che chiedeva pane e buon credito. Di fronte a una grave crisi, quei cristiani e amici dell’uomo non scrissero solo trattati né fecero conferenze: furono capaci di generare opere, istituzioni, banche. Se oggi vogliamo ridurre l’usura dobbiamo continuare a agire sulle istituzioni e chiedere, come cittadini, leggi migliori e dalla parte dei più fragili. Ma, soprattutto, le associazioni e i movimenti della società civile dovrebbero far nascere nuove istituzioni finanziarie, fondi di micro-finanza, nuove banche.

Il nostro sistema economico e finanziario non è nelle condizioni per auto-rigenerarsi, lo vediamo tutti i giorni. Lo stesso rapporto Banca Italia ci dice che le segnalazioni per riciclaggio di denaro sono aumentate di sei volte dal 2007 a oggi. Troppe imprese fondate da ex-artigiani praticanti di virtù civili sono passate in mano a speculatori, e tante banche tradizionali ormai rispondono a manager messi lì da una proprietà che mira alla massimizzazioni di rendite, guidati da algoritmi troppo lontani dalla gente. C’è un grande e crescente bisogno di opere di bene comune. Segnali positivi ci sono, ma non riusciamo ancora a interpretarli, e non siamo capaci di fare di queste voci un coro.

Senza nuove opere di bene comune continueremo a commentare i rapporti sull’usura e sulla corruzione, a deprimerci, ad aspettare passivi e co-responsabili il prossimo triste rapporto, o a illuderci per 'riprese' promesse dai nuovi indovini. E i poveri continueranno a essere messi in disperazione.

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Commenti - Vecchi mali accresciuti dalla crisi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 10/07/2014

Usura rid«In parallelo con l’intensificarsi della crisi economica è stata osservata una maggiore diffusione del fenomeno dell’usura, testimoniata da segnalazioni di operazioni sospette raddoppiate nel 2013 rispetto all’anno precedente». Ci sono documenti, come questo appena pubblicato dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, che ogni cittadino responsabile e maturo dovrebbe leggere, meditare, e quindi agire di conseguenza. L’usura è una malattia tipica di ogni società monetaria, poiché è il fenomeno visibile dei rapporti di forza e di potere che si nascondono sotto l’apparente neutralità della moneta. L’esistenza della moneta produce molti benefici, ma genera anche alti costi, che crescono di intensità e rilevanza con l’estendersi dell’area coperta dalla moneta all’interno della società.

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Necessaria è la cura

Necessaria è la cura

Commenti - Vecchi mali accresciuti dalla crisi di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 10/07/2014 «In parallelo con l’intensificarsi della crisi economica è stata osservata una maggiore diffusione del fenomeno dell’usura, testimoniata da segnalazioni di operazioni sospette raddoppiate nel 2013...
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Commenti - La Rai si liberi e ci liberi dall’azzardo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 25/06/2014

Rai spot Mondiali ridQuando un Paese e una cultura sono in crisi – e qui in Italia lo siamo – emette contemporaneamente molti segnali, tutti concordi. Magari perde malamente anche la possibilità di continuare a giocare un mondiale di calcio e ne incolpa soprattutto l’arbitro. Ma, soprattutto, perde entusiasmo e speranza, perde voglia di futuro, non crea e distrugge posti di lavoro "buoni" e ne aumenta di "cattivi", perde fiducia nelle istituzioni, aumenta la corruzione a tutti i livelli, non genera bambini, ha paura della vecchiaia e della morte... Un segnale che ha accompagnato sempre quelle crisi che si presentano principalmente come crisi etiche, è l’aumento dei maghi e del gioco malato, cioè dell’azzardo. Il ciclo economico-civile di un popolo è accompagnato – con segno inverso – dal ciclo dei culti alla dea fortuna.

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La nostra epoca non fa eccezione, ed è proprio il segnale del boom dell’azzardo che ci dice con una particolare forza che la "crisi" che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi etica. Perché dietro ogni ricorso alla dea fortuna c’è un rinnegamento della virtù, e della felicitas publica, che la cultura greco-romana e l’umanesimo cristiano hanno sempre legato alle virtù e alla loro coltivazione costosa. Virtù batte fortuna: con questa grande idea e prassi siamo usciti dalle ere delle superstizioni ed entrati in quella nella civiltà.

L’Italia in crisi è la terza economia al mondo come giro d’affari legati all’azzardo. È un dato terribile, che non dovrebbe farci dormire se pensiamo ai tanti effetti, tutti negativi, di questa classifica. Mentre le multinazionali dell’azzardo e delle scommesse sportive – sono le stesse, autentici mercanti di poveri e di fragilità – non si danno e non ci danno tregua per aumentare i loro enormi profitti, c’è tutta una società civile che lavora, lotta, parla, scrive, agisce, educa, previene, dando vita a una vera e propria resistenza civile. Accanto a questa Italia civile e virtuosa che lavora, non si rassegna e – a ragione – s’indigna, ce n’è però un’altra, molto più potente e con molti maggiori mezzi, che distrugge di notte quanto quella prima Italia costruisce di giorno.

I signori dell’azzardo sono tra questi. E accanto alle forze che alimentano la cultura del "gioco malato" – è triste riconoscerlo, e spiace doverlo sottolineare ancora una volta – c’è purtroppo anche la Rai, che in particolar modo durante questi mondiali ha venduto ingenti spazi pubblicitari a società di scommesse e di giochi d’azzardo. E così mentre milioni di giovani, e moltissimi minori, guardano appassionati lo sport dei loro sogni (e della loro delusione di tifosi), il servizio pubblico radiotelevisivo che vive anche grazie al nostro canone, commette molti errori allo stesso tempo, e tutti gravi. Innanzitutto, associa lo sport alle scommesse e all’azzardo, che sono invece la sua malattia. Lo sport è faccenda di disciplina, di rigore, di impegno, di virtù insomma (non dimentichiamo che la parola greca aretè, che noi traduciamo "virtù", significava eccellenza), dove i risultati arrivano con la fatica e con il merito: l’azzardo è l’esatto opposto di questo. Poi, rinnega la sua funzione di servizio pubblico, quando incita al consumo di un "male" economico, che produce immensi costi sociali e umani che aumentano il nostro debito pubblico. Mette, quindi, sullo stesso piano i prodotti delle aziende che fanno bella l’Italia e il mondo con la loro qualità e le imprese dell’azzardo che fanno profitti sulla pelle delle persone fragili. E infine – ma potremo continuare – non sta dalla parte delle famiglie che soffrono sempre più per la diffusione crescente di questa malattia perniciosa e subdola.

La nostra età sarà ricordata anche per l’invenzione dei gratta-e-vinci e delle slot machine, ma, soprattutto, per aver affidato la gestione del cinico affare di cui essi sono parte a delle multinazionali "for-profit". Una scelta scellerata, analoga a quella di chi decidesse di affidare la gestione delle comunità di recupero dei tossicodipendenti a produttori e monopolisti della droga, o di far curare i dipendenti dall’alcol a strutture guidate da aziende di superalcolici. Fino a pochi decenni fa i "monti dei pegni" erano gestiti da religiosi (in particolar modo dai francescani), che non facevano profitti con chi, disperato, vendeva l’oro di famiglia. Un Parlamento e un Governo veramente dalla parte della famiglie, oggi, dovrebbero imporre che le società che gestiscono l’azzardo siano senza scopo di lucro, gestite da chi accompagna con pietas queste persone in difficoltà, e non ne incentivano invece i "consumi", facendo soldi (e tantissimi) sulla loro rovina umana ed economica.

Ma non si tratta solo di azzardo patologico: ogni euro inserito in una macchinetta o speso in un gratta-e-vinci o scommesso online alimenta una economia sbagliata, e – non dimentichiamolo – viene sottratto alla buona economia, che ne avrebbe tanto bisogno.

Venerdì prossimo molti di coloro che partecipano al movimento SlotMob andranno a Viale Mazzini e busseranno alle porte della Rai per consegnare in modo festoso e serio una lettera ai dirigenti del servizio pubblico radiotelevisivo. Chiederanno, proprio come torniamo a fare ora da queste colonne, da cittadini, una svolta nella politica commerciale della Rai, perché quella che permette certe scelte non è degna dell’Italia, e non è degna della principale "azienda culturale" del Paese, nostro prezioso bene comune. La Rai che abbiamo conosciuto, che a tratti ritroviamo e che sempre amiamo, quella di cui c’è bisogno, non è la Rai che affitta se stessa ai signori dell’azzardo.

 

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Commenti - La Rai si liberi e ci liberi dall’azzardo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 25/06/2014

Rai spot Mondiali ridQuando un Paese e una cultura sono in crisi – e qui in Italia lo siamo – emette contemporaneamente molti segnali, tutti concordi. Magari perde malamente anche la possibilità di continuare a giocare un mondiale di calcio e ne incolpa soprattutto l’arbitro. Ma, soprattutto, perde entusiasmo e speranza, perde voglia di futuro, non crea e distrugge posti di lavoro "buoni" e ne aumenta di "cattivi", perde fiducia nelle istituzioni, aumenta la corruzione a tutti i livelli, non genera bambini, ha paura della vecchiaia e della morte... Un segnale che ha accompagnato sempre quelle crisi che si presentano principalmente come crisi etiche, è l’aumento dei maghi e del gioco malato, cioè dell’azzardo. Il ciclo economico-civile di un popolo è accompagnato – con segno inverso – dal ciclo dei culti alla dea fortuna.

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Virtù batta fortuna

Virtù batta fortuna

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Commenti - All’insegna dell’ "apertura"

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/06/2014

 classe vuota ridLa scuola è uno specchio concavo della società: ci restituisce ingrandite, qualche volta ribaltate, le sue potenzialità e virtù insieme alle inefficienze e ai vizi. Ma prima di tutto la scuola – in ogni ordine e grado – è uno dei grandi “beni comuni” della nostra società. È lì dove si legano tra di loro le generazioni e si mischiano i saperi, dove apprendiamo a gestire le nostre frustrazioni e a fare amicizia con i limiti nostri e degli altri, dove impariamo che cooperazione e competizione possono e devono convivere. È il luogo dove scopriamo che le regole esistono prima di noi e non sono un nostro “prodotto”. È dove diventiamo grandi. Dove impariamo le poesie.

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Nelle società tradizionali la scuola era soltanto uno dei beni comuni delle comunità: le chiese, la famiglia allargata, i partiti politici, gli oratori, le grandi narrative del mondo, erano altri grandi luoghi-beni comuni in sinergia con essa. Era quindi necessario che la scuola non fosse troppo invadente, e restasse nel suo ambito e nei suoi luoghi. In questa nostra fase di fragilità dei legami civili e delle comunità primarie (a cominciare dalla famiglia), dobbiamo ri-guardare la scuola come a un grande ed indispensabile bene comune, che può svolgere un ruolo unico nella rigenerazione dei legami, di ritessitura della corda che ci unisce, della fiducia-fides civile. Senza un nuovo grande piano per la scuola è impensabile riuscire a sconfiggere il virus della grave corruzione delle nostre classi dirigenti e dell’immoralità della nostra sfera pubblica – è scandaloso, per esempio, dover assistere in questi giorni alla svendita dei mondiali di calcio alle società di scommesse, che ci bombardano prima, durante e dopo le partite viste da milioni di ragazzi: sarebbe questo il servizio pubblico?

È all’interno di un discorso più ampio che va perciò letto anche il complesso tema delle “vacanze scolastiche” di docenti, amministrazione e alunni. I tre mesi e mezzo di vacanze scolastiche per il 90% degli studenti è soprattutto un retaggio di una società dove la maggior parte delle mamme erano casalinghe (e alcune insegnanti), e le altre comunità primarie erano un po’ ovunque forti e vive. Nei mesi estivi tutti i nostri ragazzi e giovani avevano altri luoghi dove crescere, e crescere bene. La pluralità e la biodiversità dei luoghi educativi resta ancora oggi un principio fondamentale della buona vita in comune, e va salvaguardato e protetto con decisione. Ma dobbiamo prendere atto che la società italiana è cambiata, e la maggior parte delle mamme di oggi lavora fuori casa (anche se ancora troppo poche, e anche se durante questa crisi le mamme-lavoratrici sono diminuite). Così in estate la vita diventa ancora più complicata e più stressante, soprattutto per le donne con bambini in età scolare: non dimentichiamo che esiste una seria “questione femminile” celata dietro questo grande tema. Come non va sottovalutato poi che i Grest degli oratori non sono sufficienti e non raggiungono tutti, mentre dobbiamo notare che sta aumentando esponenzialmente un’offerta di campi estivi “for profit”, che costano anche 200 euro alla settimana. Una tendenza che ha effetti etici non trascurabili, perché le famiglie più povere diventano anche quelle più stanche, precipitando in autentiche “trappole di povertà”.

La scuola per tutti è stata e resta una grande politica redistributiva di reddito e, soprattutto, di opportunità. In Italia sta aumentando la diseguaglianza economica e sociale anche perché negli ultimi trent’anni abbiamo disinvestito nella scuola. Siamo usciti dal feudalesimo andando tutti a scuola, dove poveri e ricchi erano seduti negli stessi banchi – e ci ritorniamo tutte le volte quando, come oggi, aumenta la dispersione scolastica e i bambini non imparano più le poesie, che è il primo esercizio di ogni cittadinanza.

Si comprende allora che estendere l’apertura delle scuole almeno fino ai primi di luglio, e far riiniziare le lezioni il primo settembre – come accade in quasi tutti i Paesi europei, anche in quelli “caldi” – sarebbe un’operazione molto utile e per certi versi ormai necessaria. Ed è stato altrettanto utile che una riflessione di Giorgio Paolucci su queste colonne, e le successive pagine di approfondimento, abbiano suscitato un vivace dibattito. Ma – e qui sta il punto – non possiamo poggiare questo grande cambiamento sul solo mondo della scuola: occorre una nuova alleanza o patto sociale a tutti i livelli. La società civile deve essere più presente nelle scuole, e occorrono più sinergie tra pubblico, civile, associazioni, parrocchie, movimenti. È ancora troppo poco sviluppato il volontariato scolastico (in particolare nella scuola statale), che sarebbe invece una risorsa essenziale soprattutto nei periodi estivi. Evidentemente occorrerebbero nuove infrastrutture (in certe regioni a fine maggio si boccheggia in classe, ma si boccheggia anche nelle case dei più poveri), programmi adeguati alla stagione, non tenere bambini e ragazzi sui banchi con 35° di temperatura, e immaginare laboratori all’aperto ed esperienze lavorative per le scuole superiori (troppo distanti dal lavoro vero).

Un primo e necessarissimo “piano keynesiano” per uscire dalla crisi del lavoro, deve oggi concretizzarsi presto in un grande piano per la scuola, perché quando una società non investe nella scuola è costretta qualche anno dopo a investire nei Sert e nelle prigioni. Stiamo lasciando in eredità ai nostri ragazzi un pianeta depauperato di risorse naturali, inquinato ed un Paese più indebitato: tornare ad investire seriamente nella scuola sarebbe un atto di reciprocità e di giustizia verso di loro.

 

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Commenti - All’insegna dell’ "apertura"

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/06/2014

 classe vuota ridLa scuola è uno specchio concavo della società: ci restituisce ingrandite, qualche volta ribaltate, le sue potenzialità e virtù insieme alle inefficienze e ai vizi. Ma prima di tutto la scuola – in ogni ordine e grado – è uno dei grandi “beni comuni” della nostra società. È lì dove si legano tra di loro le generazioni e si mischiano i saperi, dove apprendiamo a gestire le nostre frustrazioni e a fare amicizia con i limiti nostri e degli altri, dove impariamo che cooperazione e competizione possono e devono convivere. È il luogo dove scopriamo che le regole esistono prima di noi e non sono un nostro “prodotto”. È dove diventiamo grandi. Dove impariamo le poesie.

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Più scuola e meglio

Più scuola e meglio

Commenti - All’insegna dell’ "apertura" di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 18/06/2014  La scuola è uno specchio concavo della società: ci restituisce ingrandite, qualche volta ribaltate, le sue potenzialità e virtù insieme alle inefficienze e ai vizi. Ma prima di tutto la scuola – in ogni...
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Commenti - Scelta che rinnega il fine dell'economia

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/05/2014

Eurostat ridAbbiamo sempre saputo che il Prodotto interno lordo non misura molto e che molte delle cose che misura le misura male – e anche su queste pagine lo ripetiamo spesso e volentieri. Ma nessuno ha mai pensato di eliminare il Pil per dar vita al suo posto ad altri indicatori di benessere, perché sebbene la democrazia abbia un crescente bisogno di più indicatori economico-sociali, resta importante avere anche un indicatore della produzione dei beni e dei servizi di un Paese. Il Pil è pieno di dati che dicono poco sul nostro benessere o dicono esattamente il contrario (per esempio, il gioco d’azzardo).

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Ma finora tutta questa gran quantità di dati dal segno etico discordante, si muoveva (o volevamo che si muovesse) all’interno dei confini segnati dalla legalità. Stando a quanto annunciato la scorsa settimana, se si proseguirà veramente nella direzione indicata da Eurostat, oltre alla solita ambivalenza di quei dati avremo un cambiamento di natura: il Pil non manterrà più alcun legame con la vita civile e con la sfera morale.

Se davvero verranno incorporate nel Pil attività criminali (dal traffico di droga allo sfruttamento della prostituzione, passando per il contrabbando), non avremo più nessuna indicazione sostanziale dalle variazioni di quell’indicatore, e diventerà esercizio inutile rallegrarsi per averlo riportato in zona positiva. Ecco perché i primi a doversi rattristare per questa svolta epocale, siamo noi economisti, una categoria che invece brilla troppo spesso per cinismo, e considera queste tematiche solo argomenti per moralisti nostalgici, un po’ ingenui e magari non troppo intelligenti. Dovremmo invece intristirci e protestare molto, perché un Pil che diventa come lo stiamo facendo diventare perde ogni contatto con la grande tradizione della Scienza economica. E non solo con l’Economia civile di Antonio Genovesi, questo è ovvio, ma anche con quella di Adam Smith, una tradizione che ha sempre considerato la produzione di beni e servizi come qualcosa di eticamente buono nel suo insieme. Chi oggi non protesta forte contro questa innovazione incivile, sta di fatto ratificando e approvando l’uscita dell’economia dalle cose buone della vita in comune. È allora molto triste constatare quanto con questa "svolta" sia caduta in basso la cultura civile ed economica dei nostri tecnici e funzionari.

La statistica, nobile arte del ben vivere sociale, in Italia ha sempre avuto una ricchissima tradizione umanista, perché era considerata parte integrante dell’incivilimento, per usare l’espressione di uno dei fondatori della statistica moderna, il milanese Melchiorre Gioja. Per questo è da auspicarsi vivamente che l’Istat si faccia promotore di una protesta e di una azione a livello europeo, partendo dalla sua radice e storia. La statistica è specchio della cultura di un Paese perché misuriamo qualcosa che già prima sappiamo e che vogliamo "vedere", sulla base di una civiltà e di una idea di bene comune. Chi vuole oggi introdurre questa modifica nel Pil sta dicendo che ormai non c’è più differenza di natura fra un imprenditore che produce e paga le tasse e l’imprenditore mafioso, fra chi assume e chi fa lavorare in nero, fra chi rispetta la legge e chi la nega. Questa notizia allora rinnega secoli di tradizione e di statistica umanista e offende chi lavora e vive nella legalità. E così continuiamo a umiliare l’onestà e la virtù e a servire i vizi e i disonesti, dando loro anche dignità civile ed economica. Fin quando e fin dove vogliamo continuare in questa direzione?

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Commenti - Scelta che rinnega il fine dell'economia

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/05/2014

Eurostat ridAbbiamo sempre saputo che il Prodotto interno lordo non misura molto e che molte delle cose che misura le misura male – e anche su queste pagine lo ripetiamo spesso e volentieri. Ma nessuno ha mai pensato di eliminare il Pil per dar vita al suo posto ad altri indicatori di benessere, perché sebbene la democrazia abbia un crescente bisogno di più indicatori economico-sociali, resta importante avere anche un indicatore della produzione dei beni e dei servizi di un Paese. Il Pil è pieno di dati che dicono poco sul nostro benessere o dicono esattamente il contrario (per esempio, il gioco d’azzardo).

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Pil «nero», fuori dal bene comune

Pil «nero», fuori dal bene comune

Commenti - Scelta che rinnega il fine dell'economia di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 29/05/2014 Abbiamo sempre saputo che il Prodotto interno lordo non misura molto e che molte delle cose che misura le misura male – e anche su queste pagine lo ripetiamo spesso e volentieri. Ma nessuno h...
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Commenti - Oltre diseguaglianza e povertà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 01/05/2014

donne-tra-lavoro-e-famiglia ridSe vogliamo continuare a scrivere lavoro come prima parola del nostro Patto sociale, oggi dobbiamo affiancargli altre parole prime. Tra queste c’è la cura, che va declinata assieme al lavoro. Per ricreare lavoro la prima operazione da fare è riconoscere che l’esperienza lavorativa di una persona deve oltrepassare il lavoro remunerato (job) per includere attività di cura prestate in famiglia e nelle comunità. Nel Novecento abbiamo confinato il lavoro al posto di lavoro, alla fabbrica e all’ufficio, lasciando fuori dal lavoro tutto quel lavoro che non veniva valorizzato né conteggiato solo perché avveniva fuori del “mercato del lavoro”.

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Oggi, invece, il lavoro rinascerà violando i confini che gli abbiamo assegnato finora, e incontrandosi – o re-incontrandosi – con il grande e decisivo mondo della cura e dei legami sociali primari non mercantili.

La nostra società di mercato sta creando una crescente diseguaglianza soprattutto in termini di libertà e di opportunità. Chi oggi possiede sufficiente denaro ha il potere di comprare, sul mercato, tempo libero e persone per la propria cura. Chi non ne possiede abbastanza, soprattutto se è donna e mamma, è sempre più schiacciata in “trappole di povertà” nelle quali precipitano anche matrimoni, famigliari, bambini. È questa una forma grave di neo-feudalismo, molto sottovalutata.

Il lavoro è stato il grande strumento e il principale luogo per far diventare libertà e uguaglianza principi sostanziali e non solo formali delle nostre democrazie. Ma quell’umanesimo del lavoro è nato e cresciuto in una società costruita su una forte divisione sociale del lavoro: gli uomini lavoravano fuori casa e le donne garantivano la cura di bambini, malati e anziani. Negli ultimi decenni stiamo rivedendo la parte del patto sociale relativa al lavoro, per garantire pari opportunità di lavoro e fioritura civile anche alle donne. Un cambiamento epocale che però non sta avvenendo sull’asse della cura e dell’accudimento, e quindi del welfare. Con la grave conseguenza che le donne, in particolare le donne sposate con bambini e ragazzi (e magari con anziani) si trovano oggi in una condizione di discriminazione sostanziale, che determina un forte svantaggio sociale e professionale negli anni cruciali della vita della persona (25-40), e che mette in grande difficoltà non soltanto loro ma anche i loro bambini, tutta la famiglia, le relazioni, e quindi le comunità. Infatti, queste donne non solo lavorano di più a casa, ma dormono meno (in media circa 10 ore in meno alla settimana), hanno meno tempo da dedicare alla vita politica ed economica, e soffrono di più (degli uomini) quando per poter e dover lavorare sentono di non dare abbastanza tempo e cura ai figli e ai loro genitori anziani. E le conseguenze non finiscono qui: un recente studio nord-americano, ad esempio, ha messo in luce che oggi, in questa situazione, per la prima volta le malattie psichiche dei bambini hanno superato le altre malattie.

C’è proprio bisogno di ripensare il lavoro di tutti in rapporto alla cura che ogni cittadino adulto dovrebbe offrire. Per migliorare la qualità delle relazioni familiari e sociali, e ridurre le asimmetrie tra uomini e donne, dovremmo quindi ridurre le ore di lavoro e poter così ridistribuire tra tutti le attività di cura e di accudimento di se stessi, dei propri famigliari ma anche dei bambini e degli anziani dei nostri vicini di casa, della comunità, dei beni comuni. E “cura part-time per tutti” vuol dire veramente per tutti: medici e magistrati, operai e politici; giovani, adulti, anziani... Dobbiamo iniziare a pensare che occuparsi di se stessi e degli altri sia parte del dovere di cittadinanza di ogni persona, ed espressione concreta del principio di fraternità e di solidarietà. E che crescere bambini e assistere anziani è lavoro, e un grande contributo al bene comune che va pubblicamente riconosciuto.

La filosofa canadese Jennifer Nedelsky propone, ad esempio, che questo part-time della cura consista in almeno 12 ore settimanali per ogni persona adulta, di cui almeno due ore al di fuori della famiglia. Ore di lavoro che sarebbero sottratte a quelle lavorative fuori casa, ma considerate all’interno del “pacchetto di ore di lavoro” di ogni cittadino (quelle offerte sul mercato-impresa e quelle spese nella cura delle famiglie-comunità).

Utopie, dicono in tanti. Progetti politici e democrazia sostanziale, diciamo in pochi. Ciò che è certo è che il lavoro va ripensato insieme alla cura, che non può più essere "appaltata” alle famiglie o allo Stato o, magari, ad aziende for-profit. Il prendersi cura può e deve diventare anche compito ordinario di ogni uomo e di ogni donna. La domanda di cura nel mondo è in grande crescita, ma la sua offerta è in continuo progressivo calo. E così il suo “prezzo” sta diventando troppo alto.  Ripensare il lavoro in rapporto alla cura significa, allora, essere coscienti che le nostre società post-moderne e frammentate hanno bisogno di nuovi legami sociali, di nuovi incontri e intrecci nelle relazioni ordinarie. Altrimenti il lavoro non si crea più, o non se crea abbastanza per tutti. Buon primo maggio.

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Commenti - Oltre diseguaglianza e povertà

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 01/05/2014

donne-tra-lavoro-e-famiglia ridSe vogliamo continuare a scrivere lavoro come prima parola del nostro Patto sociale, oggi dobbiamo affiancargli altre parole prime. Tra queste c’è la cura, che va declinata assieme al lavoro. Per ricreare lavoro la prima operazione da fare è riconoscere che l’esperienza lavorativa di una persona deve oltrepassare il lavoro remunerato (job) per includere attività di cura prestate in famiglia e nelle comunità. Nel Novecento abbiamo confinato il lavoro al posto di lavoro, alla fabbrica e all’ufficio, lasciando fuori dal lavoro tutto quel lavoro che non veniva valorizzato né conteggiato solo perché avveniva fuori del “mercato del lavoro”.

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Lavoro cioè cura

Lavoro cioè cura

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Commenti - Una Giornata Onu che molto parla di noi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 20/03/2014

Logo Giornata Felicita ridQuando nel 2012 l’Assemblea dell’Onu istituì la «Giornata internazionale della felicità» non era cosciente, con ogni probabilità, che la patria della felicità vista come obiettivo dei governi e dei popoli fosse l’Italia. L’idea di felicità come scopo della vita è antica quanto l’umanità (o almeno quanto la filosofia greca); ma la sfida che la felicità possa essere «l’oggetto dei buoni prìncipi», come recita il sottotitolo libro di Ludovico Antonio Muratori, "Della pubblica felicità" (1749), è faccenda latina, italiana. Lo stesso «diritto alla ricerca della felicità» (1776), che l’Onu pone al centro della Giornata, fu una gemmazione americana di un movimento europeo, molto latino, moltissimo napoletano.

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Thomas Paine, uno dei padri della rivoluzione americana, riconosce a Giacinto Dragonetti, aquilano discepolo di Antonio Genovesi e autore dell’importante e dimenticato trattato "De le virtù e de i premi" (1766), la paternità dell’idea fondamentale sul rapporto tra felicità e libertà. Nel suo influente libro "Common sense" (1776), Paine riporta infatti il seguente brano tratto da Dragonetti: «La scienza dei politici consiste in trovare il vero punto, fin cui gli uomini possano essere felici, e liberi».

Quindi questa giornata dovrebbe essere un’occasione anche per riflettere sulla tradizione civile ed economica italiana, sulla nostra vocazione come Paese. L’Italia inizia la riflessione moderna sull’economia e sul progresso, mettendo al centro della nuova società moderna proprio la felicità, affiancandole però immediatamente l’aggettivo «pubblica», un aggettivo qualificativo importante, che ricollegava l’Italia moderna con la tradizione medioevale del bene comune. La felicità pubblica può anche essere letta come una declinazione moderna del Bene comune, attorno al quale si era costruita l’intera civiltà medioevale, Umanesimo incluso.

Quali sono allora gli spunti che ci provengono oggi da questa antica e moderna tradizione? Innanzitutto la via latina alla felicità (pubblica) ci dice che i simboli della felicità non sono né lo "smile" né l’aquilone, ma quelli molto più profondi e civilmente rilevanti che usavano già i romani nel retro delle monete dove incidevano l’espressione felicitas publica: le donne, la campagna fertile, gli strumenti del lavoro e, soprattutto, i bambini. Dobbiamo oggi proteggere la felicità, questa grande parola, dall’happiness, troppo spesso associata al piacere, al divertimento, se non al frivolo. Tanto che oggi alcuni filosofi di lingua inglese non usano più la parola happiness ma human flourishing (fioritura umana) per esprimere quanto voleva dire l’antica parola latina felicitas o quella greca eudaimonia.

Questa felicità, allora, si pone al cuore del patto politico, riguarda la fioritura delle persone e dei popoli e il loro ben-vivere. Ha poco a che fare con i centri benessere e con i massaggi, e molto con i parlamenti, con le scuole, con le famiglie, con le virtù civili. Non dimentichiamo che felicità ha la stessa radice di fertile, femmina e feto.

Un altro messaggio riguarda il lavoro. La felicità senza lavoro è spesso solo illusione, se non oppio dei popoli, o inganno quando viene promessa da facili vincite nell’azzardo o da speculazioni finanziarie. La patria della nuova ricerca della pubblica felicità fu in origine soprattutto il Regno di Napoli, periferia, provincia, del grande e multinazionale Regno dei Borboni: la nuova pubblica felicità non può che passare dal Sud, e dalle tante periferie del nuovo Regno-Impero, reimparando a creare lavoro. Ci salviamo solo lavorando.

Infine, in una fase dell’Occidente in cui il narcisismo sta diventando una vera e propria pandemia, la tradizione della pubblica felicità ci ricorda che esiste un nesso imprescindibile fra vita buona e rapporti sociali: non si può essere veramente felici da soli perché la felicità nella sua essenza più profonda è un bene relazionale. Si coglie allora che la felicità deve essere invocata soprattutto come strumento di critica allo status quo e alla vena edonistica che fin dall’antichità ha sempre attraversato la nostra civiltà, e che è diventata dominante in tutti i tempi del declino e della decadenza. Deve allora spingerci a prendere coscienza che non basterà riportare il Pil in zona positiva per poter dire veramente che «la nottata è passata».

Solo quando ricominceremo a creare buon lavoro, soprattutto per i giovani, la nottata volgerà verso l’alba. Tutti gli altri indicatori vanno presi con forte senso critico, perché spesso nascondono manipolazioni. Compresi gli indicatori di felicità individuale (e ne stanno sorgendo qua e là) che non siano accompagnati da indicatori di felicità pubblica, che si misura con la qualità delle relazioni nelle nostre città, con lo stato di salute dei nostri territori e della custodia dei beni comuni, con la qualità delle scuole, e ancora, e soprattutto, con la quantità e qualità del lavoro (non tutto il lavoro è buono).

Infine, ma non per ultimi, i bambini. La felicità pubblica ha bisogno di bambini. Perché il primo segnale di un popolo depresso e intristito è rinunciare a mettere al mondo figli e figlie, per paura del non-lavoro, del futuro. Ma più forte della morte è l’amore. Buona festa della pubblica felicità a tutti.

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Commenti - Una Giornata Onu che molto parla di noi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 20/03/2014

Logo Giornata Felicita ridQuando nel 2012 l’Assemblea dell’Onu istituì la «Giornata internazionale della felicità» non era cosciente, con ogni probabilità, che la patria della felicità vista come obiettivo dei governi e dei popoli fosse l’Italia. L’idea di felicità come scopo della vita è antica quanto l’umanità (o almeno quanto la filosofia greca); ma la sfida che la felicità possa essere «l’oggetto dei buoni prìncipi», come recita il sottotitolo libro di Ludovico Antonio Muratori, "Della pubblica felicità" (1749), è faccenda latina, italiana. Lo stesso «diritto alla ricerca della felicità» (1776), che l’Onu pone al centro della Giornata, fu una gemmazione americana di un movimento europeo, molto latino, moltissimo napoletano.

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La felicità è figlia nostra

La felicità è figlia nostra

Commenti - Una Giornata Onu che molto parla di noi di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 20/03/2014 Quando nel 2012 l’Assemblea dell’Onu istituì la «Giornata internazionale della felicità» non era cosciente, con ogni probabilità, che la patria della felicità vista come obiettivo dei governi ...
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Chiesa ed economia -  A Papa Francesco non basta che la cura della povertà sia lasciata agli effetti "non intenzionali" delle azioni individuali, alle briciole: rimette in discussione l'intero banchetto

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 30/01/2014

Ricco Epulone ridNon esiste una definizione migliore di “esortazione apostolica” per la Evangelii gaudium di papa Francesco. Esortazio­ne viene dal verbo latino ex-hortari, che ha il duplice significato di “indurre, inci­tare a fare qualcosa” ma anche quello di “consolare, rialzare” (la radice è la stessa di confortare). La Evangelii gaudium è infatti un docu­mento che incita con forza a cam­biare direzione, e lo fa con la stessa forza con cui gli apostoli si rivolge­vano alle loro Chiese (pensiamo a Paolo), che usavano toni forti e du­ri quando necessario; ma, a imita­zione dell’atteggiamento apostoli­co, questa esortazione mentre in­cita e spinge a raddrizzarci, ci conforta e ci aiuta nell’atto del rial­zarci.

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Papa Francesco ci ha donato un testo a un tempo forte e conso­latorio, ci incita con forza a cam­biare, ma tra le parole forti si sente l’odore buono del pastore che pri­ma di ogni cosa ha a cuore il bene del gregge, soprattutto quando – co­me ora – teme che si stia pericolo­samente avvicinando a un burro­ne, molto pericoloso perché prece­duto da verdi pascoli che celano, dietro le foglie, scoscesi e mortali dirupi. Ne discende allora che il primo gra­ve errore da non commettere nel leggere questa esortazione è ridur­ne la portata offrendone letture fin­tamente ireniche che accontenta­no tutti, spuntando le tesi più forti, normalizzandole, riducendone la portata profetica di incitamento a cambiare strada.
 
Dire, per prende­re un esempio illustre e influente, che la Evangelii gaudium va letta «attraverso lo sguardo di quel pro­fessore- vescovo-papa nato e cre­sciuto in Argentina» (Michael No­vak, “Corriere della sera”, 12 dicem­bre 2013), significa voler depoten­ziare la portata culturale universa­le e generale della esortazione, e classificarla, di fatto, irrilevante. Sono invece convinto che il solo modo per onorare l’esortazione, e accoglier­la come dono di bene comune, è non smorzare proprio la critica severa (e confortante per chi la capisce) alla sta­gione attuale del sistema capitalistico. Quale capitalismo critica il Papa? I capitalismi sono sta­ti diversi in passato, lo sappiamo; ma sappiamo anche che l’attuale fase di sviluppo dell’economia mondiale, il capitalismo di matrice individualistica che ha posto la finanza come suo nocchiere, sta diventando l’unico capitalismo: facendo così dimenticare tutta la biodi­versità culturale ed economica del XX secolo, quando i capitalismi erano invece molti e riconducibili a diverse antropologie e visioni del mondo.
 
Quindi la critica che papa Bergoglio rivolge alla versione attuale del capita­lismo individualistico e finanziario è una critica di por­tata generale, che tocca un’idea chiave dell’ideologia che è alla base del nostro modello di sviluppo, che si ar­ticola in due punti: la natura escludente del nostro si­stema economico (n. 53), e l’idea che chiama “ricaduta favorevole” (n. 54). L’economia di mercato ha conquistato il suo statuto etico, e quindi moralmente accettata nel Medioevo da francescani e (con qualche maggiore riserva) dai domenicani e dalla co­munità cristiana (sebbene con variazioni e accenti di­versi passando dal mondo cattolico a quello protestan­te), proprio per la sua capacità di includere gli esclusi, e non solo per la creazione di ricchezza. Se, infatti, con- frontiamo l’origine dell’economia di mercato con il feudalesimo, cioè la sola alternativa storicamente disponi­bile, è innegabile che lo sviluppo storico dell’economia di mercato ha portato con sé l’inclusione produttiva di milioni di servi della gleba prima, di contadini poi, e del­le donne da qualche decennio, che – rimasti per millenni ai margini della vita civile – sono diventati cittadini e persone libere lavorando e consumando.
 
Lo sviluppo della libertà di mercato è stata l’altra faccia, inseparabi­le, dello sviluppo della democrazia, dei diritti, e di tutte le libertà. Questa è la storia. E oggi? Non dimentichiamo che il Pa­pa scrive nel 2013, in un periodo storico in cui quella e­conomia di mercato (se vogliamo possiamo chiamarla pure capitalismo, anche se non è necessario: basta e­conomia di mercato) sta conoscendo una malattia grave, che ha due grandi sintomi: la deriva solitaria, infeli­ce e consumistica degli individui («Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice e opprimente of­ferta di consumo, è una tristezza individualista che sca­turisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata», n. 2); e la finanziarizzazione dell’economia.
 
Non possiamo dimenticare che quando la finanza speculativa prende in mano la proprietà e il controllo di banche, imprese e quindi del lavoro e delle famiglie, si hanno almeno due gravi patologie civili: la rendita domina sui profitti de­gli imprenditori e sui lavoratori, e le relazioni tra gli a­genti assomigliano sempre più ai cosiddetti “giochi a somma zero”. Un numero sempre maggiore di transa­zioni finanziarie (non tutte) si configura infatti come scommessa, dove le vincite di una parte corrispondo­no esattamente alle perdite dell’altra (come in ogni scommessa). Quando l’economia prende questa piega “slot” – una piega oggi molto visibile, e speriamo non ir­reversibile – il mercato tradisce la sua natura inclusiva e non è più fondato sulla regola aurea del “mutuo van­taggio” (quello di Smith o di Genovesi). E quindi va cri­ticato. La “ricaduta favorevole”, al di là delle esegesi e del­le traduzioni linguistiche, è un pilastro dell’ideo­logia capitalista, secondo la quale quando sale la marea tutte le barche si sollevano, anche le più piccole: la ricchezza dei ricchi fa bene anche ai poveri, che ne raccolgono briciole che involontariamente ca­dono dal tavolo dei potenti.
 
È questa una versione del capitalismo che potremmo chiamare del “ricco Epulo­ne”, che mentre mangia lautamente lascia cadere, sen­za volerlo, le briciole ai cagnolini sotto il tavolo. A papa Francesco non basta che la giustizia e la cura delle po­vertà e delle esclusioni siano lasciate agli effetti “non in­tenzionali” di comportamenti intenzionalmente tesi ai soli interessi individuali, alle briciole: vuole rimettere in discussione l’intero banchetto, chi mangia e come, chi resta fuori dalla tavola e dai tavoli, le relazioni sociali che sono nascoste dietro alle persone. La sua è una le­gittima, e necessaria, critica a un’idea di solidarietà di mercato e di bene comune affidata principalmente a­gli effetti indiretti.

Le virtù sociali (è la giustizia è sem­pre la regina delle virtù sociali) na­scono dalle virtù individuali, che so­no faccende molto intenzionali, le virtù di chi vede oggi i novelli Laz­zari e non li lasciano sotto i tavoli, dove non hanno più neanche la compagnia dei cani (che oggi ven­gono finalmente trattati con cre­scente rispetto e dignità). La Evangelii gaudium allora è un do­cumento che va letto all’interno della grande tradizione classica del be­ne comune, umanista e cristiana – da Aristotele, Tommaso e i france­scani fino a Genovesi o a Toniolo – che non ha mai pensato al bene co­mune come a una faccenda di ef­fetti positivi inintenzionali di azio­ni cercanti il proprio interesse, ma l’ha associata alle virtù private e pubbliche. Questa tradizione con­sidera il bene comune il frutto di a­zioni pubbliche e civili correttive, te­se a mitigare le passioni attraverso soprattutto le giuste istituzioni, e non lo vede come effetto indiretto di azioni “naturali” e spontanee degli individui – direbbero Amintore Fan­fani o Federico Caffé. Non tutte le forme della ricerca del­l’interesse personali sono buone, giuste, eque.
 
L’idea di mercato che nasce da questa tradizione, della quale Francesco è interprete e continuatore creativo, è allora quella di una grande intrapresa di cooperazione inten­zionale, esercizio di virtù sociali, faccenda comunitaria e personale: «Non possiamo più confidare nelle forze cie­che e nella mano invisibile del mercato» (n. 204). Pren­diamolo sul serio, e diamo vita a una nuova stagione di pensiero economico all’altezza dell’esortazione di Francesco.

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Chiesa ed economia -  A Papa Francesco non basta che la cura della povertà sia lasciata agli effetti "non intenzionali" delle azioni individuali, alle briciole: rimette in discussione l'intero banchetto

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire del 30/01/2014

Ricco Epulone ridNon esiste una definizione migliore di “esortazione apostolica” per la Evangelii gaudium di papa Francesco. Esortazio­ne viene dal verbo latino ex-hortari, che ha il duplice significato di “indurre, inci­tare a fare qualcosa” ma anche quello di “consolare, rialzare” (la radice è la stessa di confortare). La Evangelii gaudium è infatti un docu­mento che incita con forza a cam­biare direzione, e lo fa con la stessa forza con cui gli apostoli si rivolge­vano alle loro Chiese (pensiamo a Paolo), che usavano toni forti e du­ri quando necessario; ma, a imita­zione dell’atteggiamento apostoli­co, questa esortazione mentre in­cita e spinge a raddrizzarci, ci conforta e ci aiuta nell’atto del rial­zarci.

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Il capitalismo logoro del ricco Epulone

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