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Di Luigino Bruni
Pubblicato su Avvenire il 23/11/2018
Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio che il nostro capitalismo sia diventato qualcosa di molto simile a una religione, deve solo farsi oggi un giro sul web e nei principali centri commerciali, guardarsi bene attorno e poi cercare di capire che cosa sta veramente accadendo. Nei luoghi dove si celebra il Black Friday sta accadendo qualcosa di molto simile a un fenomeno religioso, che ha molti tratti in comune con le funzioni delle religioni tradizionali.
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Anche questo capitalismo ha un bisogno crescente di riti, liturgie, chiese, feste, processioni, canti, parole sacre, sacerdoti, comunità; come in ogni religione vuole varcare la soglia del tempio per introdursi in un altro tempo nel quale assaporare dimensioni non ordinarie della vita. Ma, se lo guardiamo bene, ci accorgiamo che ciascuno di questi elementi 'sacri' è amputato di uno o più componenti essenziali. È proprio questa amputazione che allontana il capitalismo consumista dalle religioni 'vere' (in particolare dall’orizzonte biblico ebraicocristiano), e lo avvicina ai culti idolatrici tipici delle prime forme religiose arcaiche, senza più avere la purezza degli sguardi degli uomini antichi. E così l’uomo contemporaneo nel crepuscolo degli dèi delle religioni tradizionali si ritrova in un mondo liberato dal Dio biblico e ripopolato da infiniti idoli, meno interessanti di quelli egizi o babilonesi. Per capirlo, pensiamo agli sconti, che sono il centro attorno al quale ruota il rito del Black Friday. Anche se ogni anno vengono sollevati dubbi sulla loro 'verità', in genere gli sconti sono reali. E lo sono perché lo sconto vero è un elemento essenziale del culto. Gli sconti devono essere reali, perché non c’è una religione senza una qualche forma di dono, di grazia e di sacrificio.
Con una differenza fondamentale però, che ci svela molto della natura sacrale di questo giorno. Nelle religioni tradizionali è il fedele che fa doni al suo Dio, nella 'religione' capitalistica è invece l’impresa- dio che fa 'doni' ai suoi fedeli. La direzione cambia perché opposto è il senso del culto. Infatti, nella religione del consumo l’idolo non è la merce ma il consumatore, che le imprese cercano di fidelizzare (altra parola religiosa) con il loro sacrificiosconto. Dono senza gratuità, e quindi non religione ma idolatria.
Ma c’è di più. Il dono di questo giorno è un dono omeopatico, cioè il simile che cura il simile. Un concetto anche questo molto arcaico. Nel dono omeopatico si prende una piccolissima parte della malattia che si vuole curare e la si immette nel corpo allo scopo di immunizzarsi da essa. Il capitalismo sa molto bene che il dono vero e libero sarebbe sovversivo e destabilizzante per gli equilibri aziendali e finanziari, anche perché non ha prezzo, non è in vendita, non può essere incentivato; e così lo sterilizza introducendo nel proprio corpo dei 'donunculi'. Nella sua essenza il Black Friday è allora la grande operazione tentata dal mercato per immunizzarsi dal dono per mezzo dello sconto, per cercare di tenere la gratuità autentica ben lontana dai suoi templi.
Non a caso il Black Friday è il giorno dopo quello del Ringraziamento. Il Thanksgiving è il memoriale della grande abbondanza del primo raccolto quando i pellegrini arrivarono nel Nuovo Mondo. È quindi una festa della gratitudine e della gratuità, che oggi il giorno dopo cerca di neutralizzare. Dobbiamo fare di tutto perché non ci riesca davvero. Perché il giorno in cui la gratuità fosse definitivamente espulsa dai mercati e dalle imprese, l’economia tutta imploderebbe. Il magnifico sistema economico vive e si rigenera ogni giorno perché milioni di persone donano alle loro imprese più di quanto dovrebbero fare per i contratti e per gli incentivi. E lo fanno semplicemente lavorando, entrando ogni mattina negli uffici e nei negozi come persone intere, e quindi anche con la loro capacità di donare e di donarsi, perché è qui dove si gioca molto della nostra dignità e libertà. La principale difesa dalla guerra costante, tenace e crescente scatenata contro la gratuità, sta allora innanzitutto nel cercare di conservarci la capacità morale e spirituale di distinguere il dono dallo sconto. Dobbiamo salvare questa distinzione soprattutto per i bambini di oggi, i 'nativi' del Black Friday, perché il giorno che iniziassero a confondere il dono con lo sconto si ritroverebbero in un mondo infinitamente più povero. Il prezzo della gratuità è infinito, nessun sconto può ridurre il suo valore.
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Il primo e radicale problema di chi scrive, legifera e si occupa di povertà è l’incompetenza, perché non essendo in genere poveri non possediamo quella conoscenza specifica che ha soltanto chi è dentro una condizione di povertà. I discorsi e le azioni sulle povertà sono spesso inefficaci, se non dannosi, perché la mancanza di competenza li rende astratti. Non è certamente un caso che due tra i maggiori studiosi della povertà, Muhammad Yunus (premio Nobel per la pace) e Amartya Sen (premio Nobel per l’economia) sono originari rispettivamente del Bangladesh e dell’India, ed entrambi vengono da esperienze di contatto con le povertà vere e si sono sporcati le mani per contribuire a far nascere istituzioni e progetti per alleviare le povertà (la Grameen Bank e l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite). Per capire e operare nelle povertà il buon senso non basta e spesso produce molti danni. Dobbiamo invece lavorare molto, facendo di tutto per acquisire, con lo studio e la frequentazione delle persone che si vorrebbero aiutare, le competenze che non si hanno, ma che si devono avere.
Pubblichiamo uno stralcio del libro di Luigino Bruni
Economia è una parola greca che rimanda direttamente alla casa (oikos nomos, regole per gestire la casa), quindi alla famiglia. Eppure l’economia moderna, e ancor più quella contemporanea, si è pensata come un ambito retto da principi diversi, distinti e per molti versi opposti ai principi e ai valori che hanno sempre retto e continuano a reggere la famiglia. Un principio fondante la famiglia, forse il primo e quello sottostante gli altri, è quello di gratuità, che è quanto è di più distante dall’economia capitalistica, che conosce surrogati della gratuità (sconti, filantropia, saldi) che svolgono la funzione di immunizzare i mercati dalla gratuità vera.
Esiste una amicizia naturale tra l’Italia e il Bene comune, questa espressione che sentiamo risuonare, che sta nel cuore della Dottrina sociale della Chiesa,
Finché sulla terra ci sarà un idolo, avremo ancora bisogno di profeti. E dagli idoli la nostra società post-capitalistica appiattita sul feticismo del consumare – un culto con milioni di totem, oggi pure virtuali e personalizzati – è quasi divorata. L’umanesimo biblico che Luigino Bruni continua a esplorare in chiave sociale, economica e antropologica rappresenta anzitutto un antidoto all’idolatria. Ma non si svela pienamente trascurando i profeti: «Ci resta soprattutto precluso senza Isaia», afferma l’economista marchigiano, con il quale conversiamo in occasione dell’uscita del suo ultimo libro,
Lionello Bonfanti
«Le tematiche economiche e finanziarie, mai come oggi, attirano la nostra attenzione, a motivo del crescente influsso esercitato dai mercati sul benessere materiale di buona parte dell’umanità». Così inizia il documento
Oggi è la festa dei lavoratori, di tutti lavoratori. È anche la festa del lavoro. Ma non è la festa di tutto il lavoro, perché non tutto il lavoro né tutti i lavori meritano di essere festeggiati. Il lavoro senza aggettivi qualificativi non parla abbastanza per dirci se merita o no la nostra festa.
In queste settimane post-elettorali si sta riaccendendo il dibattito sulle diverse proposte di reddito di cittadinanza e sulle sue varianti. Il confronto è giustamente serio e appassionante, perché tocca cose molto importanti come la povertà, il lavoro, il non lavoro.
Mercato, moneta, debito, profitto: nel grande racconto biblico sono già presenti la maggior parte delle categorie, anche economiche, che hanno fondato la nostra civiltà. A questo codice simbolico dell’Occidente, nel corso dei millenni, hanno attinto a piene mani la poesia, la letteratura e l’arte. Per non parlare della filosofia o della teoria politica. Persino la psicoanalisi, in anni recenti, si è avvalsa della potenza generativa degli archetipi vetero-testamentari allargando il bacino della saggezza greca, per dirla con Charles Moeller, grazie al paradosso cristiano. L’Economia no. Anzi: quello tra Bibbia ed Economia è un incontro per troppo tempo mancato al quale, proprio per questa ragione, Luigino Bruni ha scelto di dedicare, negli ultimissimi anni, una porzione rilevante della sua ricerca. Continua infatti anche nel 2018, al Polo Lionello Bonfanti, l’esperienza iniziata a giugno con la 'Settimana di Economia Biblica':
Il mercato è uno, ma i mercati sono molti. Quando si parla e si discute seriamente di mercato e di Stato – poli di un dibattito che si vuol riaccendere anche usando lenti dal fuoco vecchio – dovremmo prima specificare di quale mercato e di quale Stato stiamo parlando. Perché è solo il Mercato con la "M" grande, creazione irreale e astratta delle ideologie, a essere uno solo. Ma se vogliamo capire cosa sta accadendo all’economia mondiale e in quella del nostro Paese, e magari cercare di migliorarla, dobbiamo uscire dal mondo incantato dei Mercati e degli Stati irreali.
«Il capitalismo è una religione… In futuro ne avremo una visione più chiara». Scriveva nel 1922 il filosofo Walter Benjamin. Parole profetiche, perché mai come in questo nostro tempo il capitalismo della finanza e dei consumi “24ore7giorni” sta rivelando la sua natura religiosa o, meglio, idolatrica. Qualcosa di tanto rilevante quanto sottovalutato dai pensatori del nostro tempo. Non da John Milbank, anglicano, uno dei teologi contemporanei più profondi e influenti. Lo abbiamo incontrato in questo novembre 2017, alla Lumsa di Roma, in occasione del convegno internazionale “L’eredità di Martin Lutero nelle scienze economiche e sociali moderne”.
Non è mai stato facile scrivere un’etica del denaro e dell’economia partendo dai vangeli. Riconoscere questa difficoltà, potrebbe in molti casi essere sufficiente per non iniziare un tale compito o fermarsi subito. Ma la tentazione di ricavare direttamente dal vangelo principi morali per l’economia della nostra società è molto forte, quasi invincibile. Qualche volta, anche chi legge questi libri sente un bisogno, anche questo invincibile, di scriverne una recensione, soprattutto se l’oggetto del libro sono i poveri e la povertà – che fanno spesso fatica a difendersi da soli dagli scrittori e dagli esperti. Ho fatto questa esperienza dopo la lettura di un piccolo libro di André Naud (1925-2002),
A chi interessa ciò che il mondo cattolico vive, pensa, propone in ambito sociale ed economico? Dal silenzio imbarazzante dei media cosiddetti laici sui lavori e sulle proposte della 