Editoriali Avvenire

Economia Civile

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Davos, il Papa, la realtà che manca

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 23/01/2014

Logo Davos WEF ridC’è aria di ottimismo a Davos 2014. Si guarda alla grande crisi post-2008 come faccenda ormai superata, da archiviare nei libri di storia e nei cassetti dei ricordi tristi delle famiglie e dei popoli. Peccato che questo ottimismo non abbia basi solide su cui fondarsi. Quindi la domanda cruciale diventa: per quali ragioni Davos vuole offrire all’opinione pubblica un quadro dell’economia diverso da quello ben presente alla grande maggioranza della gente?

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La risposta è inscritta nella lista dei protagonisti del “World Economic Forum”, composta dai leader della finanza mondiale e delle grandi lobbies transnazionali, con i rappresentanti politici e delle istituzioni economiche che svolgono, sostanzialmente, il ruolo di spettatori, a volte di clienti. Élites la cui rappresentatività è ridottissima. L’economia capitalistica non è una faccenda democratica: non votano le teste, ma i capitali. In simposi come questo si tocca con mano la verità di quanto ricordava qualche decennio fa Federico Caffè, e cioè che i mercati non sono anonimi ma hanno "nome, cognome e soprannome".

Per comprendere certo ottimismo occorre, insomma, tener presente che per queste èlites, e per le persone fisiche e giuridiche da esse rappresentate, l’economia tutto sommato non va poi così male, anzi va benone. Una volta scongiurata (per ora) la bancarotta del sistema finanziario globale, non troppo remota un paio di anni fa, c’è tutta una finanza speculativa che continua a trarre dai suoi affari profitti e, soprattutto, rendite d’oro. Per capire che cosa sta accadendo davvero a Davos dovremmo allora leggerlo assieme al rapporto presentato pochi giorni da Oxfam (Working for the few), dove si afferma, tra l’altro, che ottantacinque super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Questi ottantacinque, e con loro qualche milione di persone sparse ormai in quasi tutti i Paesi (in India il numero di miliardari è aumentato di 10 volte negli ultimi dieci anni), sono molto ben rappresentati a Davos. Sono tutti gli altri che non ci sono, e tra questi non solo i troppi “poveri estremi” molti dei quali abitanti di quell’Africa devastata da non poche delle multinazionali che oggi, tra quelle montagne svizzere, fanno bella mostra dei loro patinati bilanci sociali, ma anche le tante famiglie europee che si stanno impoverendo per una crisi del lavoro il cui unico precedente verosimile è quella che si verificò agli inizi della rivoluzione industriale.

Una seconda ragione di questo strano “ottimismo dei pochi” è legata alla distanza crescente tra i rappresentanti riuniti a Davos e la vita della gente ordinaria, soprattutto dei poveri. Cosa sanno queste élites della vita di una famiglia in un villaggio del Sud Sudan, o di una famiglia europea con uno dei coniugi disoccupato e con due o tre bambini piccoli? Praticamente nulla. Una delle malattie più gravi di questa generazione di capitalismo è la totale separazione tra top manager di grandi imprese, banche, fondi (e non di rado anche di organizzazioni umanitarie globali) e la gente comune. Quando chi governa non sente più l’odore della gente nelle code nei negozi, nelle metropolitane, nei treni regionali, questi potenti non sanno più se stanno governando e maneggiando persone o macchine, anime o centri di costi e ricavi. Sono le metropolitane e il traffico urbano normale (non quello delle auto con sirene né quello degli elicotteri privati) i primi luoghi dove si esercita oggi la cittadinanza, e dove si comprendono i suoi paradossi e il suo valore. Il patto sociale prima o poi si spezza se per troppo tempo non respiriamo tutti gli stessi odori della vita, quelli cattivi e quelli buoni.

Il Papa con il suo messaggio ha voluto lanciare, a nome delle non-élites, un grido di allarme a queste élites che rischiano di perdere contatto con i luoghi veri della vita sociale. Il rischio grande, però, è che a quell’importante monito capiti qualcosa di simile a quanto capitò al direttore narrato da Søren Kierkegaard: "Un direttore di teatro si presenta sulla scena per avvisare il pubblico che è scoppiato un incendio; gli spettatori però credono che la sua comparsa faccia parte della farsa che si stanno godendo, e così, quanto più quello urla, tanto più forte si leva il loro applauso". Perché le parole di Francesco portino tutti i loro frutti, ci vorrebbero altri Forum, nei quali i poveri e i Paesi periferici esclusi da Davos possano raccontare altre storie su questo capitalismo finanziario – con i politici e i potenti seduti silenti ad ascoltarli.

La sede più naturale per un tale Forum diverso sarebbe la Roma di Francesco, il solo che avrebbe oggi l’autorevolezza e la credibilità per riunire tutti intorno sé . La nuova economia che in tanti desideriamo non potrà che venire, rovesciando sguardo e protagonismi, se si riparte dai poveri e dalle periferie. Una realtà immensa che è, oggi, "la più piccola tra le città".

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Davos, il Papa, la realtà che manca

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 23/01/2014

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La non-élite da ascoltare

La non-élite da ascoltare

Davos, il Papa, la realtà che manca di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 23/01/2014 C’è aria di ottimismo a Davos 2014. Si guarda alla grande crisi post-2008 come faccenda ormai superata, da archiviare nei libri di storia e nei cassetti dei ricordi tristi delle famiglie e dei popoli. Peccat...
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Fine di un anno: i grazie e le storie da dire

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/12/2013

Il mondo greco per indicare ciò che oggi chiamiamo tempo usava due parole: chronos e kairos. Per il tempo-chronos il giorno di San Silvestro è un giorno come gli altri. Per il tempo-kairos, invece, le ore e gli anni sono diversi: il giorno in cui è morto Nelson Mandela (il 4 dicembre), o quello in cui è stato eletto Francesco (il 13 marzo) sono stati giorni di qualità diversa, che hanno inciso la tavoletta piatta del tempo.

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Chronos è quantità omogenea, kairos qualità e diversità – qualcosa di analogo alla differenza che c’è tra spazio e luogo. La dinamica chronos-kairos ritma il tempo della nostra vita quotidiana. La nascita dei figli, i lutti, i lavori trovati e persi, colorano e vivificano i numeri del calendario.

 

Questo 2013 è stato un anno più lungo, di certo per coloro che hanno sofferto di più, e tra questi tanti disoccupati, troppi giovani. Ci siamo svegliati bruscamente, e ci siamo accorti che non abbiamo perso milioni di posti di lavoro per i sub-prime americani o per lo spread, o che non è colpa dell’Europa se i nostri giovani non hanno più buon lavoro. Abbiamo capito che dovremmo rialzarci con le nostre forze, ma non ce la facciamo per una grave carestia di capitali morali. Il mondo è cambiato veramente, non lo capiamo più, e soffriamo tutti per ‘mancanza di pensiero’ (Paolo VI). Stiamo soffrendo le doglie del parto. Sta nascendo qualcosa di nuovo, ma ancora non ce ne accorgiamo. E si soffre anche perché non riusciamo, collettivamente, a vedere un bambino dentro il travaglio. E quando non si intravvede un bambino, non si vede salvezza, è fatica senza premio, manca la gioia. Dovremmo allenare gli occhi a vedere più lontano e diversamente, e scorgere in mezzo a noi e dentro di noi i luoghi e le persone dove stanno avvenendo cose nuove, scoprire dove stanno ‘nascendo i bambini. E reimparare a dire grazie – una parola da riscoprire nella sua radice charis.

Il 31 dicembre è soprattutto il giorno del ringraziamento, anche civile. L’esercizio del grazie e della virtù della gratitudine è importante sempre, ma è essenziale in ogni esodo attraverso un deserto. Il grazie, soprattutto se è serio e costoso, è una risorsa straordinaria per continuare a sperare e a camminare. Sono molte le persone da ringraziare oggi. Voglio iniziare dagli imprenditori. Quelli che continuano a rischiare risorse, energie, talenti, per salvare lavoro, e vanno avanti nonostante tutto. A quegli imprenditori che costruiscono benessere e pagano le tasse: ce ne sono tanti, anche se non se ne parla e nessuno li ringrazia. Quando un imprenditore decide di pagare le tasse sa che, in un mondo ad alta evasione come il nostro, sta pagando molto di più di quanto sarebbe giusto ed equo pagare. Sa di pagarle anche per i suoi “colleghi” che hanno posto la loro sede fiscale a Montecarlo, ma usano gli stessi beni pubblici. Tanti, di fronte allo spettacolo di questa ingiustizia si incattiviscono e iniziano ad evadere. Altri imprenditori, lavoratori e cittadini, si indignano, e come e più di tutti chiedono giustizia. Ma non si incanagliscono e vanno avanti. E non solo per ottemperare all’obbligo fiscale: sanno di fare anche un dono. E il dono va ringraziato. Se non ci fossero questi "pochi giusti" (che così pochi, poi, non sono) la città si sarebbe già auto-distrutta. Un grazie doloroso, che diventa anche “scusa”, deve poi arrivare a quegli imprenditori che non ce l’hanno fatta e hanno dovuto chiudere l’impresa, lasciando a casa tanti lavoratori, in mezzo a grandi sofferenze e angosce (ne conosco molti). "L’uomo non è il suo errore", ho letto in una comunità di Don Oreste Benzi. "L’imprenditore non è il fallimento della sua impresa", si può sempre ricominciare.

Grazie poi ai tanti accompagnatori e accompagnatrici dei poveri e dei soli, che con la forza dell’agape curano le disperazioni. Ai tanti amministratori pubblici onesti, che non mollano quando avrebbero molte ragioni per farlo. Alle maestre e agli insegnanti, che in una scuola ferita, impoverita e disprezzata continuano ad amare i nostri figli. Infine – ma dovremmo continuare a lungo – grazie alle famiglie, alle madri e ai padri, e ancora di più agli anziani, che continuano a rammendare la fides, quella fede e quella corda che ancora ci tiene assieme. Rammendano il tessuto sociale e ci rammentano le nostre radici e le nostre storie.

Nelle “Mille e una notte”, Sharazad per non morire non doveva smettere di raccontare storie. Se oggi vogliamo vivere e far vivere dobbiamo raccontarci più storie di vita vera, trovare insieme nuove ragioni di speranza non vana, e ripeterci continuamente l’un l’altro “non mollare”. E non smettere di ringraziare.

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Fine di un anno: i grazie e le storie da dire

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/12/2013

Il mondo greco per indicare ciò che oggi chiamiamo tempo usava due parole: chronos e kairos. Per il tempo-chronos il giorno di San Silvestro è un giorno come gli altri. Per il tempo-kairos, invece, le ore e gli anni sono diversi: il giorno in cui è morto Nelson Mandela (il 4 dicembre), o quello in cui è stato eletto Francesco (il 13 marzo) sono stati giorni di qualità diversa, che hanno inciso la tavoletta piatta del tempo.

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Alleniamo gli occhi

Alleniamo gli occhi

Fine di un anno: i grazie e le storie da dire di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 31/12/2013 Il mondo greco per indicare ciò che oggi chiamiamo tempo usava due parole: chronos e kairos. Per il tempo-chronos il giorno di San Silvestro è un giorno come gli altri. Per il tempo-kairos, invece...
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Commenti - Quali indicatori del benessere

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 04/12/2013

Ogni anno, da quasi un quarto di secolo, torna puntuale la classifica del Sole24Ore sulla qualità della vita delle province italiane. E ogni volta il dibattito pubblico si concentra sulla prima e l’ultima provincia della classifica, e ciascuno controlla se la sua città è salita o scesa nel ranking. Quest’anno, per la cronaca, la maglia rosa spetta a Trento, quella nera a Napoli.

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Non si coglie invece l’occasione per discutere davvero sulle metodologie e sulle potenti ideologie che sottostanno a questi esercizi statistici, sui limiti e le potenzialità delle misurazioni, e sulle cose invisibili, spesso molto importanti, che queste statistiche non riescono a vedere, o che non vogliono vedere. Questi dati dicono qualcosa sul nostro Paese, ma non tutto, e per alcune dimensioni della vita dicono cose parziali e a volte errate.

Una prima domanda decisiva riguarda la concezione di ‘qualità della vita’ che sottosta’ a questa classifica. Essendo prodotta dal principale giornale economico italiano, non deve stupirci il peso dell’economia in rapporto alle altre dimensioni non economiche. Ma ciò che convince sempre meno è presentare questi indici come indici e numeri di qualità della vita tout court. E non convince perché mancano elementi essenziali per (almeno tentare di) misurare la qualità della vita delle persone e delle comunità. Tra i grandi assenti ci sono le nostre relazioni. Una qualità della vita che non vede le relazioni tra le persone, vede poco e non capisce che la qualità della vita di una persona, magari donna, con 1500 euro al mese di stipendio e con due bambini, è molto diversa se abita in città o in un villaggio, se ha, o non ha, attorno a sé reti parentali e amicali robuste, e di quanti beni comuni può usufruire gratuitamente per sé e per i suoi bambini. Lo sguardo culturale di questi indici e classifiche del Sole non è capace di vedere relazioni ma solo individui, in linea con l’approccio metodologico della scienza economica dominante. E così si racchiude la poca socialità ‘vista’ dentro la categoria “svago”, come se le nostre relazioni, la nostra cultura e il volontariato fossero faccende di “svago” o di spensieratezza. Inoltre, nei dati economici (“tenore di vita”) non c’è spazio per nessun indicatore di diseguaglianza di reddito e ricchezza.

Infine, nessun spazio è dato agli indicatori soggettivi. La qualità della vita, lo sanno tutti gli studiosi attrezzati di questa complessa materia, è un intreccio indistricabile di elementi oggettivi (reddito, servizi, istituzioni …) e di elementi soggettivi, cioè la mia percezione della qualità della mia vita e di quella delle mie comunità.  Gli indicatori soggettivi e dei beni relazionali erano poco sviluppati quando, 24 anni fa, iniziò questa pubblicazione del Sole; oggi però sono abbondanti e disponibili, come ben sanno i ricercatori che hanno prodotto il BES, raggiungendo risultati molto più interessanti sul benessere degli Italiani. Senza indicatori soggettivi è molto difficile, ad esempio, catturare gli effetti della depressione che sta diventando un’autentica epidemia di massa.

Non credo che inserendo indicatori soggettivi di “gioia” e di “tristezza” del vivere, di beni relazionali, di solitudini e di depressioni, vedremmo Napoli e Taranto ai primi posti di questa diversa classifica (il nostro Sud soffre veramente molto), ma potremmo capire meglio la qualità della vita in città come Rovigo, Teramo o Enna.
Le statistiche e i numeri sono importanti per le democrazie. Non dobbiamo lasciarli ai soli addetti ai lavori, perché dietro quei numeri si celano molte cose importanti, tra cui la comprensione del nostro Paese, dei Sud dell’Europa e del mondo e dei loro ‘valori meridiani’ (che pur esistono). Dobbiamo però usare occhiali teorici più sofisticati, capaci di vedere e raccontare le relazioni insieme agli individui, i luoghi insieme al reddito, i beni comuni e i beni privati, e così raccontare storie antiche e nuove di qualità della vita e di umanesimo integrale. Altrimenti finiamo per misurare la qualità della vita di persone deprivate, dalle nostre ideologie, delle qualità umane più importanti da misurare.

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Commenti - Quali indicatori del benessere

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 04/12/2013

Ogni anno, da quasi un quarto di secolo, torna puntuale la classifica del Sole24Ore sulla qualità della vita delle province italiane. E ogni volta il dibattito pubblico si concentra sulla prima e l’ultima provincia della classifica, e ciascuno controlla se la sua città è salita o scesa nel ranking. Quest’anno, per la cronaca, la maglia rosa spetta a Trento, quella nera a Napoli.

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Città, numeri e occhiali giusti

Città, numeri e occhiali giusti

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La vocazione e il senso delle «municipalizzate», il dovere dell’efficienza

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 23/11/2013

 Quanto sta avvenendo in questi giorni a Genova ci sta dicendo, pur con le sue inevitabili ambivalenze (e strumentalizzazioni), qualcosa di importante per la nostra economia, e democrazia. Per comprendere qualche cosa che non emerge dalla semplice cronaca, è necessario tornare all’origine delle ‘aziende municipalizzate’, che oggi in Italia sono quasi cinquemila.

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Questa forma di impresa ha fatto la sua comparsa in Italia all’inizio del ‘900. Un ruolo cruciale lo svolse l’economista Giovanni Montemartini, di Montù Beccaria (Pavia), che giustificava l’importanza della creazione di queste imprese sulla base di due principi: quello del municipio (o municipalismo italiano) e quello di efficienza economica. Montemartini, di tradizione socialista ma conoscitore dell’economia liberale, fondava la sua proposta sulla vocazione ‘municipale’ o comunale dell’Italia. I comuni, le città, hanno avuto nella nostra storia secolare una centralità molto più decisiva delle successive province, regioni e perfino dello Stato nazionale: “Solo coll'avvento della democrazia nell'impresa politica, colla conseguente conquista dell'autonomia locale, il sistema delle municipalizzazioni troverà le sue condizioni propizie di sviluppo” (1902). Anche questa è sussidiarietà. Ma il suo secondo principio era proprio l’efficienza economica: “Ogni economia, per raggiungere certi scopi, può darsi o all'impresa privata o all'impresa politica; e le due imprese devono avere la stessa produttività marginale in ogni momento”. Montemartini, insieme a molti altri economisti di ieri e di oggi, era dunque convinto che quando si ha a che fare con beni comuni e pubblici, l’impresa che lui chiama “politica” (bella espressione!) fosse in genere più efficiente di quella privata. Oggi, invece, per un’imperante, subdola, non dichiarata ideologia del capitalismo individualista e finanziario, la tesi dominante è quella opposta: efficienza è sinonimo di privatizzazione, e tutto ciò che è pubblico dice sprechi, clientelismo, inefficienza, perdite. Per Montemartini le imprese municipalizzate dovevano essere “imprese che non fanno né guadagni né perdite”, un’idea quindi di impresa civile molto più antica, e italiana, del nordamericano ‘non-profit’, alieno alla nostra cultura.

Ad oltre un secolo di distanza dall’economista pavese, resta vero che le imprese che hanno a che fare con i beni comuni non possono, né devono, massimizzare profitti. Lo scopo che le muove non può, né deve, essere la ricerca del massimo lucro. Dietro il trasporto pubblico, ad esempio, si nasconde oggi buona parte della qualità della vita dei nostri studenti, degli anziani, e soprattutto dei poveri. E invece l’ideologia dominante in tema di privatizzazioni, tema tornato oggi di moda per necessità di cassa, ci sta convincendo che metro, asili nido, musei, scuole, ospedali, siano aziende come tutte le altre, e quindi mosse dalla stessa cultura, motivazioni, strumenti, scopi: la ricerca del massimo profitto. Ma come mai, dovremmo seriamente chiederci, nessuno si preoccupa che non siano aziende, ma puri centri di costo (e di costi enormi), gli eserciti, i tribunali, i parlamenti e tante altre istituzioni? Chi decide, allora, e in quali luoghi (per favore non negli uffici dei commissari della spending review!), quali siano i beni comuni “non economici”, perché sono da assicurare a tutti i cittadini, e quelli da far gestire invece dal mercato for-profit?

Gli economisti rispondono a queste domande ripetendo che grazie alla regolazione pubblica dei beni e servizi comuni ‘privatizzati’, è possibile mettere insieme equità (accesso universalistico ai beni pubblici) e profitti per le imprese. Certo, la teoria ce lo insegna. Ma poi alcuni cittadini guardano le differenze di qualità, e di civiltà, tra i treni ad alta velocità e i treni dei pendolari; altri osservano l’efficienza, per così dire, di grandi imprese ex-pubbliche privatizzate; e altri ancora vedono i fallimenti economici, la corruzione e gli scandali (tra cui l’evasione e i paradisi fiscali) di grandi imprese private. E così tutti questi cittadini si chiedono se è proprio vero che l’impresa for-profit (chiamiamo la privatizzazione col suo giusto nome) sia più efficiente di quella pubblica; e, magari guardando a che cosa accade in Francia, si chiede se è proprio automatico che pubblico sia sinonimo di inefficienza e di sprechi.

So che ponendo queste domande alla cultura oggi imperante c’è da rischiare la scomunica dalla comunità degli economisti accademici (alla quale, ancora, appartengo). Ma la democrazia consisterebbe in massima parte nel porre al centro dell’agenda pubblica proprio queste domande, nel discutere pubblicamente quali ambiti vogliamo far regolare dal mercato for-profit e quali vogliamo invece lasciare al “municipio”, e ai suoi cittadini. Il modello di gestione delle imprese municipalizzate in molti casi (non sempre) non ha più funzionato nei decenni passati, anche perché si è progressivamente smarrito il nostro senso di appartenenza ad un municipio, ad una comunità, ad un comune (e ad un Bene comune). Non dobbiamo però pensare che la soluzione unica, o migliore, sia appaltare al mercato capitalistico i nostri tanti beni comuni. Dobbiamo invece lavorare, e a tutti i livelli, per far nascere nuove forme di imprese civili, che possano garantire l’efficienza nella gestione (e quindi la presenza anche di imprenditori), ma che abbiano scopi più grandi del profitto.

Quanto accade a Genova deve allora farci riflettere di più e di più assieme sull’importanza dei beni comuni nelle nostre città, che, come tanti beni, li apprezziamo quando rischiano di scomparire. Anche senza essere esperti di teoria economica, i cittadini sanno, o intuiscono, che quando un bene comune diventa privato, in città si riduce lo spazio del pubblico. E così ci impoveriamo tutti, perché la nostra ricchezza, e la nostra povertà, sono fatte di beni privati ma anche, e soprattutto, di beni pubblici. C’è poi un urgente bisogno civile di ripensare e rivalutare la semantica del pubblico. C’è una disistima strisciante e crescente per tutto ciò che è pubblico, inclusi i dipendenti pubblici che troppo spesso non si sentono, e non sono, rispettati. Ma se non ricominciamo a coniugare pubblico (che, pure, non è sinonimo di statale) con parole positive, civili ed alte, non faremo altro che svendere i beni pubblici  al primo mercante di profitti, e ci impoveriremo tutti.

Tutti i commenti di Luigino Bruni su Avvenire sono disponibili nel menù Editoriali Avvenire  

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La vocazione e il senso delle «municipalizzate», il dovere dell’efficienza

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 23/11/2013

 Quanto sta avvenendo in questi giorni a Genova ci sta dicendo, pur con le sue inevitabili ambivalenze (e strumentalizzazioni), qualcosa di importante per la nostra economia, e democrazia. Per comprendere qualche cosa che non emerge dalla semplice cronaca, è necessario tornare all’origine delle ‘aziende municipalizzate’, che oggi in Italia sono quasi cinquemila.

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Servizio non profitto

Servizio non profitto

La vocazione e il senso delle «municipalizzate», il dovere dell’efficienza di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 23/11/2013  Quanto sta avvenendo in questi giorni a Genova ci sta dicendo, pur con le sue inevitabili ambivalenze (e strumentalizzazioni), qualcosa di importante per la nostra ec...
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Commenti - Quel desiderio di ridarci valori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/11/2013

Logo CensisValori è una parola tra le più belle del nostro vocabolario. Ci dice, da sola, che i valori morali, il valore economico, ciò che per noi vale, che ha valore e dà valore ai beni e alla vita, sono tutte facce dello stesso prisma civile e culturale di un popolo. L’operazione davvero utile, ma molto difficile, è l’interpretazione delle analisi sociologiche che, come quella del Censis, cercano di trasformare la qualità in numeri, dedurre i nostri valori da risposte a questionari. L’economista Otto Albert Hirschman aveva colto molto della dinamica culturale e civile delle nazioni, quando negli anni Ottanta ci spiegò che esiste una specie di "ciclo politico-economico" che nelle società fa alternare stagioni di felicità privata a stagioni di felicità pubblica.

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Il dopoguerra, e poi gli anni 60-70 del Novecento, sono stati per l’Italia anni di felicità pubblica, quando la gente trovava la propria realizzazione piena nell’impegno politico e civile, e quando l’appartenenza a realtà più grandi della propria famiglia plasmava i nostri progetti di vita, e i nostri sogni.

 

Con la fine delle ideologie, la fine del secolo scorso e l’inizio di questo millennio stanno invece mostrando una lunga fase di ritorno alla ricerca di felicità privata, una stagione caratterizzata dalle passioni e dagli interessi individuali, da meno piazza e da più divano. Ci siamo ritrovati senza grandi narrative collettive, e così, un po’ spaesati e smarriti, siamo tornati a casa. Il grande boom dell’offerta dei beni di confort ha sostituito molti beni di creatività, quali l’impegno politico e civile, i beni relazionali, e ha determinato una diminuzione della felicità individuale e collettiva dei Paesi occidentali, di cui oggi tanto si parla a proposito e sproposito.

In realtà, la natura culturale dell’Italia e dell’Europa mediterranea, cattolica e latina è costituita proprio dall’intreccio di felicità private e di felicità pubbliche, e dalla certezza, nata dalle mille ferite della nostra lunga storia, che la felicità privata non dura e non è piena senza quella pubblica: quando dopo o prima del divano non c’è la piazza, o quando la piazza è quella dei talk show televisivi, il divano diventa un nemico della felicità, ci toglie giorno dopo giorno la gioia di vivere. Nessuno di noi associa la propria fioritura ai divani e alla tv, ma all’amore, all’amicizia, ai figli, agli ideali. E così se l’Italia è certamente dominata da quello che Guicciardini chiamava il "particulare", cioè la grande tendenza a far coincidere il mondo con la propria famiglia o al massimo della propria comunità, non meno vera e fondativa è la sua anima fatta dalle tante storie di vita civile, di bene comune e beni comuni, di grandi progetti collettivi e comunitari. Non a caso la "pubblica felicità" fu il nome che l’economia moderna prese in Italia, al culmine di secoli di vita civile e di forte spiritualità.

Il nuovo rapporto del Censis e la lettura positiva e ottimistica che di essi viene offerta, potrebbero spingerci a pensare che per il nostro Paese si sta avvicinando il punto di svolta nel ciclo "pubblico-privato". Si tratta, infatti, di dati che possono portare a intravvedere un’alba di felicità pubblica dentro l’imbrunire di questi nostri tempi. Domenica scorsa su questo giornale denunciavo il deterioramento di capitali civili e spirituali da cui dipende la gran parte della nostra mancanza di lavoro, di reddito e di prospettive. Quella analisi si rafforza dopo la lettura dei dati del Censis. In effetti, la voglia di comunità e di impegno civile che sembra riemergere dal cuore del nostro Paese che altro è se non una sete e una fame di beni che sentiamo minacciati e che sappiamo essere beni fondamentali per il benessere nostro e degli altri? Per questo il modo migliore e più fruttuoso di leggere lo studio del Censis non è consolarci e tranquillizzarci perché i valori degli italiani segnalano un desiderio e un bisogno di relazioni e di vita spirituale, ma attrezzarci tutti, e a tutti i livelli, per rafforzare quei patrimoni civili e spirituali per far sì che questa domanda e questo desiderio di  antichi nuovi valori civili e morali diventino comportamenti, azioni, stili di vita. I valori sono capaci di cambiamento solo quando diventano prassi e progetti sociali. Questi dati allora vanno letti come un grido di aiuto che si alza della nostra gente, che in questo momento di passaggio epocale sente il bisogno di aggrapparsi alla parte migliore di sé, alle sue radici, alla propria identità antica e grande, per sperare ancora, e di nuovo insieme.

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Commenti - Quel desiderio di ridarci valori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/11/2013

Logo CensisValori è una parola tra le più belle del nostro vocabolario. Ci dice, da sola, che i valori morali, il valore economico, ciò che per noi vale, che ha valore e dà valore ai beni e alla vita, sono tutte facce dello stesso prisma civile e culturale di un popolo. L’operazione davvero utile, ma molto difficile, è l’interpretazione delle analisi sociologiche che, come quella del Censis, cercano di trasformare la qualità in numeri, dedurre i nostri valori da risposte a questionari. L’economista Otto Albert Hirschman aveva colto molto della dinamica culturale e civile delle nazioni, quando negli anni Ottanta ci spiegò che esiste una specie di "ciclo politico-economico" che nelle società fa alternare stagioni di felicità privata a stagioni di felicità pubblica.

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La parte migliore di noi

La parte migliore di noi

Commenti - Quel desiderio di ridarci valori di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 7/11/2013 Valori è una parola tra le più belle del nostro vocabolario. Ci dice, da sola, che i valori morali, il valore economico, ciò che per noi vale, che ha valore e dà valore ai beni e alla vita, sono tutte...
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Le radici, l’intuizione, la lezione attuale dell’«impresa civile»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/10/2013

Adriano Olivetti ridAll’Italia manca da troppo tempo un codice simbolico e ideale condiviso capace di ricostituire un’unità civile, ideale e spirituale, sulla quale poi fondare anche nuovo sviluppo, anche economico. Da troppo tempo le storie collettive, e quindi anche quelle politiche, che raccontiamo non ci convincono più; sono troppo fragili, superficiali, di corto respiro, scariche simbolicamente perché senza uno soffio vitale capace di rianimare le ossa che popolano le tante moderne valli inaridite della nostra vita civile ed economica.

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 Eppure storie, narrative, miti capaci di futuro, perché grandi, popolari, carichi di simboli vitali (che sono gli aggettivi di tutte le storie capaci di generare risurrezioni), all’Italia non mancano. L’avventura umana, economica, spirituale e industriale di Adriano Olivetti (alla quale Rai1 dedica, tra ieri e oggi, una fiction in due parti) è una di queste storie. 

Olivetti non è una gloriosa eccezione in una storia economica italiana diversa, né un eroe o un cavaliere solitario. È stato invece una espressione del migliore genio italiano. Ci ha mostrato che l’impresa può essere a un tempo solidale, sulla frontiera dell’innovazione tecnologica, leader mondiale e radicata in un territorio e in una comunità, basata sulle persone e di grandi dimensioni, laboratorio intellettuale e parlare in dialetto, includere i poveri e generare molti profitti. La tradizione economica italiana, quella che alcuni chiamiamo Economia civile, è stata eccellente e faro per il mondo intero quando ha saputo coniugare questi elementi che invece il capitalismo attuale, anche quello nostrano, tende sistematicamente e scientemente a contrapporre.

Negli ultimi decenni abbiamo infatti dato vita a un sistema economico e sociale dicotomico e separato cioè letteralmente dia-bolico. Così oggi abbiamo la grande impresa che vede i territori e le loro istanze come una minaccia alla propria efficienza (e quindi delocalizza), mentre l’economia sociale è relegata, e spesso segregata, nel mondo del "piccolo è bello". Nelle grandi imprese non si parla più né il dialetto né l’inglese vero né l’italiano, perché si sono perse le lingue vitali antiche, quelle dell’economia contadina e artigiana, e non si ha la cultura e il tempo per impararne (bene) altre.

E, infine, ma potremmo continuare a lungo, chi opera (e ce ne sono tanti anche in Italia) nei settori della grande innovazione tecnologica non ha alcun contatto con chi opera nel sociale e ha a che fare con la povertà. Tutto ciò è esattamente l’opposto di quanto ha fatto, pensato, vissuto e sognato Adriano Olivetti assieme agli altri imprenditori civili della sua generazione, che l’Italia del dopoguerra, uscita da grandi ferite, era stata capace di generare.

Le ragioni del tradimento che l’economia italiana ha operato nei confronti del paradigma di Olivetti sono molte e complesse (e ancora poco esplorate). Un ruolo l’hanno avuto le infelici sorti dell’impresa Olivetti dopo Adriano; ma soprattutto all’Italia dei decenni passati, e a quella di oggi, è mancata una capacità culturale e di pensiero per immaginare e ricostruire una via civile all’impresa e all’economia. Le ideologie di destra e di sinistra erano culturalmente incapaci di capire che dietro all’esperimento di Adriano Olivetti si nascondeva qualcosa di estremamente importante per l’Italia: la possibilità di concepire, e di praticare, un’economia di mercato che non fosse quella capitalistica che si stava affermando negli Usa, né quella collettivistica russa, né quelle svedese, giapponese o tedesca.

Quella di Olivetti era semplicemente l’economia italiana, cioè l’erede dell’economia dei Comuni, dell’Umanesimo civile, degli artigiani artisti, dei cooperatori... La "terza via" di Olivetti era troppo italiana per poter essere riconosciuta dagli italiani, perché metteva a reddito, in piena post-modernità, i tratti tipici e migliori della nostra vocazione: creatività, intelligenza, comunità, relazioni, territori. Uno "spirito del capitalismo" italiano, ed europeo, quindi diverso da quello americano che stava già dominando il mondo, dove il sociale inizia quando si esce dai cancelli dell’impresa e l’imprenditore crea la fondazione filantropica "per" i poveri. Il capitalismo di Olivetti si occupava del sociale e dei poveri durante l’attività d’impresa. È l’inclusione produttiva è una delle parole-chiave dell’umanesimo olivettiano, una parola ancora oggi tutta da esplorare.

E così il capitalismo italiano post-olivettiano si è smarrito. Una parte di esso si è appropriato dell’anima sociale e solidaristica (quella che oggi chiamiamo appunto economia non-profit, terzo settore: tutte espressioni aliene dalla nostra storia), e gli imprenditori industriali sono diventati troppo spesso pallide imitazioni, a volte caricature, dei loro colleghi d’oltreoceano, perché mancanti di quelle virtù calviniste essenziali per far funzionare, a modo suo, quel capitalismo diverso. Forse sono passati ormai troppi anni dalla morte, prematura, di Adriano in un ormai lontano 1960.

Troppi anni per pensare di riprendere, oggi, le fila di un discorso economico-civile interrotto, e che dai mercanti medioevali era giunto, vivo nei secoli, fino a Ivrea. La nostra storia è ormai quella che conosciamo, e non è quella immaginata e realizzata da Adriano. Ma un popolo può uscire dal deserto se sa fare memoria, se sa ricordare, e prima riconoscere, l’esistenza e l’insegnamento dei suoi patriarchi. E anche se la storia non torna indietro, possiamo sempre correggere, o invertire, la rotta.

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Le radici, l’intuizione, la lezione attuale dell’«impresa civile»

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/10/2013

Adriano Olivetti ridAll’Italia manca da troppo tempo un codice simbolico e ideale condiviso capace di ricostituire un’unità civile, ideale e spirituale, sulla quale poi fondare anche nuovo sviluppo, anche economico. Da troppo tempo le storie collettive, e quindi anche quelle politiche, che raccontiamo non ci convincono più; sono troppo fragili, superficiali, di corto respiro, scariche simbolicamente perché senza uno soffio vitale capace di rianimare le ossa che popolano le tante moderne valli inaridite della nostra vita civile ed economica.

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Olivetti, una storia italiana da capire e ricominciare

Olivetti, una storia italiana da capire e ricominciare

Le radici, l’intuizione, la lezione attuale dell’«impresa civile» di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 29/10/2013 All’Italia manca da troppo tempo un codice simbolico e ideale condiviso capace di ricostituire un’unità civile, ideale e spirituale, sulla quale poi fondare anche nuovo sviluppo...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/7

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 22/09/2013 

La reciprocità è la legge aurea della socialità umana. La reciprocità spiega molto più di ogni altra singola parola la grammatica fondamentale della società, anche quella dell’indignazione, delle vendette e delle interminabili cause in tribunale. Il DNA dell’animale politico è un’elica fatta dell’intreccio di dare e di ricevere. Anche l’amore umano è essenzialmente una faccenda di reciprocità, dal suo primo istante all’ultimo, quando spesso si lascia questa terra stringendo la mano di qualcuno che si ama, o, in sua assenza, stringendola dentro con le ultime energie della mente e del cuore.

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Questa dimensione di reciprocità dell’amore, dove amiamo chi ci ama, le culture umane l’hanno espressa in vari modi e con molte parole. In quella greca le più note erano eros e philia, due forme di amore diverse, ma che hanno in comune la reciprocità, il bisogno fondamentale della risposta dell’altro. L’eros è una reciprocità diretta, biunivoca, esclusiva, dove l’altro viene amato perché ci colma una indigenza, ci sazia, riaccendendolo, un desiderio vitale. Nella philia greca (che assomiglia a ciò che oggi chiamiamo amicizia), la reciprocità è più articolata: si tollera la mancata risposta dell’altro, non si fanno sempre i conti di dare e di avere, e si può perdonare molte volte. Ecco perché mentre l’eros non è una virtù, la philia lo può essere, perché richiede fedeltà all’amico che, temporaneamente, tradisce e non reciproca l’amore. Ma l’amore-philia non è un amore incondizionale, perché s’interrompe quando l’altro o l’altra con la sua non-reciprocità mi fa capire che non vuole più essere mio amico.

 L’eros e la philia sono essenziali e splendidi per ogni vita buona, ma non bastano. La persona è grande perché non le basta la già grande reciprocità, vuole l’infinito. Così, a un certo punto della storia, quando il tempo si fece maturo, nacque il bisogno di trovare un’altra parola per dire una dimensione dell’amore non racchiusa in quelle due semantiche dell’amore, pur già ricche e alte. Questa nuova parola fu agape, non del tutto inedita nel vocabolario greco, ma nuovi furono l’uso e il significato che le attribuirono “quelli della strada”, il primo (bellissimo) nome dei cristiani. Ma l’agape non fu un’invenzione; fu una rivelazione di una dimensione presente, in potenza, nell’essere di ogni persona, anche quando resta sepolta e aspetta qualcuno che le dica “vieni fuori”. L’agape non è una forma di amore che comincia quando finiscono le altre, non è il non-eros o la non-philia, perché è la sua presenza che rende ogni amore pieno e maturo. Perché è l’agape che dona all’amore umano quella dimensione di gratuità che non è garantita dalla philia, tanto meno dall’eros; e così, aprendole, compie tutte le virtù, che in sua assenza sono soltanto sottile egoismo. Anche per questa ragione quando i latini tradussero l’agape, scelsero charitas, che nei primi tempi era scritta con l’acca, una lettera tutt’altro che muta, perché diceva molte cose.

Innanzitutto che quella charitas non era né amoramicitia, era qualcos’altro. Poi che quella charitas non era più la caritas dei mercanti romani, che la usavano per esprimere il valore dei beni (ciò che costa molto, che è “caro”). Ma quell’acca voleva anche ricordare che charitas rimandava anche ad una altra grande parola greca: charis, grazia, gratuità (“Ave Maria, piena di charis”). Non c’è agape senza charis, né charis senza agape. Così la philia può perdonare fino a sette volte, l’agape fino a settanta volte sette; la philia dona la tunica, l’agape anche il mantello; la philia fa un miglio con l’amico, l’agape due, e anche col non-amico. L’eros sopporta, spera, copre poco; la philia copre, sopporta, spera molto; l’agape spera, copre e sopporta tutto.

La forma d’amore dell’agape è anche una grande forza di azione e di cambiamento economico e civile. Tutte le volte che una persona agisce per il bene, e trova nell’azione stessa e dentro di sé le risorse per andare avanti anche senza reciprocità, lì è all’opera l’agape. L’agape è l’amore tipico dei fondatori, di chi dà inizio a un movimento, a una cooperativa, senza poter contare sulla reciprocità degli altri, e dove è richiesta fortezza e perseveranza nelle lunghe solitudini. L’agape non condiziona la scelta di amare alla risposta dell’altro, ma quando questa risposta manca soffre, perché l’agape è pieno nella reciprocità (<vi do un comandamento nuovo: amatevi!>), ma non sta male al punto di interrompere il suo amore non amato. La pienezza della reciprocità agapica si esprime anche in un rapporto ternario: A si dona a B, e B si dona a C, una transitività dell’agape che non è presente né nella philia, né, tantomeno, nell’eros. Anzi, questa dimensione di “terzietà” e di apertura è essenziale perché si dia agape.

Persino l’amore materno e paterno verso un figlio non sarebbe agapico, e quindi maturo e pieno, se si esaurisse nella relazione A => B, B => A, senza la dimensione B => C …, che supera ogni tentazione di amore incestuoso o narcisistico. Questo bisogno di reciprocità, l’andare avanti anche quando manca la risposta, rendono l’agape un’esperienza relazionale a un tempo vulnerabile e fertile. L’agape è una ferita fecondissima. È l’agape che rende le comunità luoghi accoglienti e inclusivi, porte spalancate e mai chiuse, che scardina gerarchie sacrali, ordini castali, e ogni tentazione di potere. L’agape poi è essenziale per ogni Bene comune, anche perché conosce un tipo di perdono che è capace di cancellare il male ricevuto. Chiunque sia stato vittima del male, di ogni male, sa che quel male fatto e ricevuto non può essere pienamente compensato né riparato dalle pene e dai risarcimenti civili. Continua a operare, è una ferita che resta lì; a meno che un giorno non incontri il perdono dell’agape che, a differenza del perdono dell’eros e della philia, ha la capacità di sanare ogni ferita, anche quelle mortali, e farla diventare l’alba di una resurrezione.

C’è però una tesi che ha attraversato la storia della nostra cultura. L’agape – si dice – non può essere una forma di amore civile, perché a causa della sua vulnerabilità non sarebbe prudente. La si potrebbe vivere soltanto nella vita familiare, spirituale, forse nel volontariato; ma nelle piazze e nelle imprese dovremmo accontentarci soltanto dei registri dell’eros (incentivi) e, al massimo, della philia. Una tesi molto radicata, anche perché si fonda anche sull’evidenza storica delle moltissime esperienze nate dall’agape e poi retrocesse alla sola gerarchia o al comunitarismo. È la storia di quelle tante comunità partite con l’agape e che di fronte alle prime ferite si sono trasformate in sistemi molto gerarchici e formalistici. O esperienze nate aperte e inclusive, e che dopo i primi fallimenti hanno chiuso le porte espellendo i diversi. La storia è anche il susseguirsi di queste “retrocessioni”, che però non riducono il valore civile dell’agape, e che dovrebbe spingerci a mettere più agape, non meno, anche nella politica, nelle imprese, nel lavoro. Perché tutte le volte che l’agape appare nella storia umana, anche quando vi resta per poco, pochissimo, tempo, non lascia mai il mondo come l’aveva trovato. Innalza per sempre la temperatura dell’umano, pianta un nuovo chiodo nella roccia, e chi domani riprenderà la scalata partirà qualche metro, o centimetro, più in alto.

Nessuna goccia d’agape sulla terra va sprecata. L’agape allarga l’orizzonte di possibilità di bene dell’umano, è il lievito e il sale di ogni pane buono. Il mondo non muore, e la vita ricomincia ogni mattina, perché ci sono persone capaci di agape: <Sono tre le cose che rimangono: la fede, la speranza, e l’agape. Più grande di tutte è l’agape>.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/7

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 22/09/2013 

La reciprocità è la legge aurea della socialità umana. La reciprocità spiega molto più di ogni altra singola parola la grammatica fondamentale della società, anche quella dell’indignazione, delle vendette e delle interminabili cause in tribunale. Il DNA dell’animale politico è un’elica fatta dell’intreccio di dare e di ricevere. Anche l’amore umano è essenzialmente una faccenda di reciprocità, dal suo primo istante all’ultimo, quando spesso si lascia questa terra stringendo la mano di qualcuno che si ama, o, in sua assenza, stringendola dentro con le ultime energie della mente e del cuore.

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 Agape (La grande alba)

Agape (La grande alba)

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/6

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/09/2013

Ci sono parole che hanno la capacità di esprimere, da sole, un tutto. Giustizia, bellezza, verità, hanno una forza e una interezza da non farci sentire il bisogno di affiancarvi altri aggettivi per completarle. Cos’altro aggiungere a una persona vera, a un uomo giusto, a una vita bella? Fede è una di queste poche parole grandi e assolute. Si può vivere a lungo, e a volte anche bene, senza denaro e beni, ma non si vive senza credere. Tutti siamo capaci di fede, perché nello spazio interiore di ogni persona c’è una “finestra” che dà verso un “oltre”, una feritoia che rimane lì anche quando, guardandoci dentro, non vediamo (più) nulla, persino quando la muriamo per mettere al suo posto scaffali o il televisore.

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E proprio perché è una parola grande dell’umano, la fede è anche una parola dell’economico.

La storia economica e civile dell’Europa è anche, e soprattutto, una storia di fede. Ciò che rende ancora splendida la nostra terra sono soprattutto quelle opere d’arte e di architettura nate dalla fede dei nostri antenati, capaci di dar inizio a cantieri di vere grandi opere perché animati dalla fede in cose più grandi della loro esistenza terrena.

 Chiese, abbazie, la cappella Baglioni, Mantova, Lisbona, sono fiorite da una fede che ancora oggi genera lavoro nei settori che ci stanno salvando, dove raccogliamo frutti di semi che altri hanno seminato nel passato per noi, perché dalla finestra delle loro anime e del loro tempo sapevano vedere cose più grandi. E così tanta gente, oggi, riesce a lavorare e a vivere bene grazie ai tanti che in passato hanno investito la loro ricchezza pensando anche a un futuro lontano abitato da altri esseri umani che, grazie alla fede (e non solo religiosa) sentivano veramente prossimi. Anche per questa ragione la fede è corda (fides), la fune che lega tra di loro cittadini e generazioni: è tradizione, cioè trasmissione di un’alleanza, di un patto, che vive nel tempo e nella storia; è un filo d’oro. Quale “grano” stiamo seminando oggi per i raccolti delle future generazioni? Senza fides un vecchio non getta nel terreno un seme di quercia; senza fides l’orizzonte del mondo diventa il soffitto di casa o dell’ufficio, troppo basso per quell’essere malato di infinito che è la persona, che fin dall’epoca delle capanne e dei nuraghi sentiva il bisogno di bucarne le sommità, e non solo per fare uscire il fumo del fuoco, ma anche perché il suo cielo fosse più alto della sua casa. In assenza di questo sguardo profondo che ci eleva, ci si rassegna agli scenari della tv, ai suoi cieli virtuali, che non hanno né il calore del sole né la profondità dell’orizzonte né la brezza dell’aria, che entrano solo quando apriamo la finestra di casa. L’opposto della fede è sempre stata l’idolatria, che non è l’atteggiamento di chi non crede a nulla, ma di chi crede a troppe cose, finte e manufatte.

Ma la fides-fede è stata essenziale anche per la nascita dei mercati. Essa ha offerto la base per i grandi commerci, rispondendo alla domanda principale di ogni economia di mercato: perché dovrei fidarmi di uno sconosciuto? Agli albori della nostra economia, quando i mercanti passavano da una città a un'altra o si incontravano nelle fiere lungo i grandi fiumi europei, i sistemi giuridici, i tribunali e le sanzioni erano molto fragili, spesso inesistenti. Ma per operazioni commerciali complesse, rischiose, lunghe e costose, c’era bisogno di un vero atto di fiducia nella controparte. Ecco, allora, che principale garanzia per poter credere che l’altro avrebbe fatto la sua parte e spedito la merce l’offrì la fede: ci si poteva fidare dell’altro sconosciuto perché in fondo non era veramente uno sconosciuto. Aveva la mia stessa fede (cristiana), e quindi potevo dargli fiducia, perché era fedele. Così la fides (fede e fiducia) rese la grande Europa una comunità simile alla polis greca di Pericle, divenne una nuova forma di philia per poter scambiare. Una polis, però, ora enormemente più ampia, con mercati molto estesi che moltiplicarono ricchezze e incontri commerciali, civili, religiosi. La fede divenne fiducia, e la fiducia generò mercati e ricchezza. L’Europa fu il frutto di questa fides-fiducia-corda-credere-credito. Ma quando con la Riforma protestante, e poi con la controriforma cattolica, questa fides si spezzò, nacque il capitalismo, che inventò, poco a poco, una nuova fides, quella delle banche centrali e della finanza. Questa rivoluzione culturale rifondò l’Europa, e poi gli Usa che l’incarnarono in pienezza, dando vita a un capitalismo della nuova “sola fide”. Ma tra la prima e la seconda fides ci sono differenze cruciali.

Quella prima fides, ad esempio, era un bene relazionale, perché – anche se esistevano monete, titoli e banche – Niccolò si fidava di Miguel, e lo scambio avveniva grazie a una apertura di credito a una persona in carne ed ossa, e quindi era una esperienza intrinsecamente fragile e vulnerabile, esposta all’abuso – e perciò umana. L’invenzione della nuova fede-religione capitalista non ebbe più bisogno di questa fiducia relazionale e personale, perché iniziò quella spersonalizzazione delle relazioni economiche, che è cresciuta fino a letteralmente esplodere nell’ultima crisi del nostro tempo, che dipende in larga parte dall’aver costruito un sistema finanziario lontanissimo e indipendente da quei rapporti umani di fiducia che generano i beni economici. Così la risposta di una banca capitalistica a una richiesta di finanziamento di una buona impresa in difficoltà è affidata, troppo spesso e sempre di più, all’indice che fuoriesce da un algoritmo, senza nessun “credito” e nessun incontro tra persone – e così diventa disumana. La nostra crisi ci sta dicendo che dobbiamo tornare ad incontrarci e a fidarci delle persone e delle loro vulnerabilità, perché quando l’economia e la finanza perdono contatto con il volto dell’altro, diventano luoghi disumani. Se oggi non ritroviamo e riattiviamo tutte le dimensioni della fides, a partire dai territori, nessuna manovra e nessun governo ci potrà veramente salvare.

Ma non esiste soltanto un legame fondamentale tra fede e fiducia. Un’altra declinazione o dimensione essenziale della fede è fedeltà, come ci ricorda anche l’anello delle nozze (fede, aliança). La fede ha molto a che fare con la fedeltà, perché ogni vera esperienza di fede è prima di tutto una storia di amore, adesione a un patto – e quindi è anche virtù. La fede fiorisce in pienezza quando siamo fedeli nella notte della fede, quando ci aggrappiamo a quella corda, quando continuiamo a dar fiducia a un incontro-alleanza che appare ormai molto lontano e sfocato, quasi un auto-inganno consolatorio, o quando per troppo tempo la nebbia al di là di quella finestra non si dilegua, non ricordiamo più le forme dell’antico paesaggio, e viene voglia di non aprirla più e accendere la tv dei finti cieli. E scoprire, poi, che in quelle notti fedeli siamo stati fedeli soprattutto alla parte più vera e profonda di noi. Si può arrivare a essere giusti e veri anche senza fede, mai senza fedeltà.

Chi vive questa dimensione fedele della fede è capace di vero dialogo e di vera fraternità con chi la fede non ha, con chi l’ha persa o ne ha di diverse, e sa persino spostare le montagne, perché non le sposta per sé. È questa fede che apre a vette altissime di umanità, di economia, di impresa, dove la fede continua ancora a generare cose straordinarie. Le persone fedeli sono sempre importanti per il Bene comune e per la bellezza della terra, ma sono indispensabili per uscire da ogni crisi, perché sanno indicarci un orizzonte più grande, sanno bucare il tetto della nostra Casa comune e mostrarci un cielo più alto, per ricominciare.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/6

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/09/2013

Ci sono parole che hanno la capacità di esprimere, da sole, un tutto. Giustizia, bellezza, verità, hanno una forza e una interezza da non farci sentire il bisogno di affiancarvi altri aggettivi per completarle. Cos’altro aggiungere a una persona vera, a un uomo giusto, a una vita bella? Fede è una di queste poche parole grandi e assolute. Si può vivere a lungo, e a volte anche bene, senza denaro e beni, ma non si vive senza credere. Tutti siamo capaci di fede, perché nello spazio interiore di ogni persona c’è una “finestra” che dà verso un “oltre”, una feritoia che rimane lì anche quando, guardandoci dentro, non vediamo (più) nulla, persino quando la muriamo per mettere al suo posto scaffali o il televisore.

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Fede  (Il tetto bucato)

Fede (Il tetto bucato)

Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/6 di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 15/09/2013 Ci sono parole che hanno la capacità di esprimere, da sole, un tutto. Giustizia, bellezza, verità, hanno una forza e una interezza da non farci sentire il bisogno di affiancarvi altri aggettivi per c...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/5

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 08/09/2013 

La vera risorsa scarsa della nostra civiltà si chiama speranza. La speranza è senz’altro una virtù, ma dietro questa grande parola si nascondono molte cose, alcune più grandi della virtù e altre più piccole. Come ogni nobile e antica parola, la speranza assomiglia a quelle città stratificate, che nei secoli hanno conosciuto molte vite e diverse civiltà. C’è, infatti, un primo livello di speranza - che appare subito perché molto superficiale - che non è una virtù, ma è un male.

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E’ quella speranza che la mitologia greca pone dentro il vaso di Pandora (il vaso che conteneva tutti i mali), e che, misteriosamente e ambiguamente, non fuoriesce insieme agli altri mali per inondare il mondo, restando rinchiusa nel vaso.

È la speranza che San Paolo chiama “vana”, quella a cui ricorrono spesso i potenti, quando invitano i cittadini a sperare in riprese immaginarie e in futuri migliori, mentre non fanno nulla, o troppo poco, per migliorare le condizioni di vita del presente. La speranza di vincere al lotto e ai gratta-e -vinci, o l’atteggiamento di chi di fronte ad una richiesta di aiuto risponde: “speriamo in bene”, una frase dal costo (e dal valore) nullo, che segna la fine di quell’incontro e il mancato inizio di un impegno responsabile per trovare insieme una soluzione concreta. È questa la speranza ‘oppio dei popoli’, che spesso è diventata, e diventa, strumento di dominio, soprattutto sui poveri, vittime di illusioni create ad arte per mantenerli nella loro indigenza e miseria. Questa speranza è un male perché può farci vivere, o quantomeno sopravvivere, senza l’impegno per diventare noi protagonisti della nostra felicità, aspettando passivamente che la salvezza arrivi dalla sorte, dagli dei, dallo stato. È contro questa speranza vana e illusoria che già la filosofia greca, e poi decisamente il cristianesimo, hanno sferrato una battaglia durissima, al fine di liberare le persone da malevole speranze ingannatrici, e così aprirci la speranza che non delude. Una battaglia che, dobbiamo riconoscerlo, è stata sostanzialmente persa, se guardiamo a quanta illusione e finte speranze produce la nostra cultura dei consumi e della TV (sono impressionanti i dati sulle ore trascorse, sempre più soli, di fronte alla TV: siamo tornati ai livelli altissimi degli anni ’80).

 

Se scaviamo più in profondità, troviamo un secondo livello o strato della speranza, che inizia ad essere virtù. E’ quell’atteggiamento spirituale e morale che porta a trovare vere ragioni per sperare in un futuro prossimo migliore del presente, e ad esercitarsi perché quel “non ancora” sperato diventi “già”. E’ la speranza che ha spinto le generazioni passate a lottare contro un oggi povero e parco di beni e di diritti, per costruire un futuro migliore per i loro figli e nipoti. È stata questa speranza che ha reso sopportabili e a volte lieti i lavori di tanti nostri nonni e nonne impiegati da semi-servi nei campi o nelle miniere, perché dietro quelle fatiche e lacrime intravvedevano futuri diplomi, lauree, case, fatiche e campi diversi. È la speranza delle fidanzate, delle spose, delle madri, ma anche quella che ha portato tanti mezzadri e piccoli artigiani a diventare imprenditori, non solo né tanto per amore del denaro, ma in cerca di futuri migliori in dignità e libertà.

Ma c’è ancora un terzo livello di speranza, che quando lo raggiungiamo inizia a svelarci i tratti di una città antica molto nobile e bella. E’ la speranza di chi ha lottato fin a dare la vita per costruire un futuro migliore non solo per i propri figli, ma per i figli e le figlie di tutti. E’ la speranza civile, sociale, politica, che ha mosso migliaia di lavoratori, sindacalisti, politici, cooperatori, cittadini, uomini e tante (troppo dimenticate) donne, che hanno voluto e saputo spendere la vita per migliorare il loro mondo. È questa speranza che ha spostato, e ancora sposta, in avanti i confini dell’umano, che ha sorretto tutte le virtù, le ha irrorate, ha dato loro coraggio, senso e direzione. Ed è questa speranza che oggi dobbiamo esercitare quotidianamente e riaccendere, soprattutto insieme, per ripartire nella politica, nei mercati, nelle imprese, che non possono restare a lungo luoghi di-sperati. Occorre aumentare gli atti e gli esercizi virtuosi di speranza, che vanno messi sul moggio, raccontati l’un l’altro, amplificati dai media, perché la speranza è contagiosa, come e più dello scoraggiamento e della disperazione civile.

La scoperta delle dimensioni della speranza non si arresta però a questo terzo, già alto e nobile, livello. C’è infatti una quarta forma di speranza, che si trova molto in profondità, e che è diversa da tutte le altre, perché non è più contenuta all’interno del registro semantico della parola virtù. Non si raggiunge (diversamente dalle virtù) con l’esercizio, con la disciplina, con l’impegno. Questa speranza è, semplicemente, dono, gratuità, charis. Quando arriva ci sorprende sempre, ci toglie il fiato. E’ l’incontro con la stanza dei tesori. Questa speranza non può essere né calcolata né prevista, ma attesa e desiderata, e quando arriva è gioia grande, paradiso, come il ritorno dell’amico lontano tanto atteso e che un giorno, finalmente e improvvisamente, torna davvero. C’è un legame profondo tra questa speranza e l’attesa. Ce lo dicono anche le lingue portoghese e spagnolo, dove esiste una sola parola per dire sperare e attendere: esperar. E c’è forse qualcosa di questa speranza nel misterioso finale del Conte di Montecristo: “tutta l’umana saggezza è riposta in queste due parole: attendere e sperare". E’ l’attesa dello sposo con le lucerne accese di speranza. Questa speranza arriva, come ogni dono vero e grande, senza preavviso e senza chiederci il permesso, quando abbiamo esaurito le risorse naturali per sperare, e ci troviamo in condizioni nelle quali non ci sarebbe più nessuna ragione ragionevole per sperare, neanche nel Paradiso. Eppure arriva, e dopo l'annuncio di una malattia seria, di un grave tradimento, dopo infinite solitudini, quando meno te lo aspetti affiora nell’anima qualcosa di delicato, un venticello leggero, e si riesce di nuovo a sperare, a sperare e attendere diversamente. Sentiamo che ci viene data una nuova possibilità, una nuova ragione per sperare veramente, non per auto-inganno consolatorio ma perché rinasce la forza di sperare oltre la disperazione. E così dopo aver consegnato i libri in tribunale, dopo l’ennesima illusione dell’ennesima promessa di fido bancario, dopo il trentesimo colloquio di lavoro finito in niente, ecco che con gli occhi ancora lucidi rifiorisce, dentro, la speranza. E ci sorprende, e ci fa ricominciare la corsa, la lotta. Non siamo noi a generare questa speranza: arriva, e per questo è dono, come ben sapeva la tradizione cristiana che ha chiamato la speranza ‘virtù’ mettendoci accanto l’aggettivo ‘teologale’, a sottolineare anche la sua dimensione di gratuità, di eccedenza rispetto ad ogni merito, e che non ci può essere rubata da nessuna tristezza e disperazione del presente. Se sulla terra non ci fosse questa quarta (o ennesima) speranza, la vita sarebbe insopportabile – e diventa tale quando questa speranza non arriva, o non si sente per i troppi rumori. Sarebbe insopportabile soprattutto la vita dei poveri, che invece, come la Cabiria di Fellini, riescono a rimettersi in cammino, a sorridere, a danzare, a sperare di nuovo oltre la sventura. E’ questa la speranza che fa rialzare, anche oggi, migliaia di lavoratori, d’imprenditori, di cooperatori sociali, di politici, di funzionari pubblici, che, spes contra spem, vanno avanti anche perché ogni tanto sperimentano questa speranza. E così rilanciano la loro, e la nostra, buona corsa.

 

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/5

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 08/09/2013 

La vera risorsa scarsa della nostra civiltà si chiama speranza. La speranza è senz’altro una virtù, ma dietro questa grande parola si nascondono molte cose, alcune più grandi della virtù e altre più piccole. Come ogni nobile e antica parola, la speranza assomiglia a quelle città stratificate, che nei secoli hanno conosciuto molte vite e diverse civiltà. C’è, infatti, un primo livello di speranza - che appare subito perché molto superficiale - che non è una virtù, ma è un male.

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Speranza (La stanza dei tesori)

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/5 di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire l' 08/09/2013  La vera risorsa scarsa della nostra civiltà si chiama speranza. La speranza è senz’altro una virtù, ma dietro questa grande parola si nascondono molte cose, alcune più grandi della virtù e altre pi...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/4

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 01/09/2013 

Se c’è una virtù particolarmente preziosa nei tempi delle crisi, questa è la fortezza. È la capacità di continuare a vivere e resistere nelle lunghe e dure avversità. Una forza spirituale e morale alla quale le generazioni passate attribuivano un’enorme importanza, al punto di chiamarla virtù cardinale.

La fortezza consente di non lasciarsi andare quando ci sarebbero tutte le condizioni per farlo.

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È la fortezza che ci fa resistere nella ricerca della giustizia in contesti corrotti; che ci fa continuare a pagare le tasse quando troppi non lo fanno; a rispettare gli altri quando non si è rispettati; ad essere non violenti in ambienti violenti.

 Che ci mantiene temperanti anche quando siamo immersi nell’intemperanza, che ci fa resistere per anni in un posto di lavoro sbagliato, che ci fa restare in famiglie e comunità anche quando tutti e tutto, tranne la nostra anima, ci dicono di andarcene.

Essa è una virtù accanto alle altre, ma, come e più delle altre virtù cardinali, è anche una dimensione o pre-condizione per poter vivere tutte le altre virtù quando si agisce in contesti difficili, e quando le condizioni difficili durano per molto tempo. È una virtù ancella di tutte le virtù, perché ci fa andare avanti in assenza di reciprocità. Per questo una bella parola che oggi racchiude molti dei significati della fortezza è resilienza, che dice anche la capacità che ha la persona di non mollare, di restare aggrappato alla parete, di non scivolare giù nei vari pendii di cui è fatta la vita personale e civile. Per questa ragione la fortezza è stata – ed è – la salvezza soprattutto dei poveri, che grazie a questa virtù  riescono tante volte a compensare l’ingiusta mancanza di risorse, di diritti, di libertà, di rispetto, e a non morire. Li fa resistere durante le lunghe carestie, nelle interminabili assenze di mariti e figli emigrati o dispersi nelle tante guerre (esiste un rapporto speciale tra la fortezza e le donne). Dà ai tanti Edmond Dantès della storia e del presente, la forza di sperare anche quando rinchiusi in carceri per decenni solo perché poveri.

Pure la fortezza conosce la logica paradossale di ogni virtù. Ci sono, infatti, dei momenti decisivi della vita quando la fortezza deve sapersi tramutare in debolezza per essere veramente virtuosa. L'accettazione docile di una sventura, di una malattia grave, di un fallimento, di una vedovanza, o la riconciliazione con quell’ultima tappa della vita quando qualcuno (o una voce dentro) ci dice che è giunta la nostra ora. La dignità e la forza morale in questi momenti di debolezza-virtuosa dipendono decisamente da quanta fortezza abbiamo saputo accumulare durante l’intera esistenza.

La fortezza è poi essenziale per resistere e vincere le tentazioni, una parola questa che è uscita dall’orizzonte delle nostre città perché troppo vera per essere capita dalla nostra inciviltà dei consumi e delle scommesse in finanza e nei giochi. E invece le tentazioni ci sono, e saperle riconoscere e superare significa non perdersi nella vita. È la fortezza che fa rifiutare donazioni da imprese immorali, che non fa vendere per speculare una buona impresa familiare che racchiude generazioni di amore e di dolore, che fa capaci di non assecondare un innamoramento sbagliato e ritornare, fedeli, a casa.

L’economia è un brano di vita, e per questo ha bisogno anche della fortezza perché sia vita buona. Ci sono però due ambiti nei quali la fortezza svolge un ruolo essenziale. Il primo riguarda direttamente la vita e la vocazione dell’imprenditore. Anche se tanta gente pensa – e purtroppo scrive anche – esattamente il contrario, l’economia di mercato non è un sistema che ricompensa regolarmente il merito né il talento, o che lo ricompensa meglio di altri sistemi (lo sport, le società scientifiche, la famiglia …). Nella dinamica di mercato non esiste un rapporto certo tra il comportamento virtuoso dell’imprenditore (innovazioni, lealtà, correttezza, legalità …) e il suo successo sul mercato. Questo rapporto spesso c’è, ma può non esserci. I risultati di un’impresa dipendono da innumerevoli circostanze, che possono mutare indipendentemente dal controllo e dal merito dell’imprenditore o dell’imprenditrice. E così può accadere che sforzi meritevoli restino senza ricompensa, e che il premio vada a chi ha meno merito o talento. La sventura può colpire – e ogni tanto colpisce – anche il giusto, anche il virtuoso imprenditore, soprattutto nei tempi della crisi. La coltivazione della virtù della fortezza lo può salvare, lo può aiutare a non arrendersi, e a rilanciare la corsa.

Il secondo ambito è invece tutto interno alle organizzazioni. Quando un’impresa attraversa periodi di vera crisi, soprattutto quelle che coinvolgono le motivazioni profonde delle persone, il suo superamento dipende dalla presenza in questi luoghi di un numero sufficiente di persone con una sufficiente resilienza. Se, infatti, non c’è qualcuno (almeno uno) che andando oltre la logica degli incentivi continua a resistere e a lottare senza badare ad orari e spreco di risorse, le crisi aziendali non si superano. L’arte del governo di un’impresa consiste in massima parte nel saper attrarre persone con alti valori di resilienza, nel non lasciarli andar via, e nel far sì che la resilienza-fortezza aumenti nel corso dell’esperienza lavorativa. La fortezza, infatti, ha bisogno di essere costantemente alimentata, perché se è vero che si impara ad essere forti praticando la fortezza, è ancor più vero che essendo una ‘virtù di durata’, la fortezza è particolarmente soggetta al rischio di esaurimento. Un segnale inequivocabile che la fortezza sta finendo (o è finita) è la comune frase: “non ne vale più la pena”, che dice il non riuscire più a vedere un valore nel travaglio della resistenza. È dunque molto importante non considerare mai la fortezza degli altri (né la nostra) come un tratto immodificabile o come uno stock, perché può appassire e anche morire se la persona non la coltiva (con la vita interiore, con la poesia, con la preghiera …), e se gli altri che la circondano non la rafforzano con espressioni di stima, di condivisione, di apprezzamento, di riconoscenza. Si riesce a resistere a lungo in condizioni di grande difficoltà se non si è soli, in compagnia della virtù degli altri e della propria interiorità abitata.

Infine, la fortezza è indispensabile per conservare la gioia, la letizia e l’allegrezza del vivere in condizione di perduranti difficoltà, malattie, tradimenti. Una delle cose più sublimi al mondo è l’esistenza di persone capaci di gioia vera in condizioni oggettive di grande avversità. Questo tipo di gioia-virtuosa è un inno alla vita, un bene comune che arricchisce tutti coloro che ne sono contagiati. Le qualità della fortezza necessarie per conservare la gioia non sono meno preziose e potenti di quelle che fanno sopportare le difficoltà e il dolore. È questa gioia il sacramento dell’autenticità di ogni virtù, una gioia fragile e forte, che rende il giogo delle lunghe avversità più leggero, persino soave.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/4

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 01/09/2013 

Se c’è una virtù particolarmente preziosa nei tempi delle crisi, questa è la fortezza. È la capacità di continuare a vivere e resistere nelle lunghe e dure avversità. Una forza spirituale e morale alla quale le generazioni passate attribuivano un’enorme importanza, al punto di chiamarla virtù cardinale.

La fortezza consente di non lasciarsi andare quando ci sarebbero tutte le condizioni per farlo.

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Fortezza (oltre la crisi)

Fortezza (oltre la crisi)

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/3

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 25/08/2013 

Tra il ben-vivere, la buona economia e la virtù della prudenza c’è sempre stata una profonda amicizia. Ma ciò che è stato, ed è, veramente importante è sapere riconoscere la prudenza non virtuosa, e quell’imprudenza che può dirsi virtù.

L’aurora della modernità è stata attraversata dal dibattito sui meccanismi, per alcuni provvidenziali, per orientare al benessere sociale non solo le scarse virtù, ma anche e soprattutto gli abbondanti vizi delle persone reali, i vizi dell’<uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società> (Vico, “La scienza nuova”, 1744).

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In questo contesto Adam Smith dimostrò, convincendo molti, che lo sviluppo e la ricchezza delle nazioni non nascevano dal vizio dell’avarizia né dalla passione triste dell’egoismo, ma dalla virtù cardinale della prudenza, <la cura dei beni, del rango e della reputazione dell’individuo> (Smith, “Teoria dei Sentimenti Morali”, 1759). È dunque prudente il buon padre (o madre) di famiglia che si prende cura del proprio patrimonio, ne fa manutenzione, lo fa crescere, che dona l’auto al figlio maggiorenne e gli dice: <Mi raccomando: abbine cura>. Tutto questo è senz’altro virtù, è bene individuale e bene comune. E se guardiamo nella nostra storia ci accorgiamo che la virtù della prudenza la ritroviamo alla radice della nostra civiltà contadina e artigiana, dove ci si educava al buon uso dei beni, alla manutenzione delle poche cose, e a far crescere prudentemente patrimoni, sogni e progetti di vita. Una storia che ci ricorda che i comportamenti viziosi contro la prudenza sono lo spreco, l’incuria, la stoltezza di chi sperpera i propri beni (o quelli dei genitori), e ci deve riportare alla mente che il nostro benessere dipende anche, e spesso soprattutto, dalla virtù dei nostri concittadini, da come e se il vicino di casa cura il proprio giardino e paga le tasse, dalla virtù dei clienti o da quelle della pubblica amministrazione.

Quel primo ottimismo illuminista della trasformazione delle prudenze degli individui in virtù pubblica, è durato poco – sebbene ancora qualcuno continui, ideologicamente o ingenuamente, ad invocarlo. Basta soltanto leggere i romanzi di Giovanni Verga per accorgerci che lo scenario era già radicalmente cambiato. I vizi privati lasciavano già troppi <vinti> lungo la <fiumana del progresso>, e la Provvidenza era diventata il barcone naufragato di Patron ‘Ntoni. Quella sperata, e coralmente invocata, economia di mercato armoniosa e mutuamente vantaggiosa stava infatti diventando il capitalismo. Le sue strutture di potere stavano ricreando nuove forme di feudalismo, nuove diseguaglianze, nuove rendite, nuovi nobili contraddistinti da un diverso, ma non meno efficace, sangue blu. In particolare, ci siamo accorti – e ci accorgiamo sempre di più – che i processi più importanti dell’economia si svolgono dentro le istituzioni, nelle organizzazioni (e tra queste lo Stato), nelle banche, nelle imprese, dove la prudenza e le virtù dei singoli non producono vita buona se si attuano all’interno di rapporti di potere asimmetrici che rafforzano le diseguaglianze di ogni tipo.

Ecco allora che lo scenario cambia radicalmente, e alla persona prudente non è soltanto chiesto di orientare secondo virtù la propria vita e quella della propria famiglia, ma di agire per far sì che cambino leggi, strutture, sistemi di governance delle imprese e dei tanti beni comuni. E così si inizia a scrivere un nuovo-antico capitolo morale di cruciale rilevanza: se una persona virtuosa vive dentro istituzioni viziose, per poter vivere veramente la virtù della prudenza deve saper agire anche in modo imprudente. Se vuole essere veramente virtuoso e prudente, deve saper mettere in secondo piano la cura di sé, dei propri interessi, dei propri patrimoni, persino dei propri affetti. Se chi vuole e deve denunciare manifeste ingiustizie e non-verità, di fronte a ricatti e ritorsioni “prudentemente” si tace, non vive quella dimensione della prudenza che chiamiamo virtù. Certo, qualche bravo filosofo potrebbe sostenere che dovremmo allargare il concetto di prudenza fino a farci rientrare un sé meta-individuale e anche i beni spirituali o persino ultraterreni. Personalmente preferisco invece pensare che per capire il valore e la logica delle virtù occorre prendere sul serio la loro natura paradossale. La virtù è veramente virtuosa quando muore e si apre a un “oltre” più grande, in un rapporto nuovo con le altre virtù e non si arrende alle pseudo-virtù del “politicamente corretto”. Così la prudenza è giusta quando è capace di farsi imprudente, la fortezza è prudente quando sa diventare debolezza mite, e ogni virtù si compie quando fiorisce in agape, dove regna una giustizia può portare a dare il salario giornaliero a chi, incolpevolmente, ha lavorato soltanto l’ultima ora. Fuori da questo orizzonte, il comportamento in sé prudente perde contatto dalla virtù, come chi parcheggia in seconda fila e, “prudentemente”, torce lo specchietto verso la portiera. Se, infatti, non prendiamo sul serio questo paradosso cruciale e (almeno per me) formidabile, la virtù finisce per trasformarsi nel più grande vizio, perché diventa esercizio egoistico teso alla perfezione individuale, dimenticando l’altro.

È l’agape il compimento di ogni azione morale, perché non è mai definita e compiuta all’interno di nessun orizzonte di legge, neanche di quella delle virtù, che l’agape chiama a trascendersi per diventare (paradossalmente) se stesse. Se oggi chi ha a che fare con le tante periferie morali e antropologiche del mondo non tocca e ogni tanto oltrepassa il confine della giustizia tracciato dalle leggi della città, non può essere veramente giusto. Se quando, quella notte, bussò Alì alla porta del mio amico parroco siciliano, questi si fosse prudentemente fermato sulla soglia della nostra giustizia e non lo avesse accolto nella sua casa (pensando alle conseguenze penali che avrebbe avuto, e che poi ebbe), non sarebbe stato veramente virtuoso. Una dinamica paradossale che conosce chi lavora nelle comunità di recupero, nei carceri minorili, e i tanti che continuano a rischiare carriera, beni, fatturati, posti di lavoro, fallimenti dell’impresa.

Non è chiesto a tutti in ogni momento di vivere questa dimensione paradossale della virtù. Ma se non rispondiamo quando l’appello arriva, compromettiamo la qualità etica e spirituale della nostra esistenza, perché non sono atti straordinari di pochi eroi, ma azioni di cui siamo tutti potenzialmente capaci. Questa virtù-oltre-la-virtù è il lievito che eleva il pane di una vita già virtuosa, e le dà la forza per spostare montagne. Gandhi non avrebbe liberato l’India se non fosse stato virtuosamente imprudente, né Francesco ci avrebbe insegnato la fraternità se prudentemente non avesse baciato il lebbroso, né tante donne e clochard sarebbero stati liberate e richiamati alla vita se non avessero incontrato sulla strada persone agapicamente imprudenti che hanno voluto e saputo abbracciarli, senza accontentarsi della solidarietà immune che sta riempiendo la nostra economia e, purtroppo, anche una parte del nostro non profit. Il territorio delle virtù – e quindi dell’umano – si estende e si umanizza ogni volta che qualcuno ha l’imprudenza di superare i confini assegnati alle virtù, pagando di persona, e quasi sempre senza sconti. Imprudenze benedette, che spingono avanti la civiltà, e rendono il mondo un luogo degno e bello in cui vivere.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/3

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 25/08/2013 

Tra il ben-vivere, la buona economia e la virtù della prudenza c’è sempre stata una profonda amicizia. Ma ciò che è stato, ed è, veramente importante è sapere riconoscere la prudenza non virtuosa, e quell’imprudenza che può dirsi virtù.

L’aurora della modernità è stata attraversata dal dibattito sui meccanismi, per alcuni provvidenziali, per orientare al benessere sociale non solo le scarse virtù, ma anche e soprattutto gli abbondanti vizi delle persone reali, i vizi dell’<uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società> (Vico, “La scienza nuova”, 1744).

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Prudenza (e anche oltre)

Prudenza (e anche oltre)

Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/3 di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 25/08/2013  Tra il ben-vivere, la buona economia e la virtù della prudenza c’è sempre stata una profonda amicizia. Ma ciò che è stato, ed è, veramente importante è sapere riconoscere la prudenza non virtuosa, ...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/2

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 18/08/2013 

C’è un forte contrasto tra il profondo senso di giustizia che tutti, anche i malvagi, ci ritroviamo dentro, e il mondo che ci appare come uno spettacolo di generalizzata ingiustizia. <L’uomo nasce libero, ed è ovunque in catene> (J.J. Rousseau). Per molte ingiustizie i tribunali e gli avvocati non bastano, per alcune non servono, perché gli aspetti legali, commutativi e compensabili coprono solo una piccola parte del territorio della giustizia, la cui estensione coincide con quella dell’intera vita in comune.

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Un modo sbagliato di rispondere alla domanda di giustizia è la tendenza, oggi in veloce aumento, a “giuridicizzare” l’intera vita sociale, codificando possibilmente ogni relazione interpersonale, trasformando tutti i rapporti umani in contratti.

Una tendenza-tentazione che invece di aumentare la giustizia sta bloccando scuole, condomini, ospedali in trappole di sfiducia reciproca, poiché molti rapporti umani si snaturano quando vengono contrattualizzati. 

La grande lezione sulla giustizia dell’umanesimo europeo era invece diversa. Innanzitutto ha chiamato anche la giustizia virtù cardinale, dicendoci così che essa è prima di tutto il frutto di un esercizio continuo della persona. Prima di essere invocata come principio, la giustizia va praticata, vissuta, cercata, coltivata, come le altri grandi virtù dell’esistenza. La giustizia della città è generata dalla giustizia dei cittadini, come aveva simbolicamente espresso la cultura greca facendo nascere Dike, la dea della giustizia della polis, dalla madre Themis, la dea di quella Giustizia che viene prima di ogni sistema giuridico storico e concreto, e che rende giusto chi la segue. Per questo Themis può anche entrare in conflitto con Dike, come nella grande tragedia di Antigone, la quale in nome di una giustizia più grande, seppellisce contro la giustizia della polis il fratello morto Polinice. Anche gli scribi e i farisei avevano la loro giustizia, e in base a quella hanno condannato il Cristo. Nessuna invocazione della giustizia è giusta se proviene da cittadini ingiusti che usano la giustizia-Dike contro la Giustizia-Themis, magari per opprimere i poveri e i giusti, e sempre a loro vantaggio. Se infatti mancano cittadini amanti e praticanti della virtù della giustizia, le leggi che essi produrranno non potranno che essere ingiuste, e tanto più ingiuste quanto più democratica è la forma di governo – è infatti la necessità di cittadini virtuosi la principale fragilità delle democrazie, come ben sapevano Montesquieu o Filangieri. Al tempo stesso, le leggi giuste rafforzano, premiandole, le virtù civili dei cittadini.

Per questa ragione le declinazioni della virtù della giustizia sono aperte e volutamente vaghe: ci invitano a riconoscere e a dare a “ciascuno il proprio” senza però dirci come misurare quel proprio, né chi debba misurarlo. E anche se la giustizia-Dike è chiamata a dare contenuto e limite al “proprio” di ciascuno, è ancor più vero che l’indeterminatezza della virtù della giustizia è espressione del suo essere un rapporto tra persone. Riconosciamo e diamo all’altro il giusto che gli spetta, se e quando tra di noi esiste una comune appartenenza, perché, in un senso vero, l’altro mi interessa e mi riguarda, è terza persona solo perché, a un livello più profondo, è seconda (un “tu”). E mentre la giustizia-Dike può accontentarsi di dare a ciascuno il suo, la virtù della giustizia va oltre il calcolo del proprio. Il cristianesimo ci ha detto che la differenza tra la sua giustizia e la giustizia degli scribi e dei farisei si chiama agape, che non inizia quando finisce la giustizia, ma ne è compimento e forma.

L’economia non ha mai preso sul serio il tema della giustizia, se si eccettuano l’economista e filosofo indiano Amartya Sen, e pochi altri. Per l’ideologia-religione capitalistica la giustizia fa parte dei vincoli da rispettare, non appartiene agli obiettivi da raggiungere. Giustizia è sinonimo, nella migliore delle ipotesi, di rispetto forzoso delle leggi sul lavoro, sull’ambiente o sulla sicurezza, o di pagare le tasse. Tutti vincoli vissuti come limite all’unico vero obiettivo dell’impresa capitalistica: la massimizzazione del profitto o, più propriamente e più gravemente, della rendita. Ma in principio non era così. Il “giusto prezzo” è stato uno dei grandi temi dell’economia medioevale, e Antonio Genovesi parallelamente al suo trattato di economia (“Lezioni di economia civile”), aveva scritto nel 1766 la “Diceosina”, ossia un trattato sulla giustizia, che era l’anima della sua intera produzione economica ed etica. La giustizia che conosce – quando la conosce – il nostro capitalismo è simile a quella degli scribi e dei farisei, quella dei vincoli e del rispetto formale e cultuale delle leggi. La domanda sulla giustizia riguarda e giudica l’intero sistema capitalistico attuale, una domanda che però da troppo tempo abbiamo accantonato, soprattutto per una crisi di pensiero critico.

Non si tratta semplicemente di denunciare (giustamente) come ingiusti singoli fenomeni del capitalismo (dai vergognosi stipendi e pensioni di molti alti dirigenti pubblici e privati ai paradisi fiscali, dalle speculazioni che non creano ma distruggono il lavoro alle multinazionali delle scommesse che affamano i poveri con la connivenza delle istituzioni, …), bensì di prendere atto che esiste una inimicizia molto profonda e radicale tra il nostro capitalismo-finanziario e la virtù cardinale della giustizia. Ciò non significa negare che ci sono tante persone che praticano ogni giorno la virtù della giustizia nella vita economica, ma soltanto riconoscere che un sistema fondato sulla ricerca del massimo tornaconto dei proprietari delle grandi banche, delle assicurazioni e delle imprese multinazionali, è in conflitto, come sistema etico, con le esigenze della virtù della giustizia. La giustizia di questo capitalismo non va confrontata, per giudicarla, con quella ancora minore del feudalesimo, ma con quella che potevamo realizzare se non avessimo tradito la vocazione sociale e civile dell’Europa, per seguire le sirene del consumismo e della finanza speculativa. E questo capitalismo che continua a produrre rendite e privilegi per pochissimi, e disoccupazione e marginalità per tantissimi, che scrive leggi che rafforzano quei privilegi e disallineano sempre più i punti di partenza a svantaggio dei deboli e dei poveri, non può avere la giustizia dalla sua parte – deve accontentarsi dell’efficienza, quando ci riesce.

Se volessimo superare questo modello di sviluppo e imboccare decisamente la via della giustizia, dovremmo avere un coraggio civile e una forza di pensiero pari almeno a quelli che generarono il movimento cooperativo europeo, che all’alba del capitalismo aveva tentato un’altra via al mercato e all’impresa, e per questo metteva in discussione i diritti di proprietà, la distribuzione del reddito (un tema ormai uscito dai libri di economia), il potere, l’uguaglianza delle opportunità tra i soggetti economici, senza negare né la libertà né il mercato. La storia del Novecento ha invece prodotto un capitalismo, che è essenzialmente l’immagine in controluce dei nostri vizi e delle nostre, poche, virtù – e per questo può essere sempre cambiato e fatto evolvere in altro, se lo vogliamo.

Lo spettacolo dell’ingiustizia e dell’iniquità continua a dominare la scena di questo mondo. Tanti sono ormai assuefatti ai privilegi e i comfort ingiusti dell’attuale capitalismo, e lo alimentano con le loro scelte quotidiane. Altri, ancora troppo pochi, continuano a pensare e a dire che molte grandi ingiustizie manifeste possono essere eliminate dalla nostra società, e agiscono di conseguenza, come possono. E così continuano, testardamente, ad “avere fame e sete della giustizia”, e, ogni tanto, a sentirsi chiamare “beati”.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/2

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 18/08/2013 

C’è un forte contrasto tra il profondo senso di giustizia che tutti, anche i malvagi, ci ritroviamo dentro, e il mondo che ci appare come uno spettacolo di generalizzata ingiustizia. <L’uomo nasce libero, ed è ovunque in catene> (J.J. Rousseau). Per molte ingiustizie i tribunali e gli avvocati non bastano, per alcune non servono, perché gli aspetti legali, commutativi e compensabili coprono solo una piccola parte del territorio della giustizia, la cui estensione coincide con quella dell’intera vita in comune.

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Giustizia  (Oltre l’iniquo)

Giustizia (Oltre l’iniquo)

Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere/2 di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 18/08/2013  C’è un forte contrasto tra il profondo senso di giustizia che tutti, anche i malvagi, ci ritroviamo dentro, e il mondo che ci appare come uno spettacolo di generalizzata ingiustizia. <L’uomo nas...
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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 11/08/2013 

La temperanza è una parola che sta uscendo dal nostro vocabolario civile. Da quello economico è uscita già da molto tempo, per lasciare spazio al suo opposto. La usiamo ormai per le matite, per il clima, per le scale musicali o per il clavicembalo di Bach. Cose anche importanti, ma che non mettiamo al centro della nostra vita civile né del patto sociale.

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Insieme alla temperanza è l’intero lessico dell’etica delle virtù che inclina a scomparire dalla grammatica della vita in comune, e le conseguenze politiche, civili ed economiche di questa eclissi sono tristemente ormai note a tutti.

La nostra civiltà (almeno quella occidentale) rischia di non comprendere più il messaggio di vita buona contenuto nell’etica delle virtù. E ciò dipende da diverse ragioni, da due in modo particolare.

La prima è la scomparsa della categoria di educazione del carattere, a cominciare dall’educazione dei nostri bambini. Ciò che è naturale e spontaneo diventa immediatamente buono, senza bisogno di correggere e orientare comportamenti o inclinazioni spontanei, ma non buoni. Conosco genitori che in nome di non specificate teorie pedagogiche neo-roussoniane lasciano tranquillamente che i loro figli non li chiamino mamma o babbo, ma Luisa e Marco. "Viene loro naturale", argomentano di fronte alle mie perplessità, "perché forzarli?!". L’etica della virtù vive invece di una tensione dinamica tra natura (tutti siamo capaci di virtù) e cultura (c’e però bisogno di esercizio, disciplina e volontà per diventare ciò che già potenzialmente siamo). Per questo grandi coltivatori - spesso anche inconsapevoli - dell’etica delle virtù sono i veri atleti e i veri scienziati. La seconda ragione è il non saper più riconoscere anche un valore nell’esperienza del limite. E se non si è capaci di vedere la positività del limite è impossibile capire e apprezzare le virtù, in particolare quella della temperanza, che consiste proprio nel valorizzare il limite che, come la siepe sul leopardiano colle dell’Infinito, mentre esclude l’orizzonte apre gli «interminati spazi al di là da quella». Forse la scrittura su tavolette di argilla nacque in Mesopotamia perché un messaggero del signore di Uruk non riusciva a parlare.

Di temperanza non si parla più, ma molti, moltissimi, sono in mezzo a noi i cattivi frutti della sua carestia: dalla distruzione dell’ambiente agli stili di vita dei nuovi ricchi e potenti, da come parliamo, scriviamo email, fino alle tragedie famigliari e alle infinite infelicità troppo spesso causate da uomini e donne non più educati al dominio di sé e al controllo delle proprie passioni, cioè alla temperanza.

La temperanza è stata anche una grande virtù economica delle generazioni passate. Essa ha orientato il consumo e soprattutto ha generato quel risparmio che ha consentito lo sviluppo economico del secondo dopoguerra. Una virtù che informava anche la vita degli imprenditori (non dei redditieri, che non mi stancherò mai di distinguere dagli imprenditori e di individuare nel loro proliferare la prima malattia di ogni società decadente), che pur conoscendo l’abbondanza, educavano i propri figli e se stessi al buon uso delle cose e a una certa sobrietà che poteva non umiliare i poveri. La virtù della temperanza mi porta a non consumare oggi una parte di reddito per averlo a disposizione, io e la mia famiglia, domani, e per permettere che altri miei concittadini possano usare per investimenti quella ricchezza durante la mia astinenza. È significativo che la teoria economica classica utilizzasse la stessa parola "astinenza" per giustificare il risparmio, e anche per il digiuno e per la castità, a ricordarci che questi tre fenomeni erano tutti figli di Madonna temperanza.

La nostra cultura economica che poggia sul maggior consumo possibile qui e ora, meglio se a debito, ha invece bisogno del vizio dell’intemperanza (intreccio di avarizia e gola) per potersi auto-alimentare. La natura della virtù della temperanza si comprende se pensiamo che viene sviluppata in un mondo caratterizzato dalla scarsità assoluta di risorse. È bene non abusare dei beni, poiché ciò che io consumo come superfluo è quanto manca all’altro come necessario. Tutto l’insegnamento dei Padri della Chiesa sull’uso dei beni e sulla povertà va letto e compreso in questo contesto di risorse limitate e di rapporti economici come "giochi a somma zero". Come va anche inserita in questo orizzonte di scarsità l’etica contadina imperniata sulla virtù della temperanza, compresa quella sua tipica fioritura che fu il movimento delle casse rurali, soprattutto nel Nord-Est italiano (non è certamente un caso che il Trentino Alto Adige sia oggi all’ultimo posto in Italia per quota di popolazione vittima di quella grave mancanza di temperanza che si chiama azzardo!).

Nel Novecento, con la seconda rivoluzione industriale, pensammo che fosse terminata l’era della scarsità e fossimo approdati nell’eden della infinita riproducibilità dei beni. E si iniziò a guardare il mondo come un luogo di risorse potenzialmente illimitate. Da qui il declino della temperanza come virtù. Peccato che questa stagione dell’illimitatezza sia durata poco più di un baleno, perché prima l’ambiente, poi le energie e l’acqua, e quindi il deterioramento dei capitali civili, relazionali e spirituali ci hanno via via mostrato altri limiti non meno stringenti e gravi di quelli dell’età della scarsità di merci private e di abbondanza di capitali collettivi. Infatti oggi i nuovi limiti sono soprattutto limiti sociali e globali, per i quali sarebbe necessaria un’immediata riscoperta della virtù della temperanza, che andrebbe posta a nuova virtù sociale ed economica.

È ormai improcrastinabile una interiorizzazione del valore del limite, e soltanto una nuova etica delle virtù può farlo, poiché ogni interiorizzazione richiede il saper attribuire un valore intrinseco alle cose al di sopra del calcolo utilitaristico costi-benefici che oggi domina ogni ambito della nostra cultura. Ma mentre ieri esisteva un chiaro rapporto tra la mia temperanza e il mio benessere personale e il nostro bene comune, oggi nell’era della complessità questo nesso si è offuscato. Non è più immediato associare l’uso dell’aria condizionata nella mia abitazione all’aumento della temperatura nelle nostre città (e al successivo ulteriore aumento di uso di aria condizionata, in spirali da cupi scenari futuri). La sola razionalità economica non aiuta in questa presa di coscienza (anzi ci fa sprofondare), perché ci sarebbe bisogno del registro logico della virtù che ci porta a fare una azione perché ne abbiamo interiorizzato il suo valore intrinseco. Se quindi non de-mercantizziamo la nostra società, se cioè non liberiamo dalla logica dei prezzi e degli incentivi importanti aree di vita civile oggi da essi occupate e colonizzate, capiremo sempre meno il valore della sobrietà, dell’astinenza, del controllo di sé, e sempre meno lo capiranno i nostri bambini.

Infine, ieri come oggi, senza temperanza non c’è condivisione dei beni, non c’è la gioia della comunione. Se non ci educhiamo continuamente a delimitare i confini dell’io, condivideremo con gli altri soltanto le briciole di pasti intemperati. Ma così non sperimentiamo la vera fraternità, che è il frutto di scelte costose di chi sa ridurre le ragioni e le regioni del "proprio", per edificare quelle del "nostro", e quelle di tutti.

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Commenti - Le virtù da ritrovare e vivere

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire l' 11/08/2013 

La temperanza è una parola che sta uscendo dal nostro vocabolario civile. Da quello economico è uscita già da molto tempo, per lasciare spazio al suo opposto. La usiamo ormai per le matite, per il clima, per le scale musicali o per il clavicembalo di Bach. Cose anche importanti, ma che non mettiamo al centro della nostra vita civile né del patto sociale.

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Temperanza (oltre la carestia)

Temperanza (oltre la carestia)

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Commenti - Le virtù che non è un lusso investire nel mondo dell'economia

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 04/08/2013 

logo_avvenireUno dei paradossi al centro del nostro sistema economico-sociale è la pacifica convivenza tra il radicale rifiuto di padroni e di controlli nella sfera politica e l’altrettanto radicale accettazione di altri padroni e controlli nelle imprese e nelle organizzazioni. Abbiamo fatto e facciamo lotte e rivoluzioni contro tiranni e dittatori, ma non appena lasciamo la piazza e varchiamo i cancelli dell’impresa deponiamo sull’attaccapanni il nostro vestito di cittadino democratico e docilmente indossiamo i panni del suddito regolato e controllato.

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Questo paradosso dipende in buona parte dagli equivoci attorno al termine incentivo, che sta diventando il principale strumento del culto capitalista, una parola magica che tanti invocano, e a tutti i livelli, al punto di poter parlare di una vera e propria "ideologia dell’incentivo" che sta occupando la nostra vita.

Incentivo è in realtà una parola antica. Durante il medioevo l’incentivus (da incinere, cantare e incantare) era lo strumento a fiato, il flauto in genere, al cui suono dovevano accordarsi gli strumenti e le voci del coro. Il flauto è anche lo strumento dell’incantatore di serpenti, che ammaliati da quel dolce suono, vanno docili dove il suono li conduce. L’uso dell’incentivus si è poi esteso dal flauto alla tromba che incitava e ritmava la corsa dei soldati in battaglia. L’incentivo è dunque ciò che sprona, che rende solleciti, che ci spinge ad azioni ardite, che ci incanta col suo suono e ci fa andare dove il suonatore vuole portarci. L’incentivo si presenta come un contratto libero, e per questo affascina. L’impresa capitalistica ci propone uno schema retributivo o di carriera, e noi lavoratori "liberamente" lo accettiamo. Lo scopo, come dice l’antica radice, è accordare i vari membri dell’impresa, fare cioè in modo che il comportamento del dipendente si allinei con l’obiettivo della proprietà dell’impresa, e in mancanza di questo accordo gli obiettivi e le azioni sarebbero naturalmente divergenti, discordanti e scordati.

Per capire la natura dell’ideologia dell’incentivo occorre però guardare la sua storia, che non origina dalla tradizione della scienza economica, ma nasce all’interno delle teorie scientifiche del management. Queste si svilupparono negli Usa a partire dagli anni Venti, quindi tra le due guerre mondiali e in presenza di fascismi, totalitarismi e collettivismi. Una fase di pessimismo civile e antropologicoche, come per Machiavelli e Hobbes, generò una teoria basata su un’idea pessimistica e parsimoniosa della natura umana. All’inizio la logica dell’incentivo fu introdotta tra forti polemiche e discussioni etiche, che però tacquero presto. Durante la guerra fredda il controllo delle persone tramite l’incentivo apparve infatti come una forma di vaccino contro una malattia che appariva molto più grave. Controllo e pianificazione dentro le organizzazioni furono la piccola dose di veleno ingerita per proteggersi dal possibile virus mortale della pianificazione e del controllo totali del sistema illiberale che si stava affermando dall’altra parte del mondo. Così le rinunce alla libertà e all’uguaglianza dentro le imprese apparvero un male necessario per tenere in piedi il sistema capitalistico e la democrazia. Si difese la democrazia politica sacrificando quella economica. Libertà nel sociale e pianificazione nell’impresa. Oggi i sistemi collettivistici appartengono alla storia, eppure quel vaccino continua a essere iniettato nei nostri corpi, e a operare ben oltre l’ambito della grande impresa industriale per la quale era stato pensato all’inizio.

Il principale, grande e nocivo effetto collaterale dell’ideologia dell’incentivo è realizzare un regno di relazioni umane in cui non esiste più nulla che abbia un valore intrinseco, qualcosa che valga prima del calcolo costi-benefici. C’è poi un secondo elemento cruciale, che si chiama potere. L’allineamento prodotto dall’incentivo non è reciproco. La parte potente fissa gli obiettivi e disegna lo schema d’incentivo, e alla parte debole è solo chiesto di allinearsi tramite il canto magico dell’incantatore. L’incentivo è dunque offerto da chi ha potere a chi il potere non ha, per controllarne le azioni, le motivazioni, la libertà. La natura dell’incentivo è consentire la gestione unilaterale del potere, non la reciprocità tra uguali; ed è il controllo, non la libertà, la sua funzione. Il sindacato, ad esempio, non può capire molte ragioni della sua attuale crisi e non ritroverà la sua vocazione se non legge il mondo del lavoro all’interno di questa nuova ideologia.

Infine la cultura dell’incentivo riduce la complessità antropologica e spirituale della persona. La grande cultura classica sapeva che le motivazioni umane sono molte e non riconducibili a un unico metro di misura, tantomeno quello monetario. E sapeva anche che usare il denaro per motivare la gente tende nel tempo inevitabilmente a ridurre le motivazioni intrinseche, e quindi a impoverire di molto le organizzazioni, la società e le persone, che hanno un valore infinito anche perché sappiamo trovare più forme di valore nelle cose e in noi stessi. Per ben intonare le persone dentro le organizzazioni e renderle con-cordi, occorrerebbero invece molti strumenti, tra cui certamente il flauto dell’incentivo, ma solo in accordo con il violino della stima, l’oboe della philia, la viola della riconoscenza. Perché se a suonare è un solo strumento, nei luoghi del lavoro si perdono biodiversità, creatività, gratuità, eccedenza e libertà, e si finisce per tirar fuori dalle persone le note meno squillanti e melodie poco originali e tristi.

Sappiamo bene quanto nella vita quotidiana delle famiglie e della società civile sia necessaria la multidimensionalità degli incentivi e degli ancora più importanti premi (che a differenza degli incentivi riconoscono la virtù, non la creano artificialmente né la controllano). Ma commettiamo l’errore di pensare che nelle imprese gli altri valori non contino, perché troppo alti per sprecarli nel volgare mondo dell’economia. Se così fosse, non si spiegherebbe la storia e il presente di tanta economia cooperativa, sociale e civile, né l’azione di quei molti imprenditori e lavoratori italiani ed europei che, figli e figlie di un’altra cultura economica, spirituale e civile, in questi anni stanno andando avanti reagendo per istinto alla logica degli incentivi, e che ancora resistono a consulenti, banche, istituzioni, che li leggono con gli occhiali dell’ideologia dell’incentivo, e così vorrebbero curarli.

Tutti nel corso della vita abbiamo fatto scelte, dalle piccole e ordinarie a quelle decisive, andando oltre e contro la logica dell’incentivo, preferendo il meno di denaro e di carriera al di più espresso in altri valori. E lo abbiamo fatto, e in tanti continuiamo a farlo, non per eroicità ma per dignità, e per fedeltà a quella parte non-in-vendita che ci abita tutti nel profondo. Nelle pagine della vita di ogni persona e di ogni organizzazione ci sono molte parole scritte con inchiostro simpatico, che la fredda logica dell’incentivo non vede, perché servirebbe il calore degli altri registri relazionali. Ma se queste frasi restano invisibili, non siamo capaci né di raccontare che cosa accade davvero nel mondo del lavoro, né tantomeno di migliorarlo.

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Commenti - Le virtù che non è un lusso investire nel mondo dell'economia

di Luigino Bruni 

pubblicato su Avvenire il 04/08/2013 

logo_avvenireUno dei paradossi al centro del nostro sistema economico-sociale è la pacifica convivenza tra il radicale rifiuto di padroni e di controlli nella sfera politica e l’altrettanto radicale accettazione di altri padroni e controlli nelle imprese e nelle organizzazioni. Abbiamo fatto e facciamo lotte e rivoluzioni contro tiranni e dittatori, ma non appena lasciamo la piazza e varchiamo i cancelli dell’impresa deponiamo sull’attaccapanni il nostro vestito di cittadino democratico e docilmente indossiamo i panni del suddito regolato e controllato.

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Oltre l'ideologia dell'incentivo

Oltre l'ideologia dell'incentivo

Commenti - Le virtù che non è un lusso investire nel mondo dell'economia di Luigino Bruni  pubblicato su Avvenire il 04/08/2013  Uno dei paradossi al centro del nostro sistema economico-sociale è la pacifica convivenza tra il radicale rifiuto di padroni e di controlli nella sfera politi...