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[introtext] => Editoriali - La piaga dell’azzardo, le sue conseguenze, una strana intesa
di Luigino Bruni
pubblicato su Avvenire il 17/10/2014
Le dimensioni e la gravità dell’azzardo in Italia non possono più lasciarci indifferenti. L’azzardo distrugge la nostra economia, i nostri anziani, i nostri poveri, sta rubando l’anima del nostro Paese. Persino Poste Italiane offre ormai sistematicamente gratta-e-vinci ai clienti, fatto gravissimo in sé, ma reso ancora più vergognoso dalla presenza in quegli uffici di moltissimi pensionati, le prime vittime di questa peste antica e nuova. Triste approdo per un’azienda preziosa, nata per stare dalla parte della gente, che ci ha portato a casa le lettere d’amore, degli amici emigranti per fame di lavoro, dei figli al fronte... Analogo spettacolo d’inciviltà lo ritroviamo in troppe aree di sosta organizzate delle nostre autostrade, dove – mentre danno il resto del caffè o incassano il dovuto per il carburante – ci offrono anche i "grattini".
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E potremmo continuare con i dati e le vicende che le inchieste di "Avvenire" offrono, da anni e quasi giornalmente, all’attenzione e alla riflessione dei lettori. Vox clamantis in deserto, nel "deserto" informativo e di denuncia di tanti, troppi, altri media.
C’è poi una grave responsabilità da parte dei Governi e dei Parlamenti degli ultimi vent’anni, che ha generato la condizione difficile in cui si sono trovati nel passato e, purtroppo, si ritrovano ancora oggi coloro che operano nelle istituzioni e hanno le idee chiare sul fenomeno, ma non riescono a far alzare i necessari argini all’avanzata del "deserto" dell’azzardo. Qualcosa è stato fatto, la "ludopatia", cioè il gioco d’azzardo compulsivo, è stata finalmente riconosciuta per il male che, ma l’interesse e l’irresponsabilità di potenti lobby, spalleggiate da altrettanto potenti burocrati, ha prevalso sinora su una politica debole, incapace di emanare e consolidare regole di buon senso. La situazione attuale è, infatti, il frutto velenoso di un progetto che mira intenzionalmente a "scavare" ricchezza dentro la povertà e di una politica esitante o complice che ancora ritiene, o si lascia convincere, che sia possibile rispondere alla crisi economica del nostro Paese lucrando sulla disperazione di persone e famiglie.
Le slot machine nei bar sono state introdotte poco più di venti anni fa e sono dilagate in questo decennio: prima non c’erano, come non ci sono nei Paesi davvero civili. Insieme alle slot sono arrivati i gratta-e-vinci che hanno affiancato fino a sostituire di fatto le lotterie nazionali. Le scommesse sportive hanno preso il posto del totocalcio, il superenalotto del lotto. E abbiamo dovuto assistere alla folle scelta di co-finanziare la ricostruzione dell’Aquila con una "nuova generazione" di slot, pensando di curare il tanto dolore prodotto dal terremoto con altrettanto dolore dei poveri.
Dietro l’invasione dell’azzardo c’è, però e soprattutto, l’atteggiamento miope e immorale di uno Stato che ha deciso di appaltare e regolare la gestione dell’azzardo non attraverso enti pubblici o realtà senza scopo di lucro, ma affidandola a imprese multinazionali private che, dovendo per loro natura intrinseca massimizzare i profitti, hanno iniziato a incentivare i cosiddetti "giochi", a inventare sempre nuove forme di azzardo, a costruire slot machine razionalmente pensate per adescare e produrre dipendenza. E così, per la prima volta nella storia, siamo stati capaci di compiere l’assurdità più grande: consegnare la gestione di un ambito di forte fragilità a imprese for-profit, che sono tanto più felici quanto più aumenta la dipendenza dei "clienti", essendo il malato patologico d’azzardo il cliente perfetto, fonte di profitti sicuri e crescenti. Se questa è la logica, c’è da chiedersi quando affideremo alle imprese del narco-traffico la gestione delle comunità di recupero di tossicodipendenti…
La domanda davvero cruciale è però un’altra: nel vuoto gravissimo delle istituzioni, dove sono i cittadini? Che fine hanno fatto le associazioni di genitori? Ci si può accontentare di farisaiche campagne per il "gioco responsabile" (dove il termine azzardo non compare neanche per sbaglio)? Perché quando in un quartiere viene aperta una nuova "sala giochi" le famiglie non iniziano una protesta a oltranza, addirittura uno sciopero della fame collettivo? Chi difende e lotta oggi per questi poveri? La Chiesa italiana, con lo stesso presidente della Cei, cardinale Bagnasco, ha parlato forte e chiaro in diverse occasioni. Il movimento SlotMob, che germina dal basso, continua a coinvolgere cittadini e amministratori locali e ieri a Foligno, 66° città della serie, è tornato a "premiare" gli esercizi «liberi dalle slot». Ma è ancora troppo poco, anche perché parallelamente all’azione di una parte importante della Chiesa e della società civile, ci sono altre realtà (civili ed ecclesiali) che mostrano ambiguità e incoerenze.
C’è, infatti, tutto un non-profit, laico e cattolico che accetta denari dalle aziende dell’azzardo. Lottomatica, Sisal, Snai e altre imprese della confindustriale Sistema Gioco Italia finanziano attività di diverse associazioni a finalità sociale. I produttori di dipendenze mettono a libro paga le "buone" organizzazioni del non-profit perché si occupino dei malati da loro generati: Erode che finanzia asili nido. Una logica che sembra emergere purtroppo anche dall’accordo siglato ieri da Sistema Gioco Italia, che l’ha annunciato con trionfante soddisfazione, e da don Armando Zappolini, presidente del Cnca e referente della Campagna "Mettiamoci in gioco" (realtà a cui partecipano associazioni e movimenti di diversa ispirazione, sindacati e l’Associazione dei Comuni italiani). Un’intesa per un serrato «dialogo» addirittura basato sulla cancellazione ideologica del termine "azzardo" dal lessico dei dialoganti. Zappolini ha dichiarato ad "Avvenire" che si tratta soltanto di un tentativo di saggiare seriamente le intenzioni degli imprenditori del settore. Sulla base dei precedenti, da saggiare c’è ben poco... È sin d’ora certo, invece, che certe ambigue compiacenze sono molto gravi, perché realizzano collusioni con quelle che continuano a dimostrarsi – in termini cristiani – vere e proprie «strutture di peccato». Per questo nessuno può chiudere la bocca al movimento di contrasto all’azzardo e nessuno può illudersi di frenarlo con l’invito a una partita a dadi.
I dadi sono presenti sulla scena della Passione, e sono dalla parte della morte e dei carnefici, non da quella di Cristo e della vita. Oggi l’azzardo continua ad accompagnare la passione di tante, troppe, persone e famiglie. Fino a quando?
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La filosofa della politica Jennifer Nedelsky, canadese, docente all’Università di Toronto, è una delle voci più innovative nel dibattito sui temi della cura, dei diritti e delle relazioni sociali, ed è convinta che nella nostra epoca ci sia una grande priorità che, invece e purtroppo, resta molto sullo sfondo della vita delle democrazie: il profondo ripensamento del rapporto tra lavoro e cura, e quindi tra uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri. Un tema essenziale in un mondo con sempre più vecchi e con vecchi che, grazie a Dio, vivono sempre di più. Senza una svolta collettiva e seria nella cultura della cura in rapporto alla cultura del lavoro, è la democrazia e l’uguaglianza tra le persone che vengono sostanzialmente negate. La conosco da qualche anno (per questo nel colloquio che segue ho tradotto l’inglese "you" con "tu") e l’ho incontrata in Italia all’
«In parallelo con l’intensificarsi della crisi economica è stata osservata una maggiore diffusione del fenomeno dell’usura, testimoniata da segnalazioni di operazioni sospette raddoppiate nel 2013 rispetto all’anno precedente». Ci sono documenti, come questo appena pubblicato dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, che ogni cittadino responsabile e maturo dovrebbe leggere, meditare, e quindi agire di conseguenza. L’usura è una malattia tipica di ogni società monetaria, poiché è il fenomeno visibile dei rapporti di forza e di potere che si nascondono sotto l’apparente neutralità della moneta. L’esistenza della moneta produce molti benefici, ma genera anche alti costi, che crescono di intensità e rilevanza con l’estendersi dell’area coperta dalla moneta all’interno della società.
Quando un Paese e una cultura sono in crisi – e qui in Italia lo siamo – emette contemporaneamente molti segnali, tutti concordi. Magari perde malamente anche la possibilità di continuare a giocare un mondiale di calcio e ne incolpa soprattutto l’arbitro. Ma, soprattutto, perde entusiasmo e speranza, perde voglia di futuro, non crea e distrugge posti di lavoro "buoni" e ne aumenta di "cattivi", perde fiducia nelle istituzioni, aumenta la corruzione a tutti i livelli, non genera bambini, ha paura della vecchiaia e della morte... Un segnale che ha accompagnato sempre quelle crisi che si presentano principalmente come crisi etiche, è l’aumento dei maghi e del gioco malato, cioè dell’azzardo. Il ciclo economico-civile di un popolo è accompagnato – con segno inverso – dal ciclo dei culti alla dea fortuna.
La scuola è uno specchio concavo della società: ci restituisce ingrandite, qualche volta ribaltate, le sue potenzialità e virtù insieme alle inefficienze e ai vizi. Ma prima di tutto la scuola – in ogni ordine e grado – è uno dei grandi “beni comuni” della nostra società. È lì dove si legano tra di loro le generazioni e si mischiano i saperi, dove apprendiamo a gestire le nostre frustrazioni e a fare amicizia con i limiti nostri e degli altri, dove impariamo che cooperazione e competizione possono e devono convivere. È il luogo dove scopriamo che le regole esistono prima di noi e non sono un nostro “prodotto”. È dove diventiamo grandi. Dove impariamo le poesie.
Abbiamo sempre saputo che il Prodotto interno lordo non misura molto e che molte delle cose che misura le misura male – e anche su queste pagine lo ripetiamo spesso e volentieri. Ma nessuno ha mai pensato di eliminare il Pil per dar vita al suo posto ad altri indicatori di benessere, perché sebbene la democrazia abbia un crescente bisogno di più indicatori economico-sociali, resta importante avere anche un indicatore della produzione dei beni e dei servizi di un Paese. Il Pil è pieno di dati che dicono poco sul nostro benessere o dicono esattamente il contrario (per esempio, il gioco d’azzardo).
Se vogliamo continuare a scrivere lavoro come prima parola del nostro Patto sociale, oggi dobbiamo affiancargli altre parole prime. Tra queste c’è la cura, che va declinata assieme al lavoro. Per ricreare lavoro la prima operazione da fare è riconoscere che l’esperienza lavorativa di una persona deve oltrepassare il lavoro remunerato (job) per includere attività di cura prestate in famiglia e nelle comunità. Nel Novecento abbiamo confinato il lavoro al posto di lavoro, alla fabbrica e all’ufficio, lasciando fuori dal lavoro tutto quel lavoro che non veniva valorizzato né conteggiato solo perché avveniva fuori del “mercato del lavoro”.
Quando nel 2012 l’Assemblea dell’Onu istituì la «Giornata internazionale della felicità» non era cosciente, con ogni probabilità, che la patria della felicità vista come obiettivo dei governi e dei popoli fosse l’Italia. L’idea di felicità come scopo della vita è antica quanto l’umanità (o almeno quanto la filosofia greca); ma la sfida che la felicità possa essere «l’oggetto dei buoni prìncipi», come recita il sottotitolo libro di Ludovico Antonio Muratori, "Della pubblica felicità" (1749), è faccenda latina, italiana. Lo stesso «diritto alla ricerca della felicità» (1776), che l’Onu pone al centro della Giornata, fu una gemmazione americana di un movimento europeo, molto latino, moltissimo napoletano.
Non esiste una definizione migliore di “esortazione apostolica” per la Evangelii gaudium di papa Francesco. Esortazione viene dal verbo latino ex-hortari, che ha il duplice significato di “indurre, incitare a fare qualcosa” ma anche quello di “consolare, rialzare” (la radice è la stessa di confortare). La Evangelii gaudium è infatti un documento che incita con forza a cambiare direzione, e lo fa con la stessa forza con cui gli apostoli si rivolgevano alle loro Chiese (pensiamo a Paolo), che usavano toni forti e duri quando necessario; ma, a imitazione dell’atteggiamento apostolico, questa esortazione mentre incita e spinge a raddrizzarci, ci conforta e ci aiuta nell’atto del rialzarci.
C’è aria di ottimismo a Davos 2014. Si guarda alla grande crisi post-2008 come faccenda ormai superata, da archiviare nei libri di storia e nei cassetti dei ricordi tristi delle famiglie e dei popoli. Peccato che questo ottimismo non abbia basi solide su cui fondarsi. Quindi la domanda cruciale diventa: per quali ragioni Davos vuole offrire all’opinione pubblica un quadro dell’economia diverso da quello ben presente alla grande maggioranza della gente?