Messaggero di S. Antonio

Economia Civile

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Se la scuola inizia a distinguere gli studenti in leader e follower, mina uno dei pilastri dell’educazione: la riduzione in classe delle diseguaglianze naturali e sociali per creare quella comune cittadinanza essenziale a ogni patto sociale.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 04/05/2024

Leadership è diventata parola sacra della nuova religione del capitalismo. La si invoca ovunque. Anche gli ambienti ecclesiali – dove si incontrano corsi sulla leadership di Gesù, di san Benedetto e persino di san Francesco – ne sono ammaliati. Nonostante il fondatore del Cristianesimo abbia detto: «Non vi fate chiamare guide (cioè leader), perché una sola è la vostra guida» (Mt 23,10), e poi costruito tutto l’umanesimo cristiano attorno al concetto di sequela, che è l’esatto opposto della leadership. E invece, pur moltiplicandosi gli aggettivi (inclusiva, gentile, comunitaria …), il sostantivo, leadership, non viene mai messo in discussione. 

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Le ragioni dell’affermarsi di questo nuovo dogma sono molte, ma alla radice c’è una nuova grande fragilità relazionale ed emotiva di lavoratori e dirigenti, in un mondo che ha disimparato come si lavora insieme. E così, da una parte, critichiamo il patriarcato e tutto l’umanesimo di quel mondo gerarchico, e poi, dall’altra, edifichiamo una cultura della leadership che, sotto molti aspetti, è più patriarcale del patriarcato (è impressionante come il movimento femminista non si sia ancora accorto di quanto maschilismo sia incorporato nell’idea di leadership).

Un preoccupante fenomeno recente, poi, che dice la direzione che questo nuovo umanesimo del business sta prendendo, ha a che fare con il mondo della scuola. Mi hanno colpito i racconti di due colleghe riguardo ai colloqui avuti con gli insegnanti dei loro figli e figlie. Quei docenti hanno ripetuto, con parole simili, uno stesso concetto: «Sua figlia, suo figlio, ha tutte le caratteristiche per diventare una leader della classe, ma non siamo sicuri che ce la faccia, perché ce ne sono altre e altri con cui compete: dovete aiutarla a casa a rafforzare le sue doti di leader».

Questi ragionamenti pensavo si limitassero all’ambiente universitario e invece i colloqui riportati si riferiscono alla scuola secondaria, dove la mentalità aziendale sta entrando pesantemente (forse tra poco arriverà anche nelle scuole primarie). Il cambiamento, infelice, del nome del ministero dell’Istruzione (divenuto pure «del merito») aveva già segnalato un cambiamento di cultura educativa nel Paese, perché la meritocrazia e la leadership sono due facce della stessa medaglia: il leader è diverso dal vecchio «dirigente» o «capoufficio», anche perché si merita la sequela dei suoi «dipendenti», diventati «followers» (attenti al linguaggio dei social su questo ). 

Ma se la scuola inizia a distinguere e a dividere gli studenti in leader e follower, mina alle sue fondamenta uno dei pilastri dell’educazione dei bambini e dei giovani: la riduzione in classe delle diseguaglianze naturali e sociali per creare quella comune cittadinanza essenziale a ogni patto sociale. A scuola i giovani dovrebbero imparare a essere compagne e compagni di tutti, perché la fraternità civile inizia nelle aule scolastiche. Esistono già meccanismi per differenziare «i meriti» scolastici, che si chiamano giudizi e voti, e tutti in classe sanno chi sono i compagni più bravi e quelli che lo sono meno o che sono più bravi in altre discipline. Se invece a queste diseguaglianze inevitabili di talenti e di opportunità iniziamo ad aggiungere le doti di leadership che avrebbero solo alcuni, le diseguaglianze cresceranno sempre di più fino a distruggere la convivenza civile.

L’aspetto più deleterio di questa ideologia-religione del business è il suo presentarsi come innocua, e quindi accettata senza colpo ferire da insegnanti e famiglie. C’è bisogno di una nuova attenzione da parte di tutti su che cosa sta accadendo nel mondo della scuola.

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di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 04/05/2024

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Se la leadership entra a scuola

Se la leadership entra a scuola

Se la scuola inizia a distinguere gli studenti in leader e follower, mina uno dei pilastri dell’educazione: la riduzione in classe delle diseguaglianze naturali e sociali per creare quella comune cittadinanza essenziale a ogni patto sociale. di Luigino Bruni pubblicato sul Messaggero di Sant'Anton...
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Per tanti anni abbiamo consumato i capitali naturali, civili e spirituali come se fossero infiniti. Che fare ora che quei capitali stanno davvero finendo?

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 06/04/2024

L’economia antica pensava che la ricchezza fosse legata al possesso di capitali. Palazzi, miniere, e soprattutto oro, erano considerati la vera ricchezza di famiglie, città o Stati. Quindi, la politica economica aveva un’unica indicazione: aumentare l’oro nei forzieri, e fare di tutto per farne uscire il meno possibile. A metà Settecento, poi, la scuola francese della «Fisiocrazia» operò un cambiamento radicale, dicendoci che la ricchezza più importante era invece un’altra: il flusso annuale di reddito che i capitali generano. E nacque il concetto del Pil, il prodotto interno lordo, che poi diventerà operativo solo con l’inizio del XX secolo e con lo sviluppo delle tecniche di contabilità nazionale.

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Con la nascita dell’economia moderna iniziammo così a misurare i flussi, non più gli stock o i capitali. Si sapeva che i flussi, che il reddito, nascevano da capitali di varia natura – finanziari, umani, sociali… – ma restavano sullo sfondo della teoria economica e quindi delle misurazioni. E così, giorno dopo giorno, i capitali non più visti dalla teoria economica e dalla politica iniziarono a deteriorarsi. Li abbiamo consumati, anche perché all’inizio dello sviluppo economico capitalistico erano molto abbondanti (soprattutto quelli ambientali e quelli comunitari), e quindi il loro stock sembrava essere quasi infinito. Solo alla fine del II millennio abbiamo iniziato a prendere coscienza che quei capitali stavano davvero finendo. 

Il primo capitale del quale (quasi) tutti vediamo il grave deterioramento è quello ambientale. La terra, usata come risorsa da estrarre senza reciprocità, sta levando il suo grido, raccolto da una ragazza (Greta) e da un vecchio (Francesco), ma molto meno dal mondo dell’economia e dalla politica. Il mercato, fondato sul mutuo vantaggio, non ha incluso in questa mutualità di vantaggi anche il vantaggio della terra, degli animali e delle altre specie dentro i calcoli dei costi e benefici, e la reciprocità intra-umana è cresciuta a spese della vita non umana, una scelta non etica e pure miope e stupida da più punti di vista.

Quello naturale non è però il solo capitale in via di estinzione. Un altro «stock» che il capitalismo sta consumando è quello civile e spirituale, fatto di virtù civili e di capacità di stare al mondo. Sono state le imprese a rendersene conto per prime, in base alla loro vocazione a speculare – da specula, il luogo dove ci si pone per vedere più lontano –. I giovani lavoratori arrivano nelle imprese sempre meno equipaggiati con quel capitale etico fatto di resilienza emotiva, di capacità di gestire conflitti, di cooperare, perché tutte queste abilità erano state gestite dentro codici etici e narrativi che nel Novecento si sono quasi esauriti. Ecco allora, da una parte, il disagio dei giovani lavoratori a inserirsi dentro le nostre organizzazioni produttive – di cui è segno il fenomeno, serio, delle «grandi dimissioni» di milioni di lavoratori dopo il covid –; e, dall’altra, la preoccupante proliferazione di una foresta di consulenti (coach, counselor, psicologi del lavoro, manager del benessere, e così via) che dovrebbero creare in house quelle virtù e capacità dei lavoratori che non arrivano più dall’esterno (famiglia, chiese, comunità…). 

Che cosa fare? Intanto parlarne di più. Poi iniziare a misurare i capitali, non solo il Pil, che aumenta con le guerre, con l’azzardo e con il malessere della gente. Lanciare una stagione di nuovi misuratori «in conto capitale» che monitorino lo stato di salute di quel che resta del clima e delle virtù civili, dell’etica pubblica, del patrimonio morale e spirituale che hanno generato i miracoli economici e civili del Novecento.

 Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Torniamo a misurare i capitali

Torniamo a misurare i capitali

Per tanti anni abbiamo consumato i capitali naturali, civili e spirituali come se fossero infiniti. Che fare ora che quei capitali stanno davvero finendo? di Luigino Bruni pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 06/04/2024 L’economia antica pensava che la ricchezza fosse legata al possesso...
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Dobbiamo ritrovare insieme un nuovo rapporto con la terra. L’abbiamo usata per estrarre le nostre risorse, senza capire che aveva bisogno della nostra reciprocità. Ascoltiamo il grido dei coltivatori, e cambiamo tutti e presto i nostri stili di vita.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 06/03/2024

Le proteste degli agricoltori con i loro trattori ci possono dire molte cose, non tutte sempre sottolineate dal dibattito pubblico. Abbiamo sottovalutato la dimensione conflittuale della transizione ecologica. Anche nei confronti del pianeta e della terra, i molti danni che abbiamo fatto nell’ultimo secolo non scompaiono da soli. Richiedono molto lavoro, serietà, impegno, costi e qualche volta generano nuovi conflitti. Si stanno intravvedendo nuove «lotte di classe», diverse da quelle di ieri, ma non meno importanti e preoccupanti. La terra è sempre stata sottovalutata dall’economia e dalla politica. Da quando l’economia moderna tra il Seicento e il Settecento iniziò a pensarsi come scienza, non ha mai pensato che il mondo vegetale, né quello biologico, potessero offrirle strumenti e categorie per pensare le interazioni economiche. Poi, a fine Ottocento, la terra uscì completamente di scena generando, appunto, una eclisse della terra nella scienza economica che è durata fino a pochi anni fa, quando l’esplosione della crisi ambientale globale l’ha fatta terminare traumaticamente. Così abbiamo dato vita a una teoria e una prassi economiche incapaci di vedere la terra e le sue esigenze, e l’abbiamo deteriorata.

La distrazione generale dell’economia e della politica nei confronti della terra ha dunque radici antiche e profonde. La Chiesa cattolica, invece, aveva mostrato nei secoli passati una grande attenzione alla terra e agli agricoltori. Benedetto XIII, Vincenzo Maria Orsini (1649-1730), di Gravina di Puglia, era chiamato «l’agricoltore di Dio» per la sua instancabile opera di promozione dei cosiddetti «monti frumentari», delle vere e proprie banche del grano dove la «moneta» era il frumento: si prendevano prestiti in grano, che poi si restituivano in grano. Nel 1861 nel solo Sud Italia e nelle Isole esistevano più di mille monti frumentari (in Sardegna oltre trecento), nati prima dai frati cappuccini e poi da molti vescovi. Un vero patrimonio civile ed economico, disperso anche dalle scelte sbagliate del nuovo governo unitario. In quei difficili secoli di Controriforma, la Chiesa seppe capire dove si trovavano i bisogni veri della gente delle campagne, e fece opere innovative.

Colpisce che oggi questo ultimo conflitto dei coltivatori sia emerso tra le esigenze di una terra ferita e coloro che vivono dei frutti della stessa terra. Un rapporto predatorio con la terra l’ha deteriorata e impoverita. Questo impoverimento ha reso la vita più dura ai contadini e agli agricoltori che avevano contribuito solo in piccola parte ai danni, dovuti soprattutto all’industria e al consumo di massa. Ma oggi sono proprio i contadini che coltivano questa terra malata a essere chiamati a cambiare (a loro spese) le tecniche di produzione per non continuare a impoverire la terra sfinita. Ed ecco un paradossale conflitto tra vittime di ieri e potenziali carnefici di domani, i custodi della terra che si sentono trattati come i suoi assassini. E non ci stanno. E noi li capiamo. Dobbiamo ritrovare tutti insieme un nuovo rapporto con la terra. L’abbiamo usata per estrarre le nostre risorse, senza capire che aveva bisogno della nostra reciprocità. Non siamo stati custodi, siamo stati predatori. Ascoltiamo il grido dei coltivatori, e cambiamo tutti e presto i nostri stili di vita.


Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 06/03/2024

Le proteste degli agricoltori con i loro trattori ci possono dire molte cose, non tutte sempre sottolineate dal dibattito pubblico. Abbiamo sottovalutato la dimensione conflittuale della transizione ecologica. Anche nei confronti del pianeta e della terra, i molti danni che abbiamo fatto nell’ultimo secolo non scompaiono da soli. Richiedono molto lavoro, serietà, impegno, costi e qualche volta generano nuovi conflitti. Si stanno intravvedendo nuove «lotte di classe», diverse da quelle di ieri, ma non meno importanti e preoccupanti. La terra è sempre stata sottovalutata dall’economia e dalla politica. Da quando l’economia moderna tra il Seicento e il Settecento iniziò a pensarsi come scienza, non ha mai pensato che il mondo vegetale, né quello biologico, potessero offrirle strumenti e categorie per pensare le interazioni economiche. Poi, a fine Ottocento, la terra uscì completamente di scena generando, appunto, una eclisse della terra nella scienza economica che è durata fino a pochi anni fa, quando l’esplosione della crisi ambientale globale l’ha fatta terminare traumaticamente. Così abbiamo dato vita a una teoria e una prassi economiche incapaci di vedere la terra e le sue esigenze, e l’abbiamo deteriorata.

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Colpisce che oggi questo ultimo conflitto dei coltivatori sia emerso tra le esigenze di una terra ferita e coloro che vivono dei frutti della stessa terra. Un rapporto predatorio con la terra l’ha deteriorata e impoverita. Questo impoverimento ha reso la vita più dura ai contadini e agli agricoltori che avevano contribuito solo in piccola parte ai danni, dovuti soprattutto all’industria e al consumo di massa. Ma oggi sono proprio i contadini che coltivano questa terra malata a essere chiamati a cambiare (a loro spese) le tecniche di produzione per non continuare a impoverire la terra sfinita. Ed ecco un paradossale conflitto tra vittime di ieri e potenziali carnefici di domani, i custodi della terra che si sentono trattati come i suoi assassini. E non ci stanno. E noi li capiamo. Dobbiamo ritrovare tutti insieme un nuovo rapporto con la terra. L’abbiamo usata per estrarre le nostre risorse, senza capire che aveva bisogno della nostra reciprocità. Non siamo stati custodi, siamo stati predatori. Ascoltiamo il grido dei coltivatori, e cambiamo tutti e presto i nostri stili di vita.


Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Ascoltiamo il grido dei coltivatori

Ascoltiamo il grido dei coltivatori

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Se non si impara a casa, e nei primi anni di vita, il valore della gratuità, da adulti saremo mossi solo dal denaro e non saremo buoni lavoratori. Lasciamo gli incentivi e le paghe ai grandi, e proteggiamo i nostri piccoli dall’impero del denaro.

di Luigino Bruni

pubblicato il 04/02/2024 su Il Messaggero di Sant'Antonio

La paghetta dei ragazzi e delle ragazze è un tema controverso, e sotto vari aspetti. Spesso è un’espressione che accomuna fenomeni molto diversi tra di loro. In senso stretto, la paghetta è una somma di denaro – settimanale o mensile – che i genitori consegnano a un figlio/a che non ha un reddito proprio, perché lo usi per le sue spese ordinarie. In genere, la paghetta si riferisce a ragazzi/e adolescenti o pre-adolescenti, non a bambini e non a studenti universitari. Una seconda confusione riguarda poi l’accomunare la paghetta e l’incentivo monetario nei vari «lavoretti» dei figli. Perché dare un tot di euro alla settimana come paghetta è diverso dalla creazione di una sorta di mercato familiare dove i vari servizi domestici sono associati a un prezzo: 3 euro per sparecchiare, 4 per lavare i piatti, ecc... I due strumenti – paghetta e incentivo – possono coesistere in famiglia, ma l’uno può sussistere anche senza l’altra, e viceversa.

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In questa nostra cultura dominata e ossessionata dal business, la cultura della paghetta e/o degli incentivi raccoglie sempre nuovi consensi, è il nuovo catechismo dei bambini della nuova religione capitalistica. Psicologi, esperti di dinamiche familiari, economisti, giornalisti e tuttologi inventano ogni giorno nuove ragioni per estendere l’uso della logica economica dentro casa. Perché, dicono, aumenta la responsabilità dei ragazzi, imparano a gestire il denaro, ne capiscono il valore, e iniziano in tempo a muoversi nel mercato che li attende quando saranno adulti.

Come si sarà già intuito, io sono molto contrario agli incentivi monetari con i ragazzi (per non parlare dei bambini) e sono contrario anche alla paghetta. Perché entrambi gli strumenti creano una mentalità economica fuori tempo e fuori contesto, e perché la famiglia è il luogo dove bisogna apprendere altri valori non monetari anche per gestire bene domani il denaro, il mercato e il lavoro. L’incentivo – cioè associare a ogni singolo servizio un contratto monetario – crea nei ragazzi l’idea che la motivazione o la ragione per fare un lavoro sia il denaro e non il lavoro in se stesso. Se sono pagato per rifare il letto, inizio a pensare che riassettarlo non abbia una ragione in sé ma che la ragione sia il denaro.

E così dimentico che il letto va fatto bene e basta, perché il suo essere risistemato prima di andare a scuola ha un valore in se stesso, che non ha nulla a che fare con il denaro. Cosa diversa è usare premi – che non sono incentivi –, molto meglio se non monetari (ma qui ci possono essere eccezioni). I premi non sono sistematici (non ci sono sempre), arrivano ogni tanto a rafforzare le motivazioni intrinseche, a dire «bravo», ma non sono la ragione per essere bravi. Inoltre, una volta introdotto il denaro nei rapporti familiari, è molto difficile, se non impossibile, toglierlo per ottenere gli stessi risultati; inoltre l’incentivo tende a contaminare i settori confinanti (dal letto si passa ai piatti, al cane e ai compiti…).

Se non si impara a casa, e nei primi anni di vita, il valore della gratuità, cioè il valore infinito del lavoro ben fatto, da adulti saremo mossi solo dal denaro e non saremo buoni lavoratori. Ed è davvero un programma di vita troppo triste, perché mancherà la dimensione più importante del vivere: la libertà, inclusa la libertà dagli incentivi, per poter fare quelle scelte che sono giuste e buone. È la gratuità libera che fonda anche il valore del denaro, ma domani. A casa ci sono molte cose più importanti da fare e da imparare. Lasciamo gli incentivi e le paghe agli adulti, e proteggiamo i nostri piccoli dall’impero del denaro.

 

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Se non si impara a casa, e nei primi anni di vita, il valore della gratuità, da adulti saremo mossi solo dal denaro e non saremo buoni lavoratori. Lasciamo gli incentivi e le paghe ai grandi, e proteggiamo i nostri piccoli dall’impero del denaro.

di Luigino Bruni

pubblicato il 04/02/2024 su Il Messaggero di Sant'Antonio

La paghetta dei ragazzi e delle ragazze è un tema controverso, e sotto vari aspetti. Spesso è un’espressione che accomuna fenomeni molto diversi tra di loro. In senso stretto, la paghetta è una somma di denaro – settimanale o mensile – che i genitori consegnano a un figlio/a che non ha un reddito proprio, perché lo usi per le sue spese ordinarie. In genere, la paghetta si riferisce a ragazzi/e adolescenti o pre-adolescenti, non a bambini e non a studenti universitari. Una seconda confusione riguarda poi l’accomunare la paghetta e l’incentivo monetario nei vari «lavoretti» dei figli. Perché dare un tot di euro alla settimana come paghetta è diverso dalla creazione di una sorta di mercato familiare dove i vari servizi domestici sono associati a un prezzo: 3 euro per sparecchiare, 4 per lavare i piatti, ecc... I due strumenti – paghetta e incentivo – possono coesistere in famiglia, ma l’uno può sussistere anche senza l’altra, e viceversa.

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Paghette, incentivi & co.

Paghette, incentivi & co.

Se non si impara a casa, e nei primi anni di vita, il valore della gratuità, da adulti saremo mossi solo dal denaro e non saremo buoni lavoratori. Lasciamo gli incentivi e le paghe ai grandi, e proteggiamo i nostri piccoli dall’impero del denaro. di Luigino Bruni pubblicato il 04/02/2024 su Il Mes...
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L’imprenditore, onesto e civile, oggi soffre perché viene scambiato con lo speculatore, perché troppi imprenditori si sono trasformati, a volte senza volerlo, in speculatori, divorati dalla sindrome della rendita. È ora di iniziare a vederlo, e a dirlo.

di Luigino Bruni

pubblicato il 04/01/2024 su Il Messaggero di Sant'Antonio

Da sempre l’economia è il risultato di una tensione, o di un conflitto, tra profitti e rendite, cioè tra chi per guadagnare deve produrre nuovo reddito nel tempo presente, e chi guadagna oggi per ricchezze accumulate ieri e dalla passate generazioni. Gli imprenditori vivono di profitti, gli speculatori di rendite. La critica radicale nei confronti dell’usura che troviamo nella Bibbia e nel Vangelo (di Luca) ha la sua radice in una profonda avversione verso la rendita. L’usura, in un mondo sostanzialmente statico come era quello antico, è infatti una forma di rendita, cioè un reddito che nasce dal solo fatto di detenere il potere su un mezzo fondamentale (la moneta). Non c’è lavoro dietro alle usure, solo la forza e i privilegi. La critica all’usura ha attraversato tutto il Medioevo e la Controriforma, perché si riallacciava alla critica della Chiesa nei confronti delle rendite, sebbene gli stessi ecclesiastici fossero parte della classe redditiera; una delle tante contraddizioni della storia, e anche delle ragioni della poca efficacia della lotta della Chiesa nei confronti dell’usura, una lotta che conviveva con privilegi, anche politici, accordati ai banchieri-usurai dei Papi.

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La tensione redditi-profitti è un asse fondamentale per capire anche la nostra società. La critica marxista ha spostato la critica sociale sul conflitto capitalisti-lavoratori, e ha spiegato molto della società industriale. Ma con l’economia post-industriale, e con la diminuzione della rilevanza della grande fabbrica, siamo tornati all’antico fondamentale conflitto tra rendite e profitti, cioè tra gli imprenditori e i redditieri. Chi oggi continua a pensare che il conflitto fondamentale del nostro capitalismo sia quello tra imprenditori e lavoratori sbaglia target, perché si dimentica che il vero e grande conflitto è quello tra le rendite e tutte le altre forme di reddito (inclusi i salari dei lavoratori). La crescita della rendita sta schiacciando verso il basso sia i profitti degli imprenditori sia i salari dei lavoratori: «Viene poi un’altra suddistinzione delle classi sociali, plasmata sulla distinzione del capitale in produttivo e improduttivo: quella dei capitalisti produttori, esclusivamente dediti all’industria, e quella degli improduttivi, dei banchieri che non aumentano la ricchezza sociale, ma speculano sui valori, formando il loro reddito con prelevazione sui redditi altrui» (A. Loria, La sintesi economica, 1910, p. 211). 

Ma dove si esprime oggi il conflitto rendite-profitti? In molti luoghi. Il primo che ci viene in mente è la grande finanza speculativa, i grandi fondi di investimento che stanno subentrando agli imprenditori nella proprietà e nel controllo delle loro imprese, vendute, negli anni difficili che abbiamo vissuto, per le irresistibili offerte dei fondi anonimi, senza volti e spesso senz’anima. La tassazione rafforza la dittatura delle rendite, perché la politica fissa imposte sulle rendite troppo inferiori a quelle sul lavoro. Oggi una nuova e sottovalutata forma di rendita è la consulenza. La consulenza delle grandi società globali si presenta infatti come un tassa per gli imprenditori, poiché la dipendenza (addiction) creata ad arte negli ultimi anni (ormai l’autonomia delle imprese è diventata pressoché nulla), fa sì che buona parte dei profitti finisca nelle varie forme di consulenza che si presentano come essenziali e necessarie. E come in tutte le forme di dipendenza, richiedono che ogni giorno se ne aumenti la dose. L’imprenditore, onesto e civile, oggi soffre perché viene scambiato con lo speculatore, perché troppi imprenditori si sono trasformati, a volte senza volerlo, in speculatori, divorati dalla sindrome della rendita. È ora di iniziare a vederlo, e a dirlo.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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di Luigino Bruni

pubblicato il 04/01/2024 su Il Messaggero di Sant'Antonio

Da sempre l’economia è il risultato di una tensione, o di un conflitto, tra profitti e rendite, cioè tra chi per guadagnare deve produrre nuovo reddito nel tempo presente, e chi guadagna oggi per ricchezze accumulate ieri e dalla passate generazioni. Gli imprenditori vivono di profitti, gli speculatori di rendite. La critica radicale nei confronti dell’usura che troviamo nella Bibbia e nel Vangelo (di Luca) ha la sua radice in una profonda avversione verso la rendita. L’usura, in un mondo sostanzialmente statico come era quello antico, è infatti una forma di rendita, cioè un reddito che nasce dal solo fatto di detenere il potere su un mezzo fondamentale (la moneta). Non c’è lavoro dietro alle usure, solo la forza e i privilegi. La critica all’usura ha attraversato tutto il Medioevo e la Controriforma, perché si riallacciava alla critica della Chiesa nei confronti delle rendite, sebbene gli stessi ecclesiastici fossero parte della classe redditiera; una delle tante contraddizioni della storia, e anche delle ragioni della poca efficacia della lotta della Chiesa nei confronti dell’usura, una lotta che conviveva con privilegi, anche politici, accordati ai banchieri-usurai dei Papi.

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Speculazioni e rendite, male sociale

Speculazioni e rendite, male sociale

L’imprenditore, onesto e civile, oggi soffre perché viene scambiato con lo speculatore, perché troppi imprenditori si sono trasformati, a volte senza volerlo, in speculatori, divorati dalla sindrome della rendita. È ora di iniziare a vederlo, e a dirlo. di Luigino Bruni pubblicato il 04/01/2024 su I...
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Per individuare i testimoni della fede, dovremmo guardare non alle virtù eroiche, ma alle «beatitudini eroiche» che esprimono valori molto, troppo diversi.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 03/12/2023

Quale sia l’etica economica specifica del cristianesimo è questione annosa, poiché è dentro gli stessi vangeli che troviamo il primo pluralismo. Non è mai stato facile, infatti, mettere insieme il «guai ai ricchi» di Luca con la presenza di persone ricche nella comunità di Gesù (Levi, Giuseppe d’Arimatea…), o trovare una coerenza tra la «parabola dei talenti» e quella dell’«operaio dell’ultima ora» del vangelo di Matteo. Ciò che comunque è certo è la differenza, importante, tra l’etica del Vangelo, che è essenzialmente un’etica dell’agape, e l’etica delle virtù di origine greca e romana. Anche se nel corso del Medioevo l’etica cristiana ha incorporato l’etica delle virtù (o viceversa), fondando sulle virtù cardinali l’impianto civile e religioso della cristianità, è pur vero che l’umanesimo alla base del mondo greco e romano non è né quello biblico né quello evangelico, sebbene ci siano punti di contatto. L’antica etica delle virtù si basava sull’idea di eccellenza (areté) in un determinato ambito della vita (politica, sport…), un’eccellenza che può raggiungere chi pratica con impegno le virtù e che genera come suo premio massimo la felicità (eudaimonia), scopo ultimo della vita, come insegnava Aristotele.

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Il Vangelo ha un’altra idea di eccellenza, e la sua felicità (se vogliamo chiamarla così) oltre a essere molto diversa da quella greca, non è certo lo scopo ultimo del cristiano. L’eccellenza cristiana è eccellere nell’amore-agape, non nelle virtù. Infatti il contrasto tra le virtù e l’agape sta proprio nel ruolo che hanno gli altri (esseri umani e creazione) in funzione a se stessi. Il limite dell’etica greca sta nel suo essere centrata sull’individuo che cerca di migliorare il proprio carattere tendendo a una perfezione morale. Il Vangelo cambia prospettiva e dice: «Non pensare a te stesso, pensa agli altri, decentrati, e ti troverai migliore senza averci pensato». Non propone un processo etico di formazione del carattere del singolo; è un’etica di comunione, della reciprocità, dove il «comandamento nuovo» è rivolto ai cristiani alla seconda persona plurale: «amatevi gli uni gli altri…». Se poi guardiamo ai primi apostoli, incluso Paolo, troviamo peccatori, traditori, impulsivi, paurosi, fragili, duri di cervice, cercatori di potere, non certo virtuosi. Ciò che li fece diventare maestri e testimoni della fede fu la loro capacità di amore-agape, di pentimento, di ricominciare sempre, e di credere di più all’amore di Dio che alle loro proprie virtù. Per non parlare dell’Antico Testamento, dove i padri della fede sono assassini (Mosè e Davide), bugiardi (Giacobbe), e così via. 

Tutto ciò dovrebbe portarci a ripensare anche alla stessa idea cristiana e cattolica di santità o beatificazione, e ai relativi processi. Per individuare i testimoni della fede, dovremmo guardare non alle virtù eroiche ma alle «beatitudini eroiche» che esprimono valori molto, troppo diversi. Per non parlare dei miracoli come prova di santità, requisiti introdotti in età moderna e di Controriforma, e che hanno poco a che fare con l’umanesimo del Vangelo. Ho avuto i migliori maestri della fede in persone con molte imperfezioni, difetti, vizi, peccati, che però erano capaci di amare, che non hanno mai smesso di camminare alla sequela di una Voce, zoppicando come Giacobbe. La loro imperfezione è stato il pertugio spirituale nel quale è potuto penetrare un soffio dello Spirito che mi ha cambiato la vita, non rendendola perfetta ma solo più amata, mettendomi dentro il desiderio di provare a cambiare l’economia degli altri e dei più poveri. La nostra personale felicità, per il Vangelo, è troppo poco.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Per individuare i testimoni della fede, dovremmo guardare non alle virtù eroiche, ma alle «beatitudini eroiche» che esprimono valori molto, troppo diversi.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 03/12/2023

Quale sia l’etica economica specifica del cristianesimo è questione annosa, poiché è dentro gli stessi vangeli che troviamo il primo pluralismo. Non è mai stato facile, infatti, mettere insieme il «guai ai ricchi» di Luca con la presenza di persone ricche nella comunità di Gesù (Levi, Giuseppe d’Arimatea…), o trovare una coerenza tra la «parabola dei talenti» e quella dell’«operaio dell’ultima ora» del vangelo di Matteo. Ciò che comunque è certo è la differenza, importante, tra l’etica del Vangelo, che è essenzialmente un’etica dell’agape, e l’etica delle virtù di origine greca e romana. Anche se nel corso del Medioevo l’etica cristiana ha incorporato l’etica delle virtù (o viceversa), fondando sulle virtù cardinali l’impianto civile e religioso della cristianità, è pur vero che l’umanesimo alla base del mondo greco e romano non è né quello biblico né quello evangelico, sebbene ci siano punti di contatto. L’antica etica delle virtù si basava sull’idea di eccellenza (areté) in un determinato ambito della vita (politica, sport…), un’eccellenza che può raggiungere chi pratica con impegno le virtù e che genera come suo premio massimo la felicità (eudaimonia), scopo ultimo della vita, come insegnava Aristotele.

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Zoppicando, come Giacobbe

Zoppicando, come Giacobbe

Per individuare i testimoni della fede, dovremmo guardare non alle virtù eroiche, ma alle «beatitudini eroiche» che esprimono valori molto, troppo diversi. di Luigino Bruni pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 03/12/2023 Quale sia l’etica economica specifica del cristianesimo è questione a...
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Questo che si è appena concluso è stato il «Sinodo del già», non il «Sinodo del non-ancora», un non-ancora che nella vita dello spirito è essenziale sempre, ma soprattutto quando un mondo sta finendo e non ne vediamo ancora un altro.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 09/11/2023

Il Sinodo in corso è una delle più belle novità del pontificato di Francesco, frutto della sua capacità di cogliere i segni dei tempi. Per come è stato preparato, e per come si sta svolgendo, è evidentemente una benedizione per la Chiesa (e non solo cattolica). C’è motivo per esultare, e da molti punti di vista. Non ultimo, per la presenza nuova di laici e di donne, che fanno di questa assemblea ecclesiale qualcosa di davvero storico. Mi permetto solo di fare due piccole note a questa bella pagina che si sta scrivendo. Riguardano la natura e le competenze dei delegati. Se infatti si scorre l’elenco dei partecipanti, insieme alla soddisfazione per la ricca composizione e la biodiversità carismatica, colpisce anche l’assenza di alcune componenti. È sempre facile il mestiere di chi guarda una realtà in cerca di che cosa manca, perché non esiste nessuna realtà umana nella quale non mancherà sempre qualcosa. Quindi questo mio esercizio va preso come tale, con tutti i suoi limiti.

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La Chiesa, non solo quella cattolica, è dentro un grande processo di cambiamento, tra i più grandi e radicali della sua storia, che può essere paragonato a quello che seguì il crollo dell’Impero romano (V secolo), cioè la Chiesa dei tempi di Agostino e Benedetto, quando un mondo secolare crollava senza che ne fosse già nato un altro. Oggi un mondo – la Christianitas – sta tramontando, e un altro mondo per le chiese non si intravede. Siamo dentro un lungo sabato santo. Il Concilio Vaticano II fu un evento straordinario, ma, come diceva Dossetti, un problema di quella provvidenziale assemblea fu concepirsi ancora dentro la stagione della Christianitas, cioè di non capire collettivamente che una storia stava finendo, anche se le chiese erano ancora piene. Quelle chiese piene furono una «maledizione dell’abbondanza», perché quella ricchezza impedì ai Padri conciliari di cogliere il vuoto che covava sotto la cenere.

Con il XXI secolo non possiamo più pensare la Chiesa, la fede e la religione come la pensavamo nel XX secolo. La Chiesa, in alcuni Paesi, ha ancora una sua vitalità e le chiese non sono del tutto vuote; dobbiamo però stare molto attenti che questo «mezzo vuoto» (e non vuoto totale) non svolga la funzione che svolsero le chiese piene negli anni del Concilio. E per capire i segni dei tempi in un mondo con templi quasi svuotati non bastano teologi, vescovi, suore, sacerdoti, consacrati, che sono la maggioranza dei delegati. C’è bisogno di imprenditori, operai, insegnanti, assistenti sociali, scienziati, artisti, poeti, che sono coloro che stanno vivendo questa grande notte oscura della vita cristiana da una prospettiva «esterna» alla Chiesa istituzionale. Sono queste figure le principali sentinelle dell’aurora che potrebbe arrivare. E c’è bisogno soprattutto di giovani veri, under 30, che sono, mi pare, gli altri grandi assenti del Sinodo. Perché in ogni grande attesa c’è nascosta l’attesa di un bambino, dell’abitante del mondo che sta nascendo. I profeti biblici erano tutti giovani quando hanno iniziato la loro vocazione, da Samuele a Geremia.

Questo che si sta svolgendo è il «Sinodo del già», l’assemblea che fotografa la Chiesa oggi; non è il «Sinodo del non-ancora», un non-ancora che nella vita dello spirito è essenziale sempre, ma soprattutto quando un mondo sta finendo e non ne vediamo ancora un altro. Quando c’è bisogno degli occhi della sentinella, di chi sta sulle mura di cinta e parla di ciò che è fuori a chi è dentro, e di ciò che è dentro a chi è fuori. Donne e uomini della soglia. È sulla soglia, sui luoghi liminari, dove sta avvenendo già una risurrezione.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 09/11/2023

Il Sinodo in corso è una delle più belle novità del pontificato di Francesco, frutto della sua capacità di cogliere i segni dei tempi. Per come è stato preparato, e per come si sta svolgendo, è evidentemente una benedizione per la Chiesa (e non solo cattolica). C’è motivo per esultare, e da molti punti di vista. Non ultimo, per la presenza nuova di laici e di donne, che fanno di questa assemblea ecclesiale qualcosa di davvero storico. Mi permetto solo di fare due piccole note a questa bella pagina che si sta scrivendo. Riguardano la natura e le competenze dei delegati. Se infatti si scorre l’elenco dei partecipanti, insieme alla soddisfazione per la ricca composizione e la biodiversità carismatica, colpisce anche l’assenza di alcune componenti. È sempre facile il mestiere di chi guarda una realtà in cerca di che cosa manca, perché non esiste nessuna realtà umana nella quale non mancherà sempre qualcosa. Quindi questo mio esercizio va preso come tale, con tutti i suoi limiti.

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Donne e uomini della soglia

Donne e uomini della soglia

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Una delle grandi novità introdotte nel Novecento dal capitalismo di matrice Usa è stata la sovranità del consumatore. Oggi però il consumo sta cambiando natura, perché è cambiato il mercato.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 01/10/2023

C’è un aspetto della nostra società capitalistica che non è ancora sufficientemente discusso dagli economisti e dai filosofi. Mi riferisco all’assolutizzazione della categoria di consumatore. Una delle grandi novità introdotte nel Novecento dal capitalismo di matrice Usa è stata la sovranità del consumatore. All’inizio, soprattutto nel primo dopoguerra, l’arrivo di questo nuovo protagonista della vita civile fu accolto come una buona novità, e in parte lo era. Il consumo nei mercati, il consumare, fu visto come una forma della libertà dei moderni, che creava nuove opportunità e nuove uguaglianze: anche se sono un operaio, se non ho studiato, anche se non sono di buona famiglia, anche se non faccio parte dell’élite, quando entro in un negozio con il denaro posso acquistare la stessa automobile dei signori. Nel momento dell’acquisto mi sento uguale ai capi e ai ricchi, non mi sento secondo a nessuno. Questa prima stagione del consumo di massa è stato un passaggio importante della democrazia, prima in Occidente e poi in tutto il mondo (oggi questi fenomeni sono importanti soprattutto in Africa e in Asia). Il denaro non odora neanche di classe sociale: non saprò parlare in modo elegante e forbito, sono figlio di contadini, ma quando vengo nel tuo negozio mi devi trattare con la stessa dignità con cui tratti i signori.

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Oggi il consumo sta cambiando natura, perché sta cambiando (è cambiato) il mercato. La globalizzazione, prima, e i social, dopo (con le multinazionali for-profit che li gestiscono, non dimentichiamolo), hanno fatto del paradigma del consumo il nuovo paradigma della democrazia. Il consumo di mercato ha infatti poche regole chiare e semplici: 1. il consumatore è il solo che può decidere sulle proprie preferenze e gusti; 2. se un bene o un servizio mi piace, lo compro, se non mi piace, non lo compro; 3. nel mondo delle cose, una volta che siamo dentro (con potere d’acquisto o con debiti) siamo tutti uguali, non ci sono gerarchie, di nessun tipo; 4. non mi puoi imporre, nel mercato, nulla senza il mio consenso. Il «mi piace» dei social è stato preso direttamente dal mondo dei consumi, dove vale solo ciò che piace e non piace al singolo individuo. Quindi, nessuno mi può imporre, da fuori o dall’alto, scelte e beni che non mi piacciono, che io non abbia deciso, liberamente, di comprare o di non comprare. Tanto che un assioma della teoria economica liberale (la cosiddetta Public Choice), dice che il mercato non agisce a maggioranza (come la politica) ma all’unanimità, poiché è basato sul contratto, la cui logica richiede il consenso di tutti i partecipanti allo scambio (Buchanan e Tallock).

Dove può spingere questo ragionamento? Se il consumatore diventa il nuovo cittadino globale, la domanda diventa: questi consumatori-cittadini potranno accettare di fare cose che non piacciono loro? Potranno accettare, ad esempio, leggi che non amano, subirne le conseguenze anche quando non piacciono? Accetteranno la coercizione dell’autorità, oppure stiamo formando nuovi cittadini che vorranno pagare solo le multe che vogliono loro, che andranno in carcere solo se saranno d’accordo? Fino a oggi (o a ieri), le leggi e le sanzioni venivano decise democraticamente, quindi dalla maggioranza dei cittadini e con garanzie delle minoranze, ma le leggi in vigore non richiedono il «mi piace» di ogni singolo cittadino, né tantomeno di chi deve rispettarle. La domanda seria allora diventa: sopravviverà la democrazia al post-capitalismo consumista del XXI secolo?

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Una delle grandi novità introdotte nel Novecento dal capitalismo di matrice Usa è stata la sovranità del consumatore. Oggi però il consumo sta cambiando natura, perché è cambiato il mercato.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 01/10/2023

C’è un aspetto della nostra società capitalistica che non è ancora sufficientemente discusso dagli economisti e dai filosofi. Mi riferisco all’assolutizzazione della categoria di consumatore. Una delle grandi novità introdotte nel Novecento dal capitalismo di matrice Usa è stata la sovranità del consumatore. All’inizio, soprattutto nel primo dopoguerra, l’arrivo di questo nuovo protagonista della vita civile fu accolto come una buona novità, e in parte lo era. Il consumo nei mercati, il consumare, fu visto come una forma della libertà dei moderni, che creava nuove opportunità e nuove uguaglianze: anche se sono un operaio, se non ho studiato, anche se non sono di buona famiglia, anche se non faccio parte dell’élite, quando entro in un negozio con il denaro posso acquistare la stessa automobile dei signori. Nel momento dell’acquisto mi sento uguale ai capi e ai ricchi, non mi sento secondo a nessuno. Questa prima stagione del consumo di massa è stato un passaggio importante della democrazia, prima in Occidente e poi in tutto il mondo (oggi questi fenomeni sono importanti soprattutto in Africa e in Asia). Il denaro non odora neanche di classe sociale: non saprò parlare in modo elegante e forbito, sono figlio di contadini, ma quando vengo nel tuo negozio mi devi trattare con la stessa dignità con cui tratti i signori.

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Post-capitalismo e democrazia

Post-capitalismo e democrazia

Una delle grandi novità introdotte nel Novecento dal capitalismo di matrice Usa è stata la sovranità del consumatore. Oggi però il consumo sta cambiando natura, perché è cambiato il mercato. di Luigino Bruni pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 01/10/2023 C’è un aspetto della nostra s...
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La prima regola di ogni economia è l’equilibrio tra entrate e uscite. Una buona economia parte dalle entrate e su queste regola le uscite. Peccato che nel nostro Paese ultimamente non vada proprio così...

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 07/09/2023

Un giorno, cercando pigramente qualcosa di interessante tra i canali tv, mi sono imbattuto in un programma sui grandi hotel italiani. Un gruppo di persone si faceva ospitare in questi hotel di lusso, per fare poi una valutazione dei vari servizi offerti. Ciò che mi ha colpito è la totale assenza in questa trasmissione della dimensione del cosiddetto «vincolo di bilancio»: questi signori-valutatori ordinavano cene, servizi vari, senza mai preoccuparsi del loro prezzo, come se vivessero in un mondo nel quale il costo di un servizio e di una merce non fosse un elemento importante per la scelta. Le famiglie normali guardano questi programmi, poi si imbattono nella pubblicità di prestiti facili, che ha (purtroppo) per protagonista un simpatico volto delle nostre fiction, e così non è difficile mettere insieme i pezzi. Pensare cioè che quella vita fatta di vacanze in hotel stellari in un mondo senza vincoli di bilancio familiare diventa possibile e facile grazie a prestiti facilissimi di persone e istituti finanziari simpatici che sono lì solo per la nostra felicità.

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Peccato che la realtà e i dati sul nostro Paese siano molto diversi. Insieme al boom delle vacanze di lusso del ceto medio-basso cresce anche il ricorso all’usura, il gioco d’azzardo, e quindi crescono le povertà associate a questi sogni irresponsabili spinti dal sistema dei media, fuori controllo. La prima regola di ogni economia (che significa, non dimentichiamolo, «governo della casa») è l’equilibrio tra entrate e uscite. Una buona economia parte dalle entrate e su queste regola le uscite. L’umanesimo consumista del nostro tempo, sempre più simile a una religione, inverte questo ordine. Parte dai desideri delle merci e delle attività, quindi dalle uscite, e poi ci indica i mezzi per procurarci le entrate, senza dirci, irresponsabilmente, che le entrate a debito sono soltanto altre uscite rinviate nel tempo. Quindi si coprono uscite con altre uscite, in meccanismi ingenui che portano a crisi economiche non di rado di famiglie intere.

Tutto il nostro mondo post-capitalistico si basa su una gestione sbagliata dei desideri. Un’adolescenza perpetua e senza limite, costruita sul principio del piacere (Sigmund Freud), senza mai arrivare al principio di realtà, una realtà che ci svelerebbe qualcosa di estremamente importante, forse decisivo per il futuro del nostro tempo. Dalla psicologia (Jacques Lacan) e, soprattutto, dalla vita, noi sappiamo che la soddisfazione dei desideri non è l’operazione decisiva per le gioie più importanti e profonde della vita. Perché il nostro più alto desiderio è desiderare un desiderio che ci desidera, è un incontro di reciprocità di desideri, che si attua solo quando il nostro desiderio investe le persone, che possono a loro volta desiderare e desiderarci.

Ecco perché il desiderio religioso è la madre di tutti i desideri: desiderare un Dio che ci desidera. E quando si desidera qualcuno che ci desidera, la felicità non consiste nell’appagamento ma nel restare in un perenne inappagamento che aumenta la reciprocità dei desideri – una persona che appagasse questo desiderio sarebbe una merce, lo sappiamo –. Le persone che amiamo cambiano i nostri desideri, noi i loro, e la vita diventa un processo continuo di scoperta. Sono i beni relazionali, non le merci, la nostra terra promessa. Il capitalismo lo sa, non sa vendere beni relazionali e allora fa di tutto per simularli, vendendoci merci che assomigliano alle relazioni. Finché saremo coscienti di questo bluff saremo ancora liberi: «Ti imploro Dio, mio sognatore, non smettere di sognarmi» (Jorge Luis Borges).

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La prima regola di ogni economia è l’equilibrio tra entrate e uscite. Una buona economia parte dalle entrate e su queste regola le uscite. Peccato che nel nostro Paese ultimamente non vada proprio così...

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 07/09/2023

Un giorno, cercando pigramente qualcosa di interessante tra i canali tv, mi sono imbattuto in un programma sui grandi hotel italiani. Un gruppo di persone si faceva ospitare in questi hotel di lusso, per fare poi una valutazione dei vari servizi offerti. Ciò che mi ha colpito è la totale assenza in questa trasmissione della dimensione del cosiddetto «vincolo di bilancio»: questi signori-valutatori ordinavano cene, servizi vari, senza mai preoccuparsi del loro prezzo, come se vivessero in un mondo nel quale il costo di un servizio e di una merce non fosse un elemento importante per la scelta. Le famiglie normali guardano questi programmi, poi si imbattono nella pubblicità di prestiti facili, che ha (purtroppo) per protagonista un simpatico volto delle nostre fiction, e così non è difficile mettere insieme i pezzi. Pensare cioè che quella vita fatta di vacanze in hotel stellari in un mondo senza vincoli di bilancio familiare diventa possibile e facile grazie a prestiti facilissimi di persone e istituti finanziari simpatici che sono lì solo per la nostra felicità.

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Relazioni, terra promessa

Relazioni, terra promessa

La prima regola di ogni economia è l’equilibrio tra entrate e uscite. Una buona economia parte dalle entrate e su queste regola le uscite. Peccato che nel nostro Paese ultimamente non vada proprio così... di Luigino Bruni pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 07/09/2023 Un giorno, cercando ...
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Se vogliamo avere un rapporto giusto con il lavoro dobbiamo ricordarci che prima sono l’uomo e la donna a nobilitare il lavoro con la loro presenza, con le loro mani e con la loro intelligenza.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 06/07/2023

Le crisi ambientali, finanziarie e militari di questo inizio di millennio, talmente gravi da non poter essere ignorate, rischiano però di farci sottovalutare o dimenticare una triplice crisi di cui si parla troppo poco: la crisi della fede, delle grandi narrative e del generare. Un mondo che non attende più il paradiso, che ha dimenticato le narrative collettive e che non mette al mondo figli, non trova più un sufficiente senso per vivere e quindi per lavorare. Le cosiddette «grandi dimissioni» di milioni di lavoratori, giovani e di mezza età, che lasciano il lavoro senza averne un altro, hanno certamente molte ragioni, ma una sta diventando quella dominante. È la mancata risposta a una domanda cruciale: «Perché dovrei lavorare, se non spero più in una terra promessa (sopra o sotto il cielo), se non ho nessuno che dal mio lavoro spera in un presente e un futuro migliori?».

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Non dobbiamo mai dimenticare che il mondo del lavoro non ha mai creato né esaurito il senso del lavoro. Il lavoro è un pezzo importante del senso della vita, ma non lo esaurisce, c’è bisogno di qualcos’altro, oltre al lavoro, per vivere bene, anche quando il lavoro è bellissimo e ci appaga profondamente. Ieri questo «qualcos’altro» erano la famiglia, le ideologie, la religione, che davano al lavoro il suo giusto senso. Poi la fabbrica, i campi o l’ufficio rafforzavano quel senso che però nasceva fuori dal lavoro. Si lavorava bene perché prima e dopo del lavoro c’erano cose e persone più grandi del lavoro. Il lavoro era ed è grande, ma per essere visto nella sua vera grandezza deve essere guardato da fuori, da una porta o una finestra che si apre sull’esterno del luogo di lavoro; perché senza questo spazio più largo che prepara e segue il lavoro, la stanza del lavoro è troppo piccola, il tetto della fabbrica o dell’ufficio è troppo basso affinché quell’animale malato d’infinito che è l’homo sapiens possa restarci bene senza asfissiare, e possa restarci a lungo. 

La nostra Costituzione è fondata sul lavoro perché il lavoro era fondato su qualcos’altro, era fondato sulla vita. Se le madri e i padri costituenti non fossero stati convinti che il lavoro era solo una parte della vita, che era quella zona mezzana tra un prima e un dopo, non avrebbe mai scritto quell’Articolo 1; perché fondare la costituzione su un lavoro che non si fonda su altro, sarebbe stata l’eresia etica più grande. Anche perché in quel qualcosa che precede e segue il lavoro ci sono i bambini che non lavorano perché non devono lavorare, i vecchi che non lavorano più, chi non ha potuto lavorare o non lavorerà mai perché la vita glielo impedisce. Fondare la democrazia sul lavoro è buono solo se ci ricordiamo che la parola lavoro è seconda, non è parola prima.

Il lavoro nobilita l’uomo, è vero. Lavorare ci fa migliori, e aumenta la dignità della vita e del denaro che ci serve per vivere, perché il denaro-salario diventa espressione di quella reciprocità civile che è il cemento buono della società. Ma se vogliamo avere un rapporto giusto con il lavoro dobbiamo ricordarci che prima sono l’uomo e la donna a nobilitare il lavoro con la loro presenza, con le loro mani e con la loro intelligenza. Perché se una attività, che potrebbe essere svolta da una macchina è invece svolta da una persona umana libera, questa persona dona maggiore dignità a quel gesto – a una lezione universitaria, a una visita medica, a un’opera d’arte –. E allora tutte le volte che espelliamo lavoratori e inseriamo macchine, stiamo riducendo la dignità di quel luogo di lavoro. È il nostro lavoro che aumenta la dignità della terra.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Se vogliamo avere un rapporto giusto con il lavoro dobbiamo ricordarci che prima sono l’uomo e la donna a nobilitare il lavoro con la loro presenza, con le loro mani e con la loro intelligenza.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 06/07/2023

Le crisi ambientali, finanziarie e militari di questo inizio di millennio, talmente gravi da non poter essere ignorate, rischiano però di farci sottovalutare o dimenticare una triplice crisi di cui si parla troppo poco: la crisi della fede, delle grandi narrative e del generare. Un mondo che non attende più il paradiso, che ha dimenticato le narrative collettive e che non mette al mondo figli, non trova più un sufficiente senso per vivere e quindi per lavorare. Le cosiddette «grandi dimissioni» di milioni di lavoratori, giovani e di mezza età, che lasciano il lavoro senza averne un altro, hanno certamente molte ragioni, ma una sta diventando quella dominante. È la mancata risposta a una domanda cruciale: «Perché dovrei lavorare, se non spero più in una terra promessa (sopra o sotto il cielo), se non ho nessuno che dal mio lavoro spera in un presente e un futuro migliori?».

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Prima la vita, poi il lavoro

Prima la vita, poi il lavoro

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Un sistema sociale che premia chi è già capace non fa altro che lasciare sempre più indietro i meno capaci, che in genere non sono tali per demerito, ma per le condizioni di vita.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 04/06/2023

Le dimissioni del senatore Carlo Cottarelli perché, tra l’altro, non vedeva il suo partito abbastanza deciso nel sostenere la meritocrazia, ha posto di nuovo l’attenzione sul significato e sull’ideologia del merito nel nostro tempo. Merito è sempre stata una parola ambigua, perché profondamente legata al fascino che il merito esercita su tutti noi. Tutti vorremmo meritarci i nostri successi (meno meritarci gli insuccessi), nessuno ama pensare che la bella carriera che ha fatto sia frutto soltanto della fortuna e di raccomandazioni.

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Se poi andiamo a vedere come il merito viene usato, ieri e oggi, nelle scelte concrete dell’economia e della società, ci accorgiamo che esso non è stato quasi mai dalla parte dei poveri, che sono stati spesso scartati e poi colpevolizzati perché considerati demeritevoli, convincendoli così di non essere soltanto poveri ma anche colpevoli e maledetti. Merito deriva da merere, cioè guadagnare, da cui derivano anche mercede e meretrice. La meritocrazia è l’ideologia del merito che, come tutte le ideologie, prende una parola che ci piace e ci affascina, la manipola e la perverte. E così, in nome della valorizzazione di chi è meritevole e povero, l’ideologia meritocratica è diventata la legittimazione etica della diseguaglianza. 

È bastato soltanto cambiarle nome e la diseguaglianza da male è diventata un bene. I passaggi sono stati tre: 1. considerare i talenti delle persone un merito e non un dono; 2. ridurre i molti meriti delle persone a quelli più semplici da misurare dalle società di consulenza (chi vede oggi i «meriti» della compassione, della mitezza, dell’umiltà?); 3. leggere il talento come merito porta a remunerare diversamente i meriti e così si amplificano le distanze tra le persone.

L’equivoco sul merito lo troviamo già dentro la nostra stupenda Costituzione, che all’articolo 34 recita: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Non a caso il nuovo governo si è basato su questo articolo per giustificare il cambiamento del nome del ministero «dell’Istruzione» in «dell’Istruzione e del merito», insinuandosi nel pertugio lasciato aperto dall’ambiguità di quell’articolo 34. 

Gli amanti del merito dicono: «il merito non è solo talento, è una combinazione di talento e impegno, perciò quello che si premia è l’impegno personale». Questi meritocratici dimenticano però l’elemento cruciale: anche potersi impegnare non è merito, è soprattutto dono. Tornare a casa da scuola e avere tempo per fare i compiti, invece di dover lavorare, non è un merito. Se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che ciò che siamo e diventiamo è per il 90% dono e per il 10% merito; la meritocrazia, invece, ribalta questa percentuale, e fa di quell’esile 10% la pietra angolare dell’edificio della giustizia.

La scuola deve essere, come istituzione, anti-meritocratica: deve cioè ridurre quelle asimmetrie dei punti di partenza che non hanno nulla a che fare con il merito dei nostri bambini. Un sistema sociale che premia chi è già capace non fa altro che lasciare sempre più indietro i meno capaci, che in genere non sono tali per demerito ma per le condizioni di vita. Don Milani, di cui festeggiamo quest’anno il centenario, queste cose le sapeva molto bene. Sapeva che i suoi ragazzi di Barbiana non erano demeritevoli: erano soltanto poveri; non erano colpevoli, erano soltanto poveri. Che questo centenario ci faccia riflettere sull’ideologia del merito che sta diventando la nuova religione del nostro tempo, una religione senza gratuità e senza Dio. 

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 04/06/2023

Le dimissioni del senatore Carlo Cottarelli perché, tra l’altro, non vedeva il suo partito abbastanza deciso nel sostenere la meritocrazia, ha posto di nuovo l’attenzione sul significato e sull’ideologia del merito nel nostro tempo. Merito è sempre stata una parola ambigua, perché profondamente legata al fascino che il merito esercita su tutti noi. Tutti vorremmo meritarci i nostri successi (meno meritarci gli insuccessi), nessuno ama pensare che la bella carriera che ha fatto sia frutto soltanto della fortuna e di raccomandazioni.

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Poveri e ideologia del merito

Poveri e ideologia del merito

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di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di S. Antonio il 07/05/2023

«Signore come funziona questa macchinetta per il parcheggio?» mi chiede una signora anziana che stava cercando, come me, di pagare la sosta nelle righe blu. In quella città l’azienda che gestisce i parcheggi comunali - cioè suolo pubblico, quindi di tutti -, ha avuto la buona idea, ormai diffusa, di richiedere al cittadino di inserire nella macchinetta il numero della targa. «Non me la ricordo», mi dice la signora. Mi indica dove si trova la sua auto, distante per lei che aveva difficoltà a camminare. Vado, faccio una foto alla targa, e l’aiuto a pagare il ticket.

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Alla fine, una domanda mi è sorta spontanea: «Perché occorre inserire la targa?». La sola risposta che mi viene in mente è impedire al parcheggiante che ha pagato due ore e ne ha usata una sola di poter donare a qualcun altro l’ora residua. Un’amica vigilessa mi dice che, forse, ci potrebbe essere anche un’altra ragione: se per errore mi fanno la multa perché non vedono lo scontrino sull’auto, con la targa posso dimostrare che avevo pagato. Onestamente, credo che la prima ragione sia di gran lunga quella dominante, visto che in quasi quarant’anni di guida non ho mai ricevuto multe quando avevo pagato il parcheggio! 

Quindi la questione è semplice: un’azienda for-profit deve massimizzare i guadagni, e se gestisce un bene pubblico per conto del comune lo fa con lo scopo di fare profitti. E invece io sono convinto che aziende pubbliche o private che gestiscono beni comuni e pubblici dovrebbero essere imprese civili, o non-profit, che non hanno, cioè, come obiettivo massimizzare i profitti, ma gestire con efficienza un bene di tutti. L’introduzione di un prezzo per gestire beni pubblici può servire per razionalizzare la gestione (le cose gratis diventano quasi sempre cose di nessuno) e non necessariamente per fare cassa. 

Ma quali sono gli effetti dell’introduzione del numero di targa? Il primo lo abbiamo visto: le persone non sono tutte uguali nei loro «funzionamenti», direbbe il grande economista Amartya Sen. Quindi gli interventi pubblici e amministrativi hanno effetti diversi sulle diverse persone. E un buon criterio da seguire quando si vuol innovare nei beni pubblici è guardare gli effetti dell’innovazione a partire dalle categorie più svantaggiate: anziani, bambini, persone con disabilità. 

Poi c’è l’effetto specifico legato al divieto di scambiare i ticket con altri concittadini. Quando studiavo a Londra, c’era una fermata della Metro dove tutti sapevano che si potevano trovare dei ticket con durata ancora valida, lasciati lì da chi non li aveva usati tutti perché ne usufruissero giovani e poveri. Impedire questi (possibili) scambi per qualche dollaro in più, oltre a essere civilmente stupido, lancia segnali sul tipo di città che si vuol realizzare: una città dove stanno meglio i forti e i ricchi, e dove stanno sempre peggio i fragili e gli scartati. All’origine della civiltà biblica c’è l’istituzione solidale della spigolatura. Il libro, bellissimo, di Rut è tutto costruito su di essa: quando i mietitori passavano a tagliare le messi non ripassavano una seconda volta, perché la seconda battuta era per i poveri, le vedove, i forestieri. I campi non erano soltanto dei padroni, perché «tutta la terra è di Dio».

Stiamo privatizzando i beni comuni, stiamo eliminando le molte forme antiche di spigolatura. Avremo presto città abitate da sempre più mercanti e da sempre meno cittadini, dove tutto il raccolto si esaurisce nella prima battuta. E forse la signora anziana non uscirà più a fare la spesa: gliela porterà a casa una nuova azienda che farà profitti con queste consegne. La città sarà più povera e triste, e noi con essa.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di S. Antonio il 07/05/2023

«Signore come funziona questa macchinetta per il parcheggio?» mi chiede una signora anziana che stava cercando, come me, di pagare la sosta nelle righe blu. In quella città l’azienda che gestisce i parcheggi comunali - cioè suolo pubblico, quindi di tutti -, ha avuto la buona idea, ormai diffusa, di richiedere al cittadino di inserire nella macchinetta il numero della targa. «Non me la ricordo», mi dice la signora. Mi indica dove si trova la sua auto, distante per lei che aveva difficoltà a camminare. Vado, faccio una foto alla targa, e l’aiuto a pagare il ticket.

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Spigolature urbane

Spigolature urbane

All’origine della civiltà biblica c’è l’istituzione solidale della spigolatura. Il libro di Rut è tutto costruito su di essa: quando i mietitori passavano a tagliare le messi non ripassavano una seconda volta, perché la seconda battuta era per i poveri... di Luigino Bruni pubblicato su Il Messaggero...
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Il management sta diventando la nuova ideologia del nostro mondo globale, in particolare quel management insegnato nelle business school e veicolato dalle grandi imprese globali di consulenza.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di S. Antonio il 06/04/2023

Il management sta diventando la nuova ideologia del nostro mondo globale, in particolare quel management insegnato nelle business school e veicolato dalle grandi imprese globali di consulenza. Nel Novecento la critica sociale si era indirizzata verso la teoria economica liberale, individuando negli economisti teorici il grande nemico da combattere per costruire una società finalmente giusta ed egualitaria.

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Mentre gli intellettuali, fossero essi cattolici o socialisti, battagliavano questa guerra, nelle facoltà di ingegneria e nelle business school crescevano le tecniche e gli strumenti del management che negli ultimi decenni si sono progressivamente trasformati nell’«ideologia del management» costruita attorno ai tre dogmi dell’incentivo, della leadership e del merito. Una ideologia che sta dilagando ovunque, incluse le comunità cristiane e le chiese, dove ormai si stanno moltiplicando i corsi sulla leadership per parroci e responsabili di movimenti, dove ormai non si può più fare un convegno o un capitolo generale senza coach o facilitatori professionisti provenienti dal mondo del business, come se avessimo, d’un tratto, dimenticato quella antica sapienza di come svolgere gli incontri di comunità e le assemblee. 

Anche il mondo europeo e i Paesi di cultura cattolica come l’Italia stanno subendo una rapida evoluzione e un veloce cambiamento culturale. Noi cattolici eravamo così convinti che le leggi della vita non seguissero quelle del merito che lo avevamo relegato in cielo, dove era il criterio per «meritarci» l’inferno o il paradiso. Il mondo protestante, invece, in nome della salvezza per sola gratia (Lutero) o per predestinazione (Calvino) aveva espulso il merito dal paradiso e dall’inferno, e poi sulla terra ha inventato, qualche secolo dopo, la meritocrazia (che nasce negli Stati Uniti). Il business sta esportando questo umanesimo protestante dagli Usa (e dal Nord Europa) in tutto il mondo, e oggi lo fa soprattutto con l’ideologia del management, che è talmente penetrata anche in Italia da far cambiare il nome del ministero «dell’Istruzione» in «dell’Istruzione e del Merito».

Così, al posto dell’antica etica delle virtù su cui avevamo fondato la nostra civiltà, l’ideologia del management e della consulenza globale e totale offre un insieme di principi, buone pratiche, elementi di psicologia, citazioni di classici della filosofia, della sociologia e dell’economia, qualche aneddoto di teoria dei giochi, molti diagrammi di flusso, stupendi power point. E infine i consulenti di ogni tipo e nome fanno diventare i principi del management strumenti operativi di gestione e di governance. La grande impresa è così diventata il paradigma che tutti dovrebbero seguire se vogliono fare cose buone e serie. Nel Novecento era la democrazia, quindi la partecipazione, che aveva offerto il modello da estendere a tutta la vita civile. Ma mentre la prima trasformazione democratica dall’antico regime si è svolta in mezzo a conflitti e a grandi lotte sociali, la grande trasformazione etica e culturale che il business sta operando nel mondo si sta compiendo nell’indifferenza (quasi) generale. Non si tratta di negare l’importanza dei valori e delle virtù economiche, sarebbe stolto e sbagliato. Il problema è un altro, e non riguarda né l’impresa né il necessario management, tantomeno gli imprenditori che sono le prime vittime di questa nuova stagione. I problemi riguardano l’ideologia del management, che arriva ovunque perché, barando, si presenta laicamente come tecnica, e quindi come qualcosa di necessario e di non ideologico. Forse è ora di prenderne coscienza e parlarne di più.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Il management sta diventando la nuova ideologia del nostro mondo globale, in particolare quel management insegnato nelle business school e veicolato dalle grandi imprese globali di consulenza.

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di S. Antonio il 06/04/2023

Il management sta diventando la nuova ideologia del nostro mondo globale, in particolare quel management insegnato nelle business school e veicolato dalle grandi imprese globali di consulenza. Nel Novecento la critica sociale si era indirizzata verso la teoria economica liberale, individuando negli economisti teorici il grande nemico da combattere per costruire una società finalmente giusta ed egualitaria.

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L’ideologia del management

L’ideologia del management

Il management sta diventando la nuova ideologia del nostro mondo globale, in particolare quel management insegnato nelle business school e veicolato dalle grandi imprese globali di consulenza. di Luigino Bruni pubblicato su Il Messaggero di S. Antonio il 06/04/2023 Il management sta diventando la...
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Oggi dovremmo prendere la parte ancora viva del cristianesimo e inculturarlo nel nostro tempo post-cristiano, che non capisce più i linguaggi della fede, ma che li capirebbe con una adeguata operazione culturale e narrativa.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 03/03/2023

La cristianità, cioè la civiltà cristiana, non è nata solo dal Vangelo. È stata il risultato di una ibridazione tra vangeli, Bibbia, cultura greco-romana, civiltà italiche ed europee, e poi longobarda, nordica, slava, bizantina, araba. L’Europa cristiana è il frutto di questo meticciato, molto più ricco e variegato delle sole teologia o fede cristiana. La pietà popolare è un intreccio di molti fedi e tradizioni, le processioni hanno progressivamente preso il posto delle processioni pagane dedicate agli dèi dei campi e della natura. La grande maggioranza di italiani ed europei pre-moderni non aveva alcuna idea di che cosa fosse la Trinità, della differenza tra Gesù e Dio Padre, di quella tra Gesù, la Madonna e i santi: erano tutte divinità da cui, credeva, dipendesse la vita. Nelle loro feste gli antichi europei e italiani continuavano a cantare le solite canzoni dietro baldacchini che avevano solo cambiato la statua trasportata, e a volte neanche questa.

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Questo meticciato è continuato, senza grosse discontinuità, fino al Novecento. La religione di mia nonna e mio nonno, contadini e cristiani, era fatta di preghiere in latino-dialetto dal contenuto incomprensibile. In Maria non vedevano tanto la sua immacolata concezione, ma che era stata madre, che aveva partorito al freddo e al gelo in una stalla, che era stata sotto la croce del figlio, che lo aveva tenuto, morto, sulle sue braccia. Come facevano loro, come facevano le donne e le madri. Non conoscevano i dogmi cristologici, ma sapevano che Gesù era buono, amava i poveri e guariva i malati, che era morto crocifisso con sua madre sotto la croce, che quindi anche lui aveva sofferto molto, forse più di loro. E per questo lo amavano, e non serviva altro per credere che anche Dio Padre era buono, ma poteva sempre arrabbiarsi e punire (l’idea che Dio fosse solo amore non è mai stata quella del popolo). Ancora oggi mio padre sa recitare a memoria soltanto una preghiera in un misto di italiano e dialetto ascolano. Non è tra quelle imparate a catechismo (che credo non abbia mai fatto, il catechismo era roba da ricchi o per i bambini delle città), una preghiera teologicamente imperfetta, ma piena della vita e della fede della gente. Gente che non sapeva nulla di teologia, ma il 28 dicembre, nella memoria della «strage degli innocenti» per mano di Erode, non tagliava il pane per non dover impugnare il coltello.

La Chiesa, soprattutto quella cattolica, non ha dunque avuto paura di prendere feste pagane e integrarle nella civiltà cristiana. Oggi dovremmo fare una operazione simile e simmetrica: prendere la parte ancora viva del cristianesimo e inculturarlo nel nostro tempo post-cristiano, che non capisce più i linguaggi della fede ma che li capirebbe con una adeguata operazione culturale e narrativa. Come i cristiani presero i templi pagani e ci costruirono sopra le nuove chiese (a Siracusa o Ascoli si vede ancora bene), oggi dovremmo prendere le colonne ancora vive della cristianità – soprattutto quelle spirituali – e costruirci sopra nuovi edifici spirituali che possano essere riempiti dalle donne e uomini del nostro tempo, che non capiscono più il linguaggio teologico del XX secolo ma hanno sempre sete e fame di Dio, di salvezza, di Cristo. Un’operazione difficile, ma essenziale: altrimenti, la depressione sarà la pandemia dei prossimi anni. Siamo in grave ritardo. Dietrich Boenhoeffer lo aveva scritto nella stupenda lettera dal carcere del 30 aprile 1944, quando annunciò il bisogno di dar vita a un cristianesimo post-religioso. In ritardo, ma forse ancora in tempo.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA

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Oggi dovremmo prendere la parte ancora viva del cristianesimo e inculturarlo nel nostro tempo post-cristiano, che non capisce più i linguaggi della fede, ma che li capirebbe con una adeguata operazione culturale e narrativa.

di Luigino Bruni

pubblicato sul Messaggero di Sant'Antonio il 03/03/2023

La cristianità, cioè la civiltà cristiana, non è nata solo dal Vangelo. È stata il risultato di una ibridazione tra vangeli, Bibbia, cultura greco-romana, civiltà italiche ed europee, e poi longobarda, nordica, slava, bizantina, araba. L’Europa cristiana è il frutto di questo meticciato, molto più ricco e variegato delle sole teologia o fede cristiana. La pietà popolare è un intreccio di molti fedi e tradizioni, le processioni hanno progressivamente preso il posto delle processioni pagane dedicate agli dèi dei campi e della natura. La grande maggioranza di italiani ed europei pre-moderni non aveva alcuna idea di che cosa fosse la Trinità, della differenza tra Gesù e Dio Padre, di quella tra Gesù, la Madonna e i santi: erano tutte divinità da cui, credeva, dipendesse la vita. Nelle loro feste gli antichi europei e italiani continuavano a cantare le solite canzoni dietro baldacchini che avevano solo cambiato la statua trasportata, e a volte neanche questa.

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Per un nuovo capitale spirituale

Per un nuovo capitale spirituale

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