Editoriali Avvenire

Economia Civile

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Commenti - Nei salvataggi distinguere le funzioni

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 22/10/2011

logo_avvenireNella crisi finanziaria ed economica che stiamo vivendo c’è una responsabilità specifica del sistema bancario, internazionale e nazionale. Le grandi banche sono piene di titoli, privati e pubblici, i cui valori sono sempre più nominali (di carta) e sempre meno reali, e quindi sempre meno affidabili e sicuri. Le grandi banche detengono poi, direttamente e indirettamente, il controllo di molte grandi e piccole imprese, e ne determinano spesso gli indirizzi e le strategie. Per non parlare dei risparmi delle famiglie. Una crisi del sistema bancario non è dunque soltanto una crisi finanziaria, ma è direttamente anche una crisi economica (impresa), sociale (famiglie) e politica (Stati).

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Ovviamente esiste ed è rilevante anche la direzione inversa di questo meccanismo critico, cioè gli stili di vita consumistici delle famiglie occidentali, comportamenti speculativi delle imprese e sprechi degli Stati che hanno peggiorato la "trappola di povertà" nella quale siamo precipitati. Resta comunque vero, e troppo poco sottolineato dal dibattito pubblico, che questi ultimi anni stanno mostrando che il sistema-banca è gravemente malato, e con esso l’intero sistema sociale.

E in tutto questo esiste una precisa responsabilità ideologica e legislativa, che risale all’inizio degli anni Novanta, alla temperie ideologica di entusiasmo per il "laissez faire, laissez passer" che fece seguito alla caduta del Muro di Berlino. Nel 1993 fu infatti cambiata la legge bancaria italiana del 1936 che, anche a seguito della grande crisi del 1929, aveva introdotto la distinzione tra banche commerciali e banche di credito speciale, modificando la legislazione precedente basata sulla "banca universale".

L’esperienza della crisi aveva mostrato che banche commerciali, cioè le banche che raccolgono il risparmio e lo prestano alle imprese, vanno sottoposte a specifica tutela, legislazione e controlli, poiché svolgono una fondamentale funzione di interesse generale. La legge del 1993 ha di fatto re-introdotto la banca universale, sulla base dell’assunto ideologico che la banca è un’impresa come tutte le altre, e quindi deve essere libera di operare nei mercati senza lacci e lacciuoli, e di massimizzare, come tutte le imprese, i profitti. Non dico che la legge bancaria del 1936 non andasse riformata, anzi: c’era in quella legge un’eccessiva enfasi statale che andava necessariamente corretta e ridimensionata.

Ma l’eliminazione di quella antica distinzione tra banche commerciali e banche speciali, con l’ideologia economica che la sottende, è tra le principali cause della crisi che viviamo, in Italia e nelle altre economie avanzate (dove abbiamo avuto più o meno la stessa tendenza). E così le banche hanno operato come tutte le imprese, hanno fatto profitti, e tanti, troppi. Prima della crisi il settore bancario era tra quelli con più alti tassi di profitto dell’intera economia: un’anomalia grave, se è vero che la banca, almeno quella commerciale o tradizionale, dovrebbe essere per natura un’impresa civile, cioè un’istituzione che non ha come scopo la massimizzazione del profitto, ma garantire l’accesso al credito e la gestione efficiente dei risparmi, che sono interessi generali troppo delicati e cruciali per metterli in balia dei valori trimestrali dei profitti.

Quando oggi uno Stato o l’Europa decidono di salvare una banca stanno salvando due realtà ben diverse tra di loro che però – e qui sta il punto! – coesistono all’interno della stessa istituzione bancaria: stanno salvando la banca commerciale, che va necessariamente salvata perché amministra i nostri risparmi e finanzia le imprese, ma stanno salvando anche la banca d’affari speculativa, che invece se insolvente deve essere lasciata fallire per il bene del mercato e della società. Non è né economico né etico usare le tasse della gente che lavora per salvare gli speculatori, per di più da parte di Stati sempre più indebitati.

Dentro le nostre grandi banche (non tutte ovviamente), anche quelle nazionali, convivono queste due anime: quella della filiale sottocasa del banchiere umano e amico, e quella dell’ufficio a Monaco della stessa banca che gestisce operazioni speculative off-shore. Il problema cruciale, e per ora forse insolubile, è che oggi non riusciamo più a separare il grano dalla zizzania, ma ogni tanto dovremmo almeno dire ad alta voce che il grano non è la zizzania, e magari attrezzarci con nuove leggi perché un domani prossimo questa separazione possa essere fatta.

La finanza e le banche sono troppo importanti per lasciarle solo agli addetti ai lavori. Lo abbiamo fatto per troppo tempo, ma è ora che noi cittadini torniamo ad "abitare" questi luoghi.

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Commenti - Nei salvataggi distinguere le funzioni

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 22/10/2011

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Il grano e la zizzania che crescono in banca

Il grano e la zizzania che crescono in banca

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Commenti - La prima ricchezza delle imprese e della società

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 30/10/2011

logo_avvenireIl lavoro è sempre al centro di ogni patto sociale. Attorno ad esso si raccolgono sfide e dimensioni della vita in comune molto più grandi di quelle in gioco in qualunque altro mercato. Ecco perché dovremmo parlare di ‘mercato del lavoro’ sempre con grandi precauzioni, perché se da una parte esiste, come in ogni mercato, una domanda e una offerta di lavoro, dall’altra il lavoro è molto più di una merce poiché quando manca non è possibile non solo acquistare le varie merci sul mercato ma neanche sognare e realizzare la vita che desideriamo vivere.

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Per queste ragioni il diritto al lavoro è uno di quei nuovi diritti sociali che vanno riconosciuti e proclamati  anche quando sono incompleti perché manca il corrispondente dovere in capo ad altre persone o istituzioni. Dovremmo, allora, quanto meno guardare con sospetto chi vede la disoccupazione e l’inflazione come due variabili dello stesso peso, perché i danni della disoccupazione sono molto maggiori di quelli prodotti dall’inflazione.

Il lavorare o l’attività lavorativa è infatti una delle dimensioni più fondamentali e tipiche della persona. Lavorare dice agli altri e a noi stessi ‘chi’ siamo e non solo 'che cosa' facciamo, e in una civiltà sempre più povera di linguaggi perchè povera di relazioni sociali, il mestiere diventa il principale se non l’unico linguaggio per raccontare agli altri e a noi stessi la nostra storia e la nostra identità. Il lavorare bene, allora, è qualcosa di intrinseco alla persona ben prima di essere la risposta agli incentivi del datore di lavoro.

In questi giorni, invece, tutta l’enfasi del discorso sul lavoro cade sulla maggiore libertà da dare alle imprese di licenziare i lavoratori “fannulloni”, senza domandarsi, ogni tanto, perché esistono i lavoratori fannulloni, se è vero che il lavoro è soprattutto una espressione della nostra umanità e identità, e che quando non si lavora bene si sta male, dentro e fuori le imprese. A questo proposito è molto interessante una serie di studi recenti che arrivano dalle scienze economiche e sociali, che ci mostrano alcuni fenomeni troppo taciuti nel dibattito pubblico. Innanzitutto dai dati empirici sui lavoratori di ogni professione (dai lavori di pulizia fino ai professori universitari) emerge che il lavoro produce frutti buoni per l’impresa quando è dono, quando è eccedente rispetto alla lettera del contratto.

Con gli strumenti del contratto di lavoro posso definire quando il lavoratore entra ed esce dall’ufficio o dalla fabbrica, con i controlli e le sanzioni posso, forse, verificare se lavora o se chatta su Facebook. Ma nessun contratto o nessun controllo potrà mai far sì che il lavoratore-persona metta tutta la sua creatività, passione e entusiasmo in quello che sta facendo; creatività, passione e entusiasmo che sono le cose più importanti che una impresa cerca da un lavoratore, ma che non può comprare con il contratto né ottenere con controlli e sanzioni, perché queste dimensioni essenziali per il successo dell’impresa possono soltanto essere liberamente donate dal lavoratore. Il mondo dell’economia e dell’impresa non è capace di vedere questo dono, e se lo intravvede ne ha paura e lo rigetta, perché il dono lega e crea debiti emotivi fra le persone non compensabili con moneta. Tutto l’impianto organizzativo delle nostre imprese è, infatti, concepito proprio per impedire ai lavoratori di praticare l’eccedenza del dono e immunizzarsi così da esso, definendo fin nei minimi dettagli mansioni, prescrizioni, divieti che finiscono per ingessare le nostre organizzazioni e impedire la cooperazione vera che non è solo una somma di interessi ma un incontro di doni.

D’altra parte l’impresa capitalistica, sempre più centrata sulla massimizzazione di profitti di breve periodo, anche volendo non ha né le categorie né il linguaggio per riconoscere il dono, sebbene ne abbia un bisogno vitale. Ecco allora che alcuni studiosi francesi, fra cui Norbert Alter ed Anouk Grevin, stanno mostrando che i comportamenti opportunisti dei lavoratori “fannulloni” sono spesso risposte frustrate di fronte alla mancanza di riconoscimento e riconoscenza da parte dei manager, che non vedono il dono presente nel lavoro. Un discorso, questo, che può essere facilmente esteso dalle imprese alla politica, dal lavoro alle virtù civili e alle tasse. La maggior parte dei cittadini e dei lavoratori, credo quasi tutti, se messi nelle condizioni adeguate cercano di fare le cose bene: quando non lo fanno, prima di condannarli e licenziarli dobbiamo domandarci il perché. Ci accorgeremmo, forse, che alcuni lavoratori sono effettivamente fannulloni, ma probabilmente sono molti meno di quanto pensiamo. E poi, soprattutto, dovremmo far sì che il management e le istituzioni creino quelle condizioni per conoscere e riconoscere il lavoro, perché sono i lavoratori, ben prima della finanza e della tecnologia, la principale ricchezza di ogni impresa e di ogni società.

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Commenti - La prima ricchezza delle imprese e della società

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 30/10/2011

logo_avvenireIl lavoro è sempre al centro di ogni patto sociale. Attorno ad esso si raccolgono sfide e dimensioni della vita in comune molto più grandi di quelle in gioco in qualunque altro mercato. Ecco perché dovremmo parlare di ‘mercato del lavoro’ sempre con grandi precauzioni, perché se da una parte esiste, come in ogni mercato, una domanda e una offerta di lavoro, dall’altra il lavoro è molto più di una merce poiché quando manca non è possibile non solo acquistare le varie merci sul mercato ma neanche sognare e realizzare la vita che desideriamo vivere.

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A proposito di lavoro, dono e "fannulloni"

A proposito di lavoro, dono e "fannulloni"

Commenti - La prima ricchezza delle imprese e della società di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 30/10/2011 Il lavoro è sempre al centro di ogni patto sociale. Attorno ad esso si raccolgono sfide e dimensioni della vita in comune molto più grandi di quelle in gioco in qualunque altro mercat...
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Commenti - Esempi all'altezza e nuove risorse

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/09/2011

logo_avvenireDietro questa crisi si nasconde una nuova voglia di politica. Mai come in questi anni stiamo capendo sulla nostra pelle che il mito del mercato che si auto-organizza e si auto-regola è un modello che funziona solo nei libri di testo di economia. Ma quando i mercati escono dai libri hanno un vitale bisogno di istituzioni, di regole, di governance.

La concorrenza di mercato non accompagnata da altri principi co-essenziali non premia, ad esempio, il merito, poiché, a differenza dello sport, che spesso viene utilizzato erroneamente come sua metafora, nella gara di mercato i con-correnti non partono quasi mai dalla stessa linea, perché chi vince oggi parte più avanti degli altri nella gara di domani.

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Ecco allora che qualche altra agenzia deve occuparsi di riallineare, ogni tanto, i punti di partenza, se vogliamo che il mercato sia morale e fattore di civiltà. Questa "agenzia" è stata tradizionalmente la politica, che non dovrebbe essere un "concorrente" nella gara, ma un agente esterno preposto al bene comune.

In questa crisi si sente tanto la mancanza di una classe dirigente che sia di nuovo capace di bene comune, da qui la forte domanda di nuova politica che nasce dalla gente. Ma – ecco il punto – questa nuova "domanda" non sta incontrando l’"offerta". Per quali ragioni? Di certo il mondo è cambiato velocemente, forse troppo: i tempi della democrazia non sono i nanosecondi della speculazione finanziaria, e gli spazi della politica non sono quelli mondiali del nuovo capitalismo. Ma c’è anche un fenomeno tutto interno alla classe dirigente, non solo italiana, su cui non si riflette abbastanza. È la nota teoria della "selezione avversa", introdotta dal premio Nobel per l’Economia George Akerlof nel 1970. Quest’economista americano dimostrò che in molte situazioni reali il mercato non premia i migliori né il merito ma, se lasciato a se stesso, tende ad attrarre e selezionare i peggiori o, nelle sue parole, i lemons (i "bidoni").

Il messaggio di questa teoria è semplice e importante: in un mondo reale e quindi imperfetto un’istituzione o un’organizzazione attrae un tipo di persone o un altro in base ai segnali che essa emette. Le imprese, ad esempio, che offrono alti stipendi e benefit per i manager tendono a selezionare candidati più interessati al denaro e ai benefit, e non necessariamente al bene dell’impresa; e l’ordine religioso per attrarre vocazioni autentiche deve segnalare chiaramente che offrirà ai nuovi membri gratuità e ideali alti; se invece promettesse, per assurdo, benefit e comfort attrarrebbe senz’altro le persone sbagliate. In buona sostanza, qualsiasi organizzazione nel selezionare il suo personale deve fare molta attenzione ai segnali che dà, perché il primo strumento di selezione è il segnale stesso. Quando allora una società, come la nostra, ci rappresenta quotidianamente una classe dirigente, da destra a sinistra, caratterizzata da privilegi, denaro e vantaggi, inevitabilmente tende ad attrarre verso la politica individui interessati, più della media, a quei privilegi e vantaggi e, conseguentemente, poco motivati dal bene comune.

Se oggi la politica vuole rinnovarsi ed essere all’altezza delle nuove sfide deve iniziare a dare segnali diversi, soprattutto ai giovani. Un popolo, come ogni persona o comunità, per svilupparsi e crescere bene ha bisogno di tanto in tanto di momenti di autentica rinascita etica e ideale. Nel Novecento questi momenti sono stati provocati da profonde "ferite" (guerre, fascismo), che hanno avuto l’effetto indiretto di selezionare classi dirigenti di alta qualità morale e umana.

Il miracolo economico e civile dell’Italia del dopoguerra fu anche il frutto di politici che furono all’altezza dei loro tempi, perché provenivano dalla parte più viva e ideale della società civile e della comunità ecclesiale. A distanza di quasi settant’anni, i partiti e in generale le classi dirigenti occidentali (sindacati, associazioni di categoria...) si sono eccessivamente e inevitabilmente istituzionalizzati, perdendo così molta della loro capacità di vera innovazione civile; come l’hanno in larga misura persa anche i luoghi dove si sono formati.

Se oggi qualcuno cerca in Italia innovazione vera, deve cercarla fuori da quei luoghi. Per questo le ragioni del bene comune stanno spingendo decisamente verso una decrescita di questa politica per una liberazione delle forze innovative della società e dell’economia civile, cioè chiamano con forza a un nuovo protagonismo e impegno quelle associazioni e quei movimenti generativi che pullulano, oggi forse ancora più di ieri, nel sottobosco vivissimo della nostra società, e il cui capitale più importante è costituito dalle persone e dai loro "carismi" (doni).

Le innovazioni più importanti sono una questione di sguardi, di occhi, quindi di persone: «Non chiamateli problemi, chiamateli doni», amava ripetere madre Teresa, perché sapeva vedere qualcosa di diverso e bello nei derelitti di Calcutta. E noi non usciremo bene da questa crisi senza un nuovo protagonismo del civile, e delle sue persone.

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Commenti - Esempi all'altezza e nuove risorse

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/09/2011

logo_avvenireDietro questa crisi si nasconde una nuova voglia di politica. Mai come in questi anni stiamo capendo sulla nostra pelle che il mito del mercato che si auto-organizza e si auto-regola è un modello che funziona solo nei libri di testo di economia. Ma quando i mercati escono dai libri hanno un vitale bisogno di istituzioni, di regole, di governance.

La concorrenza di mercato non accompagnata da altri principi co-essenziali non premia, ad esempio, il merito, poiché, a differenza dello sport, che spesso viene utilizzato erroneamente come sua metafora, nella gara di mercato i con-correnti non partono quasi mai dalla stessa linea, perché chi vince oggi parte più avanti degli altri nella gara di domani.

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Voglia di politica

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Editoriale - Imprenditori, non speculatori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 02/10/2011

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Non si esce da nessuna crisi con riduzioni, tagli e tasse. C’è un urgente bisogno che riparta la fabbrica civile, politica ed economica. E allora la domanda vera e seria diventa: come fare? L’operazione è complessa, ma all’Italia (e all’Occidente) servono soprattutto nuovi imprenditori  e imprenditori nuovi. Imprenditore è oggi una parola abusata e fraintesa. Nei media gli imprenditori sono spesso al centro delle nostre cronache, ma il sostantivo ‘imprenditore’ viene usato in modo improprio e offensivo per quelli che imprenditori lo sono davvero. Per tanti individui comunemente definiti imprenditori si dovrebbero usare altre parole, ad esempio faccendieri o speculatori.

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La differenza tra l’imprenditore e lo speculatore consiste nel ruolo che svolge in essi la ricerca del profitto. Lo speculatore è il soggetto, individuo o istituzione, che ha come scopo la massimizzazione del profitto: non è necessariamente un delinquente o un nemico del bene comune, ma è qualcuno per cui l’attività d’impresa è solo strumentale, è un mezzo come altri per far soldi. Quindi, lo speculatore apre una fabbrica di scarpe oggi, una di costruzioni domani, un ospedale dopodomani, con l’unico scopo di far soldi tramite quelle attività. L’imprenditore, come ci raccontano la vita vera di tutti i giorni e alcuni grandi economisti come Schumpeter, Einaudi o Becattini, è invece un soggetto diverso, perché il primo scopo della sua attività è realizzare un progetto. Il profitto è solo uno dei tanti elementi del suo progetto, soprattutto è un importante e fondamentale segnale che quel progetto funziona, è innovativo e cresce nel tempo. Quindi l’imprenditore è qualcuno che non “strumentalizza” mai totalmente la sua impresa, perché le attribuisce un certo valore intrinseco, essendo quella impresa un’espressione di un progetto di vita individuale e collettivo. Ciò è vero al punto che tanti imprenditori, soprattutto di questi tempi, farebbero molti più denari cedendo l’azienda e investendo il ricavato in fondi speculativi. Ma non lo fanno, perché in quella impresa vedono qualcosa di più di una macchina per far soldi: ci scorgono la loro identità e storia.

La crisi che viviamo è anche il frutto di un processo culturale che ha portato negli ultimi decenni tanti, troppi imprenditori a trasformarsi in speculatori, perdendo così il rapporto con il territorio, con la gente in carne ed ossa, con i lavoratori-persone, contribuendo così a far ingigantire una finanza che oggi governa non solo le imprese ma il mondo. Ma senza imprenditori autentici non si dà bene comune. L’imprenditore-innovatore, a differenza dello speculatore, vede il mondo come un luogo popolato di opportunità da cogliere; non mira semplicemente ad aumentare la propria fetta di “torta”, ma per vocazione ama creare nuove torte. Dall’Umanesimo civile del Quattrocento ai distretti industriali del made in Italy, dagli artigiani-artisti ai cooperatori, l’Italia è stata capace di sviluppo economico e civile quando si sono create quelle condizioni culturali e istituzionali che hanno consentito la coltivazione delle virtù della creatività e dell’innovazione; abbiamo invece smesso di crescere come Paese quando è prevalsa la logica del piagnisteo, della ricerca e del mantenimento di rendite di posizione, come in questo ultimo quarto di secolo. Quando l’economia e la società funzionano, sono le persone il patrimonio più importante, prima dei capitali, della finanza o della tecnologia, perché solo le persone sanno essere creative e dar vita a quelle innovazioni grandi indispensabili nei tempi duri. Anche oggi, dopo decenni di sbornia per la crescita dei capitali tecnologici e finanziari, ci stiamo accorgendo che le imprese che riescono a crescere e ad essere leader nell’economia globalizzata sono sempre più quelle dove c’è una o più persone capaci di vedere diversamente la realtà.

E’ l’intelligenza delle persone la chiave di ogni vera innovazione e di ogni autentico valore economico, come ben sapeva l’economista e politico milanese Carlo Cattaneo: “Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza. Prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale è l’intelligenza che comincia l’opera, e imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza”.

Oggi l’Italia non sta (ancora) sprofondando perché, nonostante tutto, ci sono milioni di persone, uomini e donne, lavoratori e imprenditori, che ogni mattina si alzano per fare il loro dovere, che cercano di risolvere i problemi loro e degli altri, di essere innovativi attingendo alla loro creatività. Se vogliamo uscire da questa crisi dobbiamo innanzitutto rendere possibile la vita a queste persone, e suscitare, soprattutto tra i giovani, un nuovo entusiasmo e nuove vocazioni imprenditoriali. Ma tutto ciò non accadrà finché non porremo al centro della scena la società civile, compreso quel brano di vita civile che chiamiamo impresa.

Tutti i commenti di Luigino Bruni su Avvenire sono disponibili nel menù Editoriali Avvenire

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Editoriale - Imprenditori, non speculatori

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 02/10/2011

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Non si esce da nessuna crisi con riduzioni, tagli e tasse. C’è un urgente bisogno che riparta la fabbrica civile, politica ed economica. E allora la domanda vera e seria diventa: come fare? L’operazione è complessa, ma all’Italia (e all’Occidente) servono soprattutto nuovi imprenditori  e imprenditori nuovi. Imprenditore è oggi una parola abusata e fraintesa. Nei media gli imprenditori sono spesso al centro delle nostre cronache, ma il sostantivo ‘imprenditore’ viene usato in modo improprio e offensivo per quelli che imprenditori lo sono davvero. Per tanti individui comunemente definiti imprenditori si dovrebbero usare altre parole, ad esempio faccendieri o speculatori.

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Creare torte

Creare torte

Editoriale - Imprenditori, non speculatori di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 02/10/2011 Non si esce da nessuna crisi con riduzioni, tagli e tasse. C’è un urgente bisogno che riparta la fabbrica civile, politica ed economica. E allora la domanda vera e seria diventa: come fare? L’operaz...
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Commenti - Il 2% delle rimesse degli immigrati irregolari

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 10/09/2011

logo_avvenireLa versione attuale della manovra contiene uno specifico punto che introduce una tassa del 2% sui trasferimenti di persone extracomunitarie che non siano munite di matricola Inps e codice fiscale, quindi lavoratori irregolari. Ottimo, qualcuno dirà, poiché si combatte il lavoro sommerso e si incoraggiano i datori di lavoro a dichiarare le loro badanti e colf, un sommerso che corrisponde ancora al 20-30% del totale. Ma, come spesso accade, le cose più importanti sono quelle che non si vedono a prima vista. Ci sono, infatti, alcuni nodi civilmente ed eticamente molto rilevanti dietro a questo piccolo comma della manovra, passato inosservato ai più, nodi che hanno a che fare con le nuove sfide del welfare, con la cura delle nostre fragilità e vulnerabilità, con l’equità e la giustizia, le due grandi parole che stanno alla base di qualsiasi patto sociale.

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Domandiamoci allora: da chi è composto questo popolo di lavoratori regolari e irregolari? Perché sono venuti e continuano a venire così numerosi nelle nostre città, soprattutto quelle del Centro-Nord? E perché una quota significativa di questi lavoratori sono ancora irregolari? Innanzitutto alcuni dati. Le sole badanti sono in Italia oltre un milione, e il loro fatturato complessivo (emerso e sommerso) è probabilmente maggiore di quello prodotto dall’intera cooperazione sociale italiana. Questo popolo di badanti (senza contare colf e altri lavoratori domestici) ha dato vita alla più grande operazione di cooperazione internazionale dell’Italia poiché grazie a queste lavoratrici e lavoratori l’Italia ha trasferito ricchezza privata (delle famiglie quindi, non dello Stato) a Romania, Ucraina, e molti Paesi asiatici. Per dare una idea, le rimesse dei lavoratori filippini all’estero verso la madrepatria corrispondono al 10% del Pil nazionale (quasi un miliardo di dollari proviene dall’Italia).

Come mai lo Stato e le istituzioni non hanno saputo rispondere a questo enorme bisogno di cura che stava emergendo dalla società italiana? E perché a questa nuova emergenza non ha saputo rispondere (se non in minima parte) neanche la società civile, l’economia sociale? Negli anni recenti, abbiamo perso una grossa opportunità di vera innovazione, poiché la famiglia e la longevità stavano cambiando drasticamente e velocemente e il tasso di innovazione della società italiana è stato troppo basso per poter rispondere a queste nuove sfide. E, allora, un popolo di donne venute dall’Est ha svolto una funzione supplente e sussidiaria che sta cercando di soddisfare un profondo e radicale bisogno, quello di cura, perché la società italiana da sola non riesce. «Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio», recita un bel proverbio africano. Oggi nel villaggio globale per far crescere bambini e prendersi cura dei vecchi abbiamo anche bisogno di questi nuovi alleati. E invece con questo piccolo punto della manovra stiamo dando messaggi che vanno in una direzione assai diversa.

Le leggi incorporano sempre messaggi culturali e simbolici che non lasciano mai invariate le relazioni sociali: o le rendono più fraterne o le incattiviscono. È ovvio che bisogna fare di tutto perché il sommerso venga alla luce e questi lavoratori vengano regolarizzati con relativi garanzie e diritti, ma non bisogna troppo presto dimenticare che pochi anni fa facemmo una legge che non consentì a queste donne di associarsi fra di loro per favorire, invece, l’assunzione diretta della singola badante da parte della famiglia: una scelta infelice e miope che non vide in queste possibili cooperative di badanti opportunità di crescita anche economica, una scelta politica che in parte spiega perché esiste ancora il sommerso. Di certo, poi, non è una manovra finanziaria di grave emergenza lo strumento migliore per regolarizzare lavoratori irregolari (e preziosi). Tassare il lavoro di queste persone produrrà senz’altro alcuni effetti prevedibili: l’aumento delle rimesse informali e cash attraverso amici e parenti, entrate di cassa molto basse per lo Stato e, non è da escludere, l’aumento di fatturato delle mafie che, nei Paesi di origine e nel nostro, prometteranno alternative ai canali ufficiali di trasferimento.

Non facciamo dunque il grave errore economico, etico e culturale di non tassare seriamente le transazioni finanziarie degli speculatori e di introdurre una Tobin Tax all’incontrario sui più poveri. Non è questione del 2%, ma del restante 98. Cioè del tasso di civiltà della nostra società italiana. Stiamo vivendo momenti molto delicati nell’Unione Europea, e tra la Bce e le nostre badanti la distanza potrebbe sembrare siderale. Ma la realtà è che usciremo da questa crisi se saremo capaci di dar vita a nuovi rapporti sociali, poiché prima di essere una crisi finanziaria ed economica quanto sta accadendo grida il bisogno di apprendere una nuova arte delle relazioni umane, a tutti i livelli.

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Commenti - Il 2% delle rimesse degli immigrati irregolari

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 10/09/2011

logo_avvenireLa versione attuale della manovra contiene uno specifico punto che introduce una tassa del 2% sui trasferimenti di persone extracomunitarie che non siano munite di matricola Inps e codice fiscale, quindi lavoratori irregolari. Ottimo, qualcuno dirà, poiché si combatte il lavoro sommerso e si incoraggiano i datori di lavoro a dichiarare le loro badanti e colf, un sommerso che corrisponde ancora al 20-30% del totale. Ma, come spesso accade, le cose più importanti sono quelle che non si vedono a prima vista. Ci sono, infatti, alcuni nodi civilmente ed eticamente molto rilevanti dietro a questo piccolo comma della manovra, passato inosservato ai più, nodi che hanno a che fare con le nuove sfide del welfare, con la cura delle nostre fragilità e vulnerabilità, con l’equità e la giustizia, le due grandi parole che stanno alla base di qualsiasi patto sociale.

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Quella «Tobin Tax» all'incontrario

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Commenti - Il 2% delle rimesse degli immigrati irregolari di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 10/09/2011 La versione attuale della manovra contiene uno specifico punto che introduce una tassa del 2% sui trasferimenti di persone extracomunitarie che non siano munite di matricola Inps e codi...
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Commenti - Tre fragilità e troppe titubanze

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/09/2011

logo_avvenireDa italiani e da europei dobbiamo avere il coraggio di fare i conti con la realtà. Dietro la crisi delle borse e dei mercati di tutto il mondo c’è una triplice fragilità: del capitalismo finanziario (troppo indebitato), della politica europea, e  dell’Italia. Questa stagione del capitalismo globalizzato che per due-tre decenni ha generato crescita grazie al debito privato e pubblico e a una finanza creativa e altamente rischiosa (per il sistema, meno per gli attori), sta giungendo al capolinea. Peccato che i mercati non riescano ancora a scegliere e a imboccare decisamente una nuova via. E che la stessa operazione non riesca, nonostante i sempre più espliciti appelli del Quirinale, a leader e settori chiave della nostra politica, del nostro sindacato e a parti significative della stessa società civile.

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L’invito che i fatti ci rivolgono è eloquente e forte, ma purtroppo viene sistematicamente non ascoltato, non capito e persino travisato. L’incertezza e la sfiducia regnano così sovrane, e dopo qualche boccata di ossigeno si torna di nuovo sott’acqua, aspettando la prossima tempesta.

Sono ormai due mesi che la crisi si è riacutizzata e non abbiamo ancora visto un vertice del G20, ma solo telefonate semi-private, incontri a due, dichiarazioni che vorrebbero essere rassicuranti (e che producono spesso effetti perversi). La politica si sta mostrando incapace di governare la prima seria crisi della globalizzazione. L’economia e il mondo sono cambiati ma le categorie con cui la politica, nazionale e globale, lo legge e agisce (o non agisce) sono obsolete e quindi inefficaci. C’è, certo, una crisi specifica dell’Europa, che sta vivendo la prima grande fibrillazione dell’età dell’euro: gli operatori dei mercati non sono più sicuri che l’Eurolandia sia capace di futuro. Le vuote e inutili dichiarazioni sulla Tobin Tax, il rimandare al mittente la proposta degli Eurobond (che non sono realistici perché dietro l’Euro manca una politica europea unitaria forte), le reiterate incertezze della Banca centrale europea, dicono tanto e sempre più di idee confuse e di inadeguatezza.

Ma è sufficiente dare uno sguardo, in queste ore, ai titoli dei principali giornali e siti internazionali per convincersi, se ce ne fosse ancora bisogno, che in questa crisi delle borse europee e mondiali c’è un grande e pesante punto di domanda sull’Italia. Le incertezze e i continui cambiamenti dei contenuti della manovra-bis stanno aumentando le aspettative negative degli operatori finanziari, che dopo un paio di settimane di attesa iniziano a manifesatre in modo devastante i loro seri dubbi che il nostro Paese abbia davvero le risorse, prima morali poi economiche, per fare per sé quanto è necessario fare. È davvero triste vedere la titubanza della nostra classe dirigente ad avviare subito e a condividire quelle poche riforme, magari impopolari ma indispensabili, che darebbero fiducia ai mercati e ai cittadini onesti. Non è pensabile di risanare l’enorme debito pubblico senza mettere mano seriamente alle pensioni (questione primariamente di equità intra e inter-generazionale); senza chiedere un equo e ben modulato contributo straordinario a chi può darlo perché ne ha la possibilità e anche la convenienza (invece di immaginare l’alternativa di tassare le rimesse di badanti e colf: un vero colpo di genio chiedere sacrifici a chi il nostro debito non lo ha creato e, col suo lavoro, rende migliore la vita a milioni di nostri anziani e bambini); senza una drastica riduzione dei costi non tanto "della politica" (la politica è una cosa alta e seria), ma delle burocrazie politiche. Per non parlare della questione fiscale, per la famiglia e contro l’evasione, di cui tanto s’è già qui detto.

Siamo molto in ritardo, forse troppo, e i segnali che le cose necessarie si facciano sono pochi e deboli. E invece è proprio nei tempi duri che ognuno deve dimostrare di saper agire nei limiti del potere e della responsabilità che ha. Tra questi attori incerti ci sono anche le istituzioni europee, i nostri parenti più prossimi: se veramente l’Italia è un Paese troppo grande per dichiarare default, allora non è sufficiente qualche pacca sulla spalla e qualche frase consolatoria al capezzale del malato. Ma, come accade in ogni buona famiglia, i parenti non intervengono in modo fattivo se chi è in difficoltà non dimostra per primo serietà e impegno a risolvere i propri problemi. «Solo tu puoi farcela, ma non puoi farcela da solo», recita una bella declinazione del principio di sussidiarietà, uno dei pilastri etici e politici dell’Europa.

C’è bisogno di più Europa, ma – prima – c’è bisogno di più Italia, più governo, più politica, più società civile ed economica, cominciando da chi ha più a cuore il bene comune. Ma c’è bisogno anche di una maggiore forza delle idee: non possiamo vivere questo tempo di crisi aspettando che passi. Anche perché non passerà, se non sapremo indicare e persino gridare il bisogno di una "nuova economia", che proprio per salvare quel portato di civiltà che si chiama "mercato" sia capace di articolarsi in maniera giusta e solidale, oltre questo capitalismo.

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Commenti - Tre fragilità e troppe titubanze

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 06/09/2011

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La via giusta è difficile

La via giusta è difficile

Commenti - Tre fragilità e troppe titubanze di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 06/09/2011 Da italiani e da europei dobbiamo avere il coraggio di fare i conti con la realtà. Dietro la crisi delle borse e dei mercati di tutto il mondo c’è una triplice fragilità: del capitalismo finanziari...
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Commenti – L’arma in più contro l’evasione

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 28/08/2011

logo_avvenireGli esami scritti sono per i docenti una triste liturgia alla ricerca dei bigliettini nascosti e dei sempre nuovi trucchi per tentare di superare la prova senza studiare. Quando un corso è particolarmente portato a queste pratiche scorrette la prima e naturale reazione del corpo docente è aumentare i controlli e inasprire le sanzioni. Anch’io sono caduto in questa tentazione, ma ho imparato che il principale se non unico effetto che si ottiene è un duplice fallimento: si crea un clima poliziesco in aula e tutti gli studenti lavorano male, e i “professionisti della copiatura” trovano sistemi sempre più sofisticati per eludere i controlli mentre è lo studente medio che cade nelle più strette maglie dei controlli, poiché ora anche un innocuo sguardo al vicino di banco viene punito.

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Lo scorso anno mi è poi capitato di insegnare economia presso una prestigiosa università straniera e ho scoperto che l’esame veniva svolto “open book”, cioè a libro aperto. Ovviamente ho dovuto elaborare un esame più articolato ma mi sono ancora più convinto che il migliore strumento per aumentare l’efficienza e l’equità di un qualunque sistema consiste nel giusto disegno dei meccanismi istituzionali. Inasprendo controlli e sanzioni nei miei esami, senza volerlo e con le migliori intenzioni avevo mandato un segnale forte ai miei studenti: “siete tendenzialmente disonesti e scorretti”; un segnale che frustrava le motivazioni intrinseche dei buoni studenti e scatenava la fantasia di quel piccolo numero di scorretti al fine di dimostrarmi che erano più furbi di me.

Credo ci sia un legame fra questa esperienza e il dibattito sulla lotta all’evasione fiscale in corso oggi in Italia. Il primo passo di una vera riforma fiscale dovrebbe ripensare il disegno e la logica globale della fiscalità: passare, tornando alla metafora scolastica, dalla “caccia ai bigliettini” agli “esami open book”, dove siano dati opportuni incentivi ai cittadini a pretendere la trasparenza delle transazioni, proprie e degli altri, consentendo, ad esempio, alle famiglie di scaricare più spese e ad una aliquota più adeguata di quelle attuali.

Un secondo elemento di una seria riforma fiscale dovrebbe poi partire dalla presa di coscienza che anche se riuscissimo a sanzionare tutti i panettieri, baristi, artigiani e professionisti che non emettono ricevute e scontrini (cosa ovviamente necessaria), esiste una mega questione fiscale ed etica di grandi imprese e individui che hanno sedi legali e residenze nei paradisi fiscali, e che scambiano tranquillamente nei mercati finanziari internazionali enormi ricchezze eludendo le tasse (basta vedere le reazioni alla proposta della Tobin Tax o della tassazione dei Credit Default Swaps (CDS)), magari in attesa di futuri condoni. Senza una seria lotta a questi macro scandali fiscali, potremo anche far chiudere qualche attività che non emette lo scontrino (cosa in sé anche opportuna, soprattutto quando si tratta di liberi professionisti o medici con ville e suv), ma faremmo l’errore grave di chi cura la carie di un paziente e trascura di curarne un tumore: ben venga la cura della carie (che fa molto male quando si infiamma: la metafora dentistica è puramente casuale), ma ricordiamoci del tumore.

Ma c’è di più. Nel 1766 Giacinto Dragonetti giurista aquilano pubblicò un libro dal titolo “Delle virtù e dei premi”, non a caso due anni dopo la pubblicazione del più noto “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Nell’Introduzione di Dragonetti si legge: “Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù”, e quindi proponeva al suo Regno di Napoli di dar vita ad un vero e proprio “Codice premiale” che affiancasse il “Codice penale”, sulla base della straordinaria intuizione che un Paese non si sviluppa se mentre punisce i disonesti non premia anche i cittadini virtuosi. E’ vero che un modo indiretto di premiare gli onesti è punire adeguatamente gli opportunisti e i furbi, e oggi l’Italia ha bisogno anche di questo. Dobbiamo però tener presente una delle lezioni della scienza economica: le leggi sono soprattutto dei segnali e dei messaggi simbolici, e quelle che si basano sull’ipotesi antropologica che gli esseri umani sono per natura opportunisti e disonesti finiscono per produrre cittadini opportunisti e disonesti. Una riforma fiscale che vuole essere efficiente ed equa deve fare affidamento prima di tutto sui cittadini onesti e virtuosi che, non dobbiamo dimenticarlo in questi tempi duri, sono sempre la stragrande maggioranza della popolazione, anche di quella italiana, poiché se fosse vero il contrario la vita in comune imploderebbe nello spazio di un mattino. È dunque la base sana di un popolo che va attivata per una riforma fiscale, con segnali credibili di fiducia, stima, riconoscenza. Il più grande fallimento di una riforma fiscale sarebbe incattivire ulteriormente i rapporti tra i cittadini, portarli a guardare colleghi e vicini di casa come dei potenziali evasori e disonesti, e non come preziosi alleati nella comune costruzione della città.

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Commenti – L’arma in più contro l’evasione

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 28/08/2011

logo_avvenireGli esami scritti sono per i docenti una triste liturgia alla ricerca dei bigliettini nascosti e dei sempre nuovi trucchi per tentare di superare la prova senza studiare. Quando un corso è particolarmente portato a queste pratiche scorrette la prima e naturale reazione del corpo docente è aumentare i controlli e inasprire le sanzioni. Anch’io sono caduto in questa tentazione, ma ho imparato che il principale se non unico effetto che si ottiene è un duplice fallimento: si crea un clima poliziesco in aula e tutti gli studenti lavorano male, e i “professionisti della copiatura” trovano sistemi sempre più sofisticati per eludere i controlli mentre è lo studente medio che cade nelle più strette maglie dei controlli, poiché ora anche un innocuo sguardo al vicino di banco viene punito.

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Premiare gli onesti

Premiare gli onesti

Commenti – L’arma in più contro l’evasione di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 28/08/2011 Gli esami scritti sono per i docenti una triste liturgia alla ricerca dei bigliettini nascosti e dei sempre nuovi trucchi per tentare di superare la prova senza studiare. Quando un corso è particolarm...
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Commenti - Quel che lascia questa GMG

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 23/08/2011

 logo_avvenireEra impressionante notare in questi giorni il contrasto stridente tra quanto avveniva a Madrid alla GMG e le turbolenze, le incertezze e le paure dei mercati e della politica. Il palcoscenico era sempre lo stesso: l’Europa e il mondo, ma quanto diversi i sentimenti, l’entusiasmo, lo scenario, i colori, la gioia. Da una parte si celebrava la debolezza e l’inadeguatezza della politica, lo strapotere dei poteri forti della finanza, la mancanza di crescita e di sviluppo, il grande indebitamento frutto anche della mancanza di speranza e di fiducia; dall’altra si celebrava e festeggiava la vita, la speranza-fede-fiducia (fides), l’entusiasmo, la gioia di vivere.

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In realtà quei giovani e questa Chiesa non vivono in un altro pianeta, non sono meno preoccupati e coinvolti dalle vicende economico-finanziarie di questi tempi difficili: ciò che è profondamente diverso è lo “sguardo”, e il punto di vista da cui osserviamo la realtà.

I giovani, infatti, non sono soltanto, come spesso si usa ripetere (un po’ paternalisticamente) il futuro della nostra società: essi sono anche e soprattutto un modo diverso di vivere e interpretare il presente, l’oggi, la storia. I giovani sono una prospettiva sul mondo, occhi capaci di vedere cose diverse da chi giovane non lo è più o non lo è ancora. I giovani sono stati a capo dei più grandi movimenti di cambiamento epocali: erano giovani i padri del risorgimento, giovani i protagonisti del ’68, e giovani sono stati quei milioni di cittadini che da trent’anni con le GMG stanno a loro modo cambiando il mondo.  

Esiste oggi una grande “questione giovanile” mondiale, che è anche una delle cause della crisi, etica oltre che economica, che stiamo vivendo.  Non solo i giovani restano sempre più fuori dal mondo del lavoro (sempre più spesso si trova lavoro ormai quando non si è più giovani), ma sono fuori dei luoghi che contano, dai luoghi dell’economia e della politica e delle istituzioni, al punto che abbiamo dovuto inventare associazioni di giovani industriali, di giovani imprenditori, di giovani dei partiti… come a dire che l’economia e la politica normali sono faccende per vecchi. Li stiamo caricando di debiti pubblici insostenibili, depredando l’ambiente, e soprattutto con il nostro cinismo li stiamo privando della speranza, che è la benzina che alimenta la vita, ma soprattutto la gioventù.

Abbiamo (finalmente!) stabilito che ci dovranno essere le quote rosa nei Cda delle grandi imprese, anche perché ci siamo accorti, dati alla mano, che nelle imprese dove è all’opera il genio femminile c’è non solo più umanità, ma anche più efficienza e ricchezza. Quando istituiremo delle "quote giovani" nelle imprese, nell’economia, nella politica? I giovani, infatti, portano entusiasmo, gratuità, profezia, coraggio che sono gli alimenti essenziali per ogni buona società e che quando mancano tutto si rabbuia e incupisce. Certo, in una società decente non ci sarebbe bisogno né delle quote rosa nè delle quote giovani, ma oggi in Italia e in buona parte del vecchio occidente siamo ancora lontani da questa decenza, e simili meccanismi artificiali potrebbero servire la democrazia e lo sviluppo.

L’economia è un pezzo di vita, quindi ne mantiene tutti i vizi, ma anche tutte le virtù e tutte le passioni: ecco perché senza il protagonismo dei giovani né l’economia, né la società funzionano. Forse è anche questo uno dei messaggi di quanto è avvenuto in questi giorni a Madrid.

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Commenti - Quel che lascia questa GMG

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 23/08/2011

 logo_avvenireEra impressionante notare in questi giorni il contrasto stridente tra quanto avveniva a Madrid alla GMG e le turbolenze, le incertezze e le paure dei mercati e della politica. Il palcoscenico era sempre lo stesso: l’Europa e il mondo, ma quanto diversi i sentimenti, l’entusiasmo, lo scenario, i colori, la gioia. Da una parte si celebrava la debolezza e l’inadeguatezza della politica, lo strapotere dei poteri forti della finanza, la mancanza di crescita e di sviluppo, il grande indebitamento frutto anche della mancanza di speranza e di fiducia; dall’altra si celebrava e festeggiava la vita, la speranza-fede-fiducia (fides), l’entusiasmo, la gioia di vivere.

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Tanto futuro e presente. Forse è l'ora delle quote-giovani

Tanto futuro e presente. Forse è l'ora delle quote-giovani

Commenti - Quel che lascia questa GMG di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 23/08/2011  Era impressionante notare in questi giorni il contrasto stridente tra quanto avveniva a Madrid alla GMG e le turbolenze, le incertezze e le paure dei mercati e della politica. Il palcoscenico era sem...
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Gli Editoriali di Avvenire - L'Europa, oggi al bivio, deve saper indicare la strada

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/08/2011

logo_avvenireLa Tobin Tax non è una idea nuova, ma è un’idea significativa e rilevante, che ha il solo difetto di arrivare tardi; ma anche in questo caso vale l’antico proverbio africano: “Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa, ma se non l’hai fatto il momento migliore è adesso”.

Una fase dinamica del dibattito su questa tassa fu quella che si scatenò attorno al 2000, dentro quel movimento giovanile che partito da Johannesburg culminò a Genova nel luglio del 2001. Due mesi dopo i tristi fatti di Genova ci fu l’attentato alle Torri Gemelle che spostò totalmente l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e della politica dalla Tobin Tax e dalla governance della globalizzazione finanziaria verso il terrorismo e le guerre. Iniziò così un periodo di “distrazione” dalle tematiche della speculazione finanziaria da cui ci siamo risvegliati tragicamente con la crisi del 2008, quando ci siamo accorti che durante la nostra distrazione globale in realtà quella finanza speculativa senza regole e controlli era cresciuta e diventata ipertrofica, fino a giungere sull’orlo di un baratro.

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Una prima lezione da trarre dalla storia di questi ultimi anni è dunque immediata ma importante: quando i giovani protestano insieme, in tanti e su scala mondiale, molto spesso dietro quella protesta, magari scomposta e male articolata, si nasconde una domanda importante che va ascoltata al di là delle risposte parziali o errate. Se, infatti, avessimo ascoltato, compreso e fatte nostre le domande che quei giovani ponevano al mondo dell’economia e della finanza di fine secolo scorso, cioè una governance più attenta alle nuove dinamiche della globalizzazione dei mercati finanziari, forse la grave crisi tutt’ora in corso poteva essere evitata.

Ma per comprendere il significato e lo scopo di una tassa proposta a suo tempo dal Nobel James Tobin  (uno dei maggiori studiosi di finanza di tutti i tempi: un dato che dovrebbe già dirci qualcosa), può essere utile ricordare quali sono le tre principali funzioni delle tasse (e delle imposte) nelle moderne democrazie.

La prima è quella più ovvia e meno controversa dal punto di vista ideologico: il finanziamento e la costruzione dei beni pubblici. Questa prima funzione delle tasse non richiede necessariamente altruismo né particolari virtù civiche, ma solo la fiducia e la speranza che la gran maggioranza degli altri concittadini non siano evasori (una fiducia che oggi potremmo in Italia chiamare anche virtù), ma è essenzialmente un costo coordinato al fine di produrre beni che richiedono il contributo di tutti (sicurezza, infrastrutture…).

La seconda funzione è quella classica di ridistribuzione del reddito: la tassazione diventa strumento di solidarietà e fraternità sociale che dice con i fatti che un popolo è anche una comunità con un Bene comune da garantire e salvaguardare, e può poggiare anche su una forma di razionalità auto-interessata (come ci ha spiegato il filosofo J. Rawls) quando pensiamo che le persone svantaggiate domani potremmo essere noi o i nostri figli.

La terza funzione, quella meno nota e ricordata, è quella di incoraggiare i beni detti “meritori” (o di merito) e scoraggiare i beni “demeritori”: si tassano poco o meno beni considerati utili per il bene comune (cultura, educazione…)  e si tassano di più quei beni che in realtà sono dei “mali” (tabacco, superalcolici…). In questo ultimo caso le tasse svolgono la funzione di orientare i consumi della gente in settori eticamente sensibili dove sono in gioco valori di interesse collettivo.

Normalmente le tasse svolgono o l’una o l’altra di queste tre funzioni e sono molto rare quelle che le riuniscono tutte insieme: la Tobin Tax è proprio una di queste. Infatti contribuire a dare ordine e stabilità ai mercati finanziari significa dar vita oggi ad una sorta di bene pubblico di grande valore anche economico. L’effetto redistributivo è evidente, se si utilizzeranno, come sembra ovvio, le entrate per costruire infrastrutture, sanità e istruzione nei Paesi in via di sviluppo. Infine la speculazione finanziaria presenta aspetti di bene demeritorio, poiché i rischi eccessivi che questi strumenti creano vengono scaricati dai soggetti privati sul sistema, creando le tipiche “tragedie dei beni collettivi”.

La sfida cruciale consiste nell’adottare una simile tassa a livello più possibile globale, poiché l’ambito della finanza è il mondo è, come già detto in altri interventi, la normativa non può che essere globale se vuole essere davvero efficace e non deviare risorse verso altri mercati. Inoltre occorre associare all’applicazione della tassa una seria lotta allo scandalo dei paradisi fiscali, una realtà di cui faremo una gran fatica a spiegarne l’esistenza ai nostri figli senza arrossire di vergogna.

Ma anche se fosse solo l’Europa ad adottarla sono convinto che la Tobin Tax rappresenterebbe un grande segnale di civiltà, che andrebbe a vantaggio non solo della società civile ma anche dei mercati stessi, che hanno bisogno di democrazia e di regole per durare nel tempo. L’Europa è stata la patria dell’economia moderna e della finanza, è stata capace di inventare queste istituzioni e questi strumenti che l’hanno fatta grande e che hanno reso possibili sviluppo e democrazia per miliardi di persone, faro per l’umanità degli ultimi secoli. Oggi l’Europa è di fronte a un bivio: seguire le logiche di breve periodo e gli interessi dei poteri forti, e quindi lasciare lo status quo di un mercato finanziario che oggi non è affatto libero perché ostaggio dei grandi fondi; oppure dare un segno di civiltà con una scelta coraggiosa in linea con la sua grande storia e le sue profonde, e ancora vive, radici umanistiche e cristiane.

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Gli Editoriali di Avvenire - L'Europa, oggi al bivio, deve saper indicare la strada

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 19/08/2011

logo_avvenireLa Tobin Tax non è una idea nuova, ma è un’idea significativa e rilevante, che ha il solo difetto di arrivare tardi; ma anche in questo caso vale l’antico proverbio africano: “Il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa, ma se non l’hai fatto il momento migliore è adesso”.

Una fase dinamica del dibattito su questa tassa fu quella che si scatenò attorno al 2000, dentro quel movimento giovanile che partito da Johannesburg culminò a Genova nel luglio del 2001. Due mesi dopo i tristi fatti di Genova ci fu l’attentato alle Torri Gemelle che spostò totalmente l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e della politica dalla Tobin Tax e dalla governance della globalizzazione finanziaria verso il terrorismo e le guerre. Iniziò così un periodo di “distrazione” dalle tematiche della speculazione finanziaria da cui ci siamo risvegliati tragicamente con la crisi del 2008, quando ci siamo accorti che durante la nostra distrazione globale in realtà quella finanza speculativa senza regole e controlli era cresciuta e diventata ipertrofica, fino a giungere sull’orlo di un baratro.

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Per la Tobin Tax persi 10 anni

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Commenti - Per ritrovare la fiducia (e il suo senso). Per un nuovo mercato, equo

Una lunga buona strada

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 12/08/2011

logo_avvenireDietro la crisi che stiamo attraversando c’è soprattutto una grave crisi di fiducia: non si sa più dove trovare investimenti affidabili, e quindi si vendono titoli preferendo liquidità (o oro e beni rifugio). Oggi è chiaro come non mai quanto sia vero che credito deriva da "credere", dal fidarsi. Il grande economista inglese J. M. Keynes nel 1936 aveva ben descritto, nella sua sostanza, quanto sta accadendo ora, un fenomeno che dipende poco dai sofisticati strumenti finanziari e molto da semplici meccanismi psicologici: siamo caduti in una «trappola delle aspettative negative», una situazione nella quale per una grave crisi di fiducia (in questo caso nei debiti pubblici degli Stati "sovrani") gli operatori hanno una fortissima preferenza per la liquidità e una grande sfiducia nei titoli finanziari.

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E quando si cade in queste trappole la sola politica efficace è ricreare quella fiducia che manca, ricreare aspettative positive. L’attuale sistema economico capitalistico non ha – e qui sta il punto – le risorse antropologiche ed etiche, prima che tecniche, per poter rilanciare queste aspettative, perché mancano prospettive culturali all’altezza delle sfide poste.

Nei momenti di crisi la memoria è sempre una risorsa importante per immaginare e tracciare scenari di speranza. Fiducia proviene dal latino fides, una parola che significa insieme fiducia, affidabilità, legame (corda) e fede religiosa. Mi fido di te, ti faccio credito (sei credibile), perché condividiamo la stessa fides, quella fede che era la principale garanzia di affidabilità e di restituzione del prestito, soprattutto quando si scambiava con forestieri. Su questa fides-fiducia-affidabilità-credibilità-legame-fede è nato il primo mercato unico europeo tra Trecento e Modernità. Con la riforma protestante questa fides entra in crisi, la corda si spezza (non bastava più la fides cristiana per i commerci e per la pace); l’Europa trovò allora nuove forme di fiducia per poter sostenere i nascenti mercati: è infatti nel Seicento che nascono le banche centrali, le borse valori, che diventano le nuove garanzie "laiche" del nuovo mercato senza-fides. Parallelamente a queste nuove istituzioni economiche nascono anche gli Stati nazionali, che diventano, i nuovi "luoghi della fiducia", le grandi garanzie per i mercati e per le monete, come lo erano state le città nel Medioevo. Questo breve excursus storico solo per dire che l’economia moderna laica nasce da uno strettissimo rapporto tra economia e politica nazionali, tra finanza e Stati-nazione. Dietro scambi e finanza c’erano gli Stati, i popoli, le comunità nazionali, i territori, l’appartenenza. Anche la democrazia politica ed economica che conosciamo si è fondata su mercati e istituzioni economiche sostanzialmente nazionali. Questo capitalismo nazionale, nelle sue due grandi versioni anglosassone e europea, ha retto fino a pochi decenni fa, quando siamo entrati in modo via via più accelerato nell’era della globalizzazione e del capitalismo finanziario.

Questa crisi ci sta dicendo che ancora non sappiamo né capire né governare il capitalismo globalizzato, perché mentre l’economia e la finanza sono radicalmente cambiate, la politica e i suoi strumenti sono ancora quelli del primo capitalismo, compresa la creazione senza controlli e garanzie di enormi debiti pubblici, espressione dell’antica idea di sovranità e signoraggio degli Stati-nazione. Per non parlare poi del tema fiscale: per combattere seriamente l’evasione fiscale dovremmo almeno riconoscere che esiste una mega "questione fiscale" e di giustizia che si gioca sui mercati finanziari globali, dove si creano enormi profitti e rendite che di fatto sfuggono ai sistemi fiscali ancora troppo ancorati alla dimensione nazionale, che al più può ricorrere ex post al pericoloso e immorale trucco dei condoni.

In Europa l’euro è in profonda crisi perché non abbiamo ancora trovato un rapporto tra l’euro e l’Europa. Resta sempre un effetto credibilità del singolo Paese (non sarà certo un caso che Piazza Affari è quasi sempre la peggiore!), ma non è quello decisivo per capire e affrontare la crisi. Basti osservare quanto siano divenute inadeguate le garanzie offerte dagli Usa di Obama, poiché in realtà servirebbe una politica a dimensione della globalizzazione, una politica che ancora non c’è, e soprattutto non si intravvede. Sarebbe necessaria una nuova Bretton Woods mondiale, per dar vita a una economia di mercato post-capitalistica dove la finanza è regolata e tassata come (e forse più di) tutte le attività che producono reddito, dove si creano authorities indipendenti di controllo dei debiti pubblici, dove si regolano anche la governance delle grandi imprese multinazionali (alcune oggi più ricche e influenti di piccoli Stati-nazione), e molto altro ancora. Ecco perché in questa crisi è in gioco la nuova economia di mercato nell’era della globalizzazione, che dovrà essere diversa da quella che abbiamo creato fin qui. L’economia finanziaria globalizzata ha bisogno di fiducia ma, come nel caso dell’energia, la consuma senza essere capace di ricrearla, perché i suoi strumenti creano reputazione (che è un normale bene di mercato) che tende a spiazzare la fiducia (che è invece un bene relazionale).

Ciò che ad oggi è certo è che la vecchia politica basata sui governi nazionali, sugli equilibri partitici e sulla sovranità non funziona più. Che cosa uscirà da questo fallimento non lo sappiamo: possiamo solo prevedere alcuni anni di fragilità, di rischio sistemico, di incertezza, con sacrifici per tutti, speriamo con un po’ d’equità. E dobbiamo soprattutto rilanciare la speranza, che è la grande virtù in tutti i tempi di crisi, è il terreno fertile dal quale può rifiorire anche la fiducia.

Tutti i commenti di Luigino Bruni su Avvenire sono disponibili nel menù Editoriali Avvenire

 

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Commenti - Per ritrovare la fiducia (e il suo senso). Per un nuovo mercato, equo

Una lunga buona strada

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 12/08/2011

logo_avvenireDietro la crisi che stiamo attraversando c’è soprattutto una grave crisi di fiducia: non si sa più dove trovare investimenti affidabili, e quindi si vendono titoli preferendo liquidità (o oro e beni rifugio). Oggi è chiaro come non mai quanto sia vero che credito deriva da "credere", dal fidarsi. Il grande economista inglese J. M. Keynes nel 1936 aveva ben descritto, nella sua sostanza, quanto sta accadendo ora, un fenomeno che dipende poco dai sofisticati strumenti finanziari e molto da semplici meccanismi psicologici: siamo caduti in una «trappola delle aspettative negative», una situazione nella quale per una grave crisi di fiducia (in questo caso nei debiti pubblici degli Stati "sovrani") gli operatori hanno una fortissima preferenza per la liquidità e una grande sfiducia nei titoli finanziari.

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Una lunga buona strada

Commenti - Per ritrovare la fiducia (e il suo senso). Per un nuovo mercato, equo Una lunga buona strada di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 12/08/2011 Dietro la crisi che stiamo attraversando c’è soprattutto una grave crisi di fiducia: non si sa più dove trovare investimenti affidabili, e...
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Editoriale – Debito e finanza ipertrofica

L’abbraccio mortale

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/08/2011

logo_avvenireIl declassamento, atteso dai mercati, del rating degli USA da parte di Standard & Poor’s, da AAA ad AA+ (prima volta nella storia), aggiunge una tessera al mosaico che si sta componendo in questi giorni: non abbiamo ancora un’immagine chiara di che cosa stia accadendo al nostro sistema economico, ma ciò che possiamo ormai intravvedere è che siamo di fronte alla più grave crisi del sistema capitalistico, una crisi iniziata nell’autunno del 2008 e ancora in pieno svolgimento, senza sapere se come e quando terminerà.

Il crollo dell’autunno del 2008 ci aveva rivelato una prima novità: non è più possibile separare l’economia reale dalla finanza, poiché nell’era della globalizzazione l’economia reale è anche finanziaria, e una crisi nei mercati finanziari è immediatamente anche crisi reale (occupazione, PIL), e viceversa. Ecco perché questa crisi è anche un fallimento della scienza economica e di noi economisti (compresi i consiglieri di Obama), che usiamo strumenti obsoleti per descrivere il mondo e suggerire ricette.

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Ma la bufera che stiamo attraversando in questi giorni ci sta dicendo una novità: non è più possibile separare l’economia dalla geo-politica e dalle politiche dei singoli Stati. Tra i crolli dei mercati finanziari, i problemi politici di Obama, le vicende del governo italiano, la debolezza del sistema politico europeo esiste un rapporto talmente stretto da non potere individuare dove finisce il Mercato e inizia la Politica. Riusciremo, allora, a venire fuori da questa crisi epocale solo se sapremo guardare assieme e in maniera sistemica finanza, economia e politica, in un’ottica globale ma molto attenta alle dimensioni regionali (vedi Grecia). La finanza è cresciuta come una buona pianta che, in mancanza di potature e di cura, sta invadendo l’intero giardino.

Oggi il volume annuo dei titoli scambiati nei mercati finanziari supera di gran lunga (tra le 8 e le 10 volte) il PIL mondiale, un volume che negli ultimi 15 anni è aumentato di oltre 40 volte. La domanda che dovremo porci, compresi gli addetti ai lavori, è come mai abbiamo assistito inerti a questa crescita ipertrofica ed elefantiaca della finanza speculativa, senza fermarci di tanto in tanto per valutare, a più livelli (economico, politico, civile, etico) se il sentiero imboccato negli anni Novanta ci stava portando su sentieri impraticabili e molto pericolosi.

Questa ipertrofia della finanza si stringe in un abbraccio mortale con l’esorbitante debito, privato e pubblico, dell’economia mondiale economicamente avanzata. Non dobbiamo mai stancarci di ripetere che il problema di questa crisi è l’eccessivo indebitamento, privato (nel 2008) e pubblico (ora), dovuto a grandi salvataggi di banche e a finanziamenti di costosissime guerre.

Se non riduciamo l’indebitamento medio dell’Occidente (e del Giappone, altro malato) da questa crisi non usciremo. Anche perché in questi giorni dove tutti parlano di crescita dobbiamo tener ben presente che l’economia capitalistica è cresciuta già troppo e male in questi ultimi venti anni (anche grazie alle innovazioni finanziarie), con gravi conseguenze ambientali e sociali: i tassi di crescita degli anni precedenti al 2008 non sono riproponibili, sia per ragioni economiche (manca domanda), ma anche e soprattutto per ragioni ambientali e etiche. Altrimenti faremmo l’errore di chi scopre di avere un diabete alimentare e per curarlo cerca di aumentare un po’ l’attività fisica, continuando però a mangiare dolci come prima della diagnosi: ci si cura seriamente cambiando globalmente stile di vita, e facendo sacrifici, una parola antica e impopolare, ma sempre cruciale quando la storia si fa seria.

Le crisi, individuali e collettive, sono sempre ambivalenti: possiamo uscirne migliori o peggiori, e l’esito dipende soprattutto da noi, dal nostro sguardo sul mondo. Un errore mortale da evitare durante le crisi è non prendere sul serio i segnali che ci provengono dall’esterno. I mercati finanziari non vanno demonizzati, ci stanno dicendo qualcosa di importante. Innanzitutto che abbiamo tutti sottovalutato le crisi di Stati come Grecia, Portogallo e Irlanda: crisi finanziarie globali e strutturali sono cose molto serie, anche se sono di Stati piccoli, perché può essere un bambino a mostrare che il re (l’euro) è nudo.

Un secondo segnale-messaggio che si sta giungendo da questa crisi è l’urgenza di riforme serie e profonde, soprattutto su pensioni e riduzione degli sprechi nella Pubblica amministrazione, riforme che richiedono una unità politica nazionale che ancora non si vede oltre le diversità partitiche: e questa mancanza di responsabilità è grave, perché il momento che stiamo vivendo è forse il più grave dopo la stagione del terrorismo. Infine, questa crisi sarà una felix culpa se ci farà dar vita ad una economia di mercato oltre il capitalismo iper-finanziario cui abbiamo dato vita, perché stiamo pagando gli aumenti di benessere economico con la moneta della fragilità e dell’insicurezza, di tutti ma in modo speciale dei più deboli (persone e Stati).

Ecco perché dobbiamo seguire tutti con grande attenzione e responsabilità ciò che accade in questi giorni: non sono in gioco soltanto le sorti dei mercati finanziari e dei detentori di titoli, ma la qualità dell’economia di mercato che uscirà da questa crisi, e quindi della libertà, dei diritti e della democrazia.

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Editoriale – Debito e finanza ipertrofica

L’abbraccio mortale

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/08/2011

logo_avvenireIl declassamento, atteso dai mercati, del rating degli USA da parte di Standard & Poor’s, da AAA ad AA+ (prima volta nella storia), aggiunge una tessera al mosaico che si sta componendo in questi giorni: non abbiamo ancora un’immagine chiara di che cosa stia accadendo al nostro sistema economico, ma ciò che possiamo ormai intravvedere è che siamo di fronte alla più grave crisi del sistema capitalistico, una crisi iniziata nell’autunno del 2008 e ancora in pieno svolgimento, senza sapere se come e quando terminerà.

Il crollo dell’autunno del 2008 ci aveva rivelato una prima novità: non è più possibile separare l’economia reale dalla finanza, poiché nell’era della globalizzazione l’economia reale è anche finanziaria, e una crisi nei mercati finanziari è immediatamente anche crisi reale (occupazione, PIL), e viceversa. Ecco perché questa crisi è anche un fallimento della scienza economica e di noi economisti (compresi i consiglieri di Obama), che usiamo strumenti obsoleti per descrivere il mondo e suggerire ricette.

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L’abbraccio mortale

L’abbraccio mortale

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Editoriale - Ceto medio e crisi del capitalismo

Noi e le mucche della finanza

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 2/08/2011

Impoverendo il ceto medio si sfilaccia il legame sociale, fondato anche su una equità economica percepita.

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Il raggiunto accordo su debito pubblico USA non deve esimerci dal riflettere profondamente sull’eccessivo indebitamento dell’economia nord-americana e del sistema capitalista. Il maxi-salvataggio delle banche del 2009 ha essenzialmente spostato debito dal settore privato al settore pubblico, senza rimuovere le cause vere del problema, che si ritrovano in un ceto medio USA e mondiale che si sta progressivamente impoverendo e indebitando.  Dietro il grande debito pubblico c’è dunque un problema di diseguaglianza nella distribuzione del reddito che sta diventando ‘la’ questione cruciale nel nostro sistema economico capitalistico.

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Nell’autunno del 2008, quando la crisi stava per esplodere, la quota di PIL posseduta dall’1% più ricco della popolazione USA ha raggiunto il picco, esattamente come nel 1928, all’alba del grande crollo di Wall Street, come ci ha ricordato Robert Reich nel suo ultimo, utilissimo, libro (Aftershock, Fazi, 2011). Quando il ceto medio si impoverisce relativamente alla classe opulenta, tende ad indebitarsi troppo, anche perché oggi, a differenza del 1929, il sistema finanziario propone e promette ricette magiche per mantenere o aumentare, con il debito, i livelli di consumo.

Nei decenni passati l’atteggiamento nei confronti della diseguaglianza era stato ambivalente: una parte dell’opinione pubblica e degli studiosi la vedeva come un fenomeno tendenzialmente transitorio, un prezzo da pagare solo alle prime fasi dello sviluppo economico, come metaforicamente espresso da Albert Hirschman con l’immagine del tunnel: quando siamo bloccati per un ingorgo in un tunnel, se la fila accanto alla mia inizia a muoversi posso dedurre che a breve anche la mia si sbloccherà. La diseguaglianza, quindi, avrebbe dovuto avere una forma ad U rovesciata: crescere all’inizio per poi diminuire nelle fasi mature del capitalismo.

La vicenda storica dell’Occidente (certamente di USA e Italia) ci sta dicendo che negli ultimi 25 anni la diseguaglianza è tornata ad aumentare. Come mai? Erano sbagliate le previsioni degli economisti? In realtà si è inserito un fattore inedito, cioè la natura finanziaria dell’ultimo capitalismo, che manda in crisi la stessa teoria o ideologia del libero mercato. Quando, infatti, il timone del sistema economico (e politico) passa nelle mani della finanza speculativa (qui l’aggettivo è importante, la finanza non è tutta uguale), entrano in crisi alcuni dei pilastri del liberismo, tra cui la capacità del mercato di assicurare la crescita economica. E per almeno tre ragioni.

La prima ha a che fare con il tipo di ricchezza che si crea con le speculazioni finanziarie. La regola aurea dell’economia di mercato “normale” (quando cioè la finanzia è sussidiaria all’economia reale) è il mutuo vantaggio dei soggetti che scambiano; quando invece abbiamo a che fare con la finanza speculativa spesso la regola è il ‘gioco a somma zero’, come il poker: le vincite degli uni corrispondono alle perdite degli altri.

Ciò significa che molta finanza di ultima generazione più che creare nuova ricchezza la sposta (soprattutto giocando con il tempo) da alcuni soggetti ad altri. In secondo luogo, in molta (non in tutta) finanza speculativa accade sistematicamente, senza scandali e condanne, ciò che abbiamo recentemente rivisto con il calcio scommesse: alcuni giocatori (grandi fondi) scommettono sull’esito delle partite (valore futuro di titoli) e poi giocano in modo che le loro previsioni (scommesse) si avverino. La terza ragione ha direttamente a che fare con la diseguaglianza. Il capitalismo turbo-finanziario produce naturalmente alta diseguaglianza perché, grazie alla globalizzazione di tecnologia e di forza lavoro, paga sempre meno lavoratori di media abilità (operai, impiegati, operatori della cura e dei servizi), cioè gran parte del ceto medio, mentre stra-paga quei pochi iper-specialisti (tecnici e manager) capaci di far aumentare esponenzialmente i profitti della finanza.

Ma – e qui sta il punto cruciale – un sistema economico che arricchisce troppo pochi e impoverisce il ceto medio, cioè la grande maggioranza della popolazione (per non parlare poi qui dei poveri veri, un altro tema ancora più cruciale) non cresce più, sfilaccia il legame sociale che si fonda anche su una equità economica percepita, e si avvia inesorabilmente al declino essenzialmente per una carenza di “domanda” (non solo di equità). Infatti un aumento di reddito nelle classi medie e povere si traduce immediatamente in maggiori consumi e in PIL, mentre aumentare reddito a chi ne ha già molto produce effetti molto minori su consumi e crescita. Ci stiamo poi accorgendo che quando chi lavora si impoverisce relativamente ad altri gruppi sociali, allora la diseguaglianza diventa direttamente un fattore di crescita (o di recessione): non basta più la retorica dell’aumentare le ‘dimensioni delle torta’ prima di pensare alle ‘fette’, perché da una parte l’aumento della torta può essere solo apparente, e dall’altra lo sperpero e lo spreco dei grandi mangiatori di torte rende indigeste anche le fette sempre più piccole degli altri.

Quando si guarda da lontano il nostro sistema capitalistico la prima impressione forte che se ne trae è che siamo cresciuti troppo e male: la crisi ambientale lo dice con sempre maggiore eloquenza, ma lo dice anche questa crescente diseguaglianza, frutto di una mungitura eccessiva delle mucche della finanza, che però oggi rischia di uccidere le bestie per sfinimento. Lo strumento per riequilibrare i rapporti economici non si chiama elemosina o filantropia, ma sistema fiscale. Ecco perché proposte fiscali family friendly (come il “fattore famiglia”) prima di essere una proposta etica è una faccenda squisitamente economica, perché senza riequilibrare il patto sociale non avremo energie per rilanciare la crescita, ridurre il debito pubblico e costruire un sistema economico migliore. Per questo non posso non far mie le parole di speranza con cui Reich conclude il suo discorso: “Negli Stati Uniti, come in Italia, invertiremo il corso che oggi minaccia le nostre economie e democrazie. Lo faremo perché questa inversione è nell’interesse di tutti, anche di quanti nelle nostre società possiedono livelli enormi di potere e ricchezza. … E’ la sfida nostra e dei nostri figli. E’ la sfida economica più grande che abbiamo davanti”.

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Editoriale - Ceto medio e crisi del capitalismo

Noi e le mucche della finanza

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 2/08/2011

Impoverendo il ceto medio si sfilaccia il legame sociale, fondato anche su una equità economica percepita.

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Il raggiunto accordo su debito pubblico USA non deve esimerci dal riflettere profondamente sull’eccessivo indebitamento dell’economia nord-americana e del sistema capitalista. Il maxi-salvataggio delle banche del 2009 ha essenzialmente spostato debito dal settore privato al settore pubblico, senza rimuovere le cause vere del problema, che si ritrovano in un ceto medio USA e mondiale che si sta progressivamente impoverendo e indebitando.  Dietro il grande debito pubblico c’è dunque un problema di diseguaglianza nella distribuzione del reddito che sta diventando ‘la’ questione cruciale nel nostro sistema economico capitalistico.

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Noi e le mucche della finanza

Noi e le mucche della finanza

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Commenti - Per capire e affrontare la crisi

Un giubileo per l'Italia

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/07/2011

logo_avvenireIn questi giorni si susseguono segnali di allarme per gli attacchi speculativi, alternati ad altri di distensione e di ottimismo. In realtà, dobbiamo prendere coscienza che la situazione è grave, e dobbiamo attrezzarci come Paese e come Europa per affrontare una fase che potrebbe rivelarsi non meno difficile e lunga di quella dell’autunno del 2009.

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Infatti, la crisi che stiamo vivendo in questi giorni è molto più di un fenomeno di contagio (delle crisi greca e/o portoghese): è una crisi di fragilità strutturale dell’Italia e dell’Europa. Il malato è grave, e non si tratta ancora di una malattia mortale, ma neanche di una semplice influenza stagionale: è un secondo mini-infarto che se non produce un cambiamento degli stili di vita può portare a conseguenze fatali.

Nell’intervallo tra le due crisi il "paziente Italia" ha continuato a comportarsi di fatto come prima, tranne per qualche passeggiatina pomeridiana o alcune pillole, senza aver però dato un segnale forte di inversione di tendenza.

Sono almeno tre gli elementi per proporre una diagnosi, e una possibile terapia. Il primo elemento per una corretta diagnosi ha a che fare con la demografia. Non capiremo mai bene che cosa sta avvenendo se non partiamo da un dato strutturale e di lungo periodo: l’Italia, come e più degli altri Paesi europei, negli ultimi anni ha radicalmente abbassato il rapporto tra la popolazione attiva e quella in pensione, parallelamente a un forte aumento dell’aspettativa di vita.

Tutto l’impianto dello Stato sociale si fondava su un’attesa di vita molto più bassa (e su più giovani che lavoravano), che consentiva alla generazione giovane di sostenere l’onere delle pensioni. Inoltre, la famiglia, che è stata il vero centro del nostro Stato sociale (molto più dello Stato o del mercato), non riesce più a svolgere le sue funzioni di cura e accudimento. Se allora non facciamo presto non solo una riforma delle pensioni ma un nuovo patto intergenerazionale il debito pubblico non potrà essere ridotto.

Il debito pubblico è, infatti, il secondo elemento della diagnosi: la speculazione colpisce l’Italia perché l’enorme debito pubblico rende indispensabile la sottoscrizione periodica dei titoli di stato, pena il fallimento. Da qui la richiesta, in momenti di fragilità anche della politica, di rendimenti sempre crescenti per i nostri titoli. È il debito pubblico la vera spada di Damocle della crisi di questi giorni.

Il terzo elemento riguarda l’Europa, cioè l’assenza di una realtà politica dietro l’euro. Il progetto dei padri fondatori dell’Europa era soprattutto un progetto politico. La storia ci dice che una moneta è forte quando è sorretta da (ed esprime) un potere politico: le incertezze nella gestione della crisi greca sono un segnale importante, poiché dicono che oltre agli interessi economici in questa Europa dell’euro c’è troppo poco: le forze dei mercati finanziari lo sanno, e colpiscono le fiancate più fragili di questa compagine. Senza un nuovo patto politico, una costituzione europea e istituzioni forti (e agili: occorre ridurre anche i costi della burocrazia europea), l’euro non reggerà a lungo.

La terapia che oggi tutti propongono è il rilancio della crescita economica. Va però ricordato che l’insufficiente crescita economica è anche una
conseguenza dei primi due elementi, cioè di un Paese invecchiato e indebitato che non trova le risorse per crescere. La crescita economica richiede molti ingredienti, tutti co-essenziali: investimenti pubblici (soprattutto in istruzione e ricerca), creatività, innovazione e, soprattutto, entusiasmo e passioni nei cittadini. Oggi in Italia mancano certamente risorse per gli investimenti pubblici, ma manca ancor di più l’entusiasmo e il desiderio di vita. Per capire che cosa sia questo entusiasmo, è sufficiente fare un giro in Asia, in Medioriente o in Africa. Nel mio ultimo viaggio in Kenya, più della miseria materiale, mi ha colpito vedere giovani studiare la sera ammucchiati sotto i lampioni delle strade: è questa fame di vita e di futuro che domani può sconfiggere la fame di cibo e dar vita a sviluppo e benessere. Se oggi l’Italia e l’Europa non ritrovano questo entusiasmo, nessuna finanziaria potrà rilanciare la crescita; anche perché i nostri politici e l’opinione pubblica sistematicamente dimenticano la più grande lezione delle scienze sociali del Novecento: la crescita e lo sviluppo di un Paese non dipendono principalmente dall’azione dei governi ma dai comportamenti quotidiani di milioni di cittadini, ciascuno dei quali possiede, e lui solo, quel frammento di informazione e di conoscenza rilevanti per le azioni sociali ed economiche.

Certo, tra questi agenti economici c’è anche il governo e ci sono le istituzioni (che possono e debbono fare la propria parte co-essenziale), ma hanno molto meno potere di quanto si e ci raccontano ogni giorno (anche per giustificare la loro presenza e i relativi costi). La soluzione alla crisi economica si trova fuori della sfera economica: si trova nella vita civile, nei desideri e nelle passioni della gente, che sono i pozzi che alimentano anche la vita economica. Non si va a lavorare tutte le mattine per ridurre il debito pubblico, ma per realizzare dei progetti, dei sogni. Siamo anche capaci di fare grandi sacrifici solo se dietro a essi intravvediamo un progetto collettivo grande, capace di muovere cuore e azioni, di riaccendere l’entusiasmo. Lo abbiamo saputo fare in tanti momenti del passato, anche recente: perché non ora? Occorre però che ognuno di noi usi bene quel brano di conoscenza e di potere sulla realtà di cui dispone, traffichi bene i suoi talenti, si impegni di più e meglio. Ma perché questo gioco funzioni c’è bisogno di riti e di liturgie pubbliche, della forza dei simboli, dell’arte, della bellezza, di gesti solenni e collettivi. In particolare sono convinto che oggi c’è un estremo bisogno di una sorta di giubileo, nel significato biblico del termine: una stagione di perdono reciproco, di riconciliazione e di pace, per dimenticare le cattiverie e gli avvelenamenti reciproci di cui siamo stati capaci in questi venti anni sia nella classe politica che nel Paese, e guardare avanti assieme. Oggi l’Italia è in uno stato sociale molto simile alla «guerra di tutti contro tutti» di cui parlava Hobbes. Possiamo non uscirne, e continuare così il declino civile ed economico; possiamo uscirne creando un Leviatano, il coccodrillo mostruoso che fa anche parte della storia e del DNA di noi italiani. Ma possiamo uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica.

© riproduzione riservata

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Commenti - Per capire e affrontare la crisi

Un giubileo per l'Italia

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 24/07/2011

logo_avvenireIn questi giorni si susseguono segnali di allarme per gli attacchi speculativi, alternati ad altri di distensione e di ottimismo. In realtà, dobbiamo prendere coscienza che la situazione è grave, e dobbiamo attrezzarci come Paese e come Europa per affrontare una fase che potrebbe rivelarsi non meno difficile e lunga di quella dell’autunno del 2009.

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Intervista a Martha Nussbaum - La filosofa contesta chi pretende di riportare su una scala numerica la soddisfazione delle persone sulla propria vita: “Costringe a grossolane semplificazioni. Ma l’umanità vive nelle sfumature

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/06/2011

Loppiano (Firenze) - Martha Nussbaum è tra i pochi filosofi che sono riusciti nella loro attività di ricerca a raggiungere due obiettivi: dialogare seriamente con la scienza economica, e occuparsi di temi che hanno a che fare direttamente con la vita delle persone, in particolare di quelle più svantaggiate. Erano quarant'anni che non veniva in Toscana. Ora è tornata per una conferenza nell'Istituto universitario Sophia nella cittadella di Loppiano del movimento dei Focolari. 

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Ha parlato di “Public Emotions and the decent Society”, una conferenza su un tema di estrema rilevanza anche per la società italiana (quali sono le emozioni da sostenere e sviluppare perché una società sviluppi sentimenti generalizzati di simpatia tra i suoi membri), preceduta da alcune ore di dialogo con gli studenti.

Partendo da Sophia, la Nussbaum raggiungerà Milano (dopo un passaggio a Bologna, per la presentazione del suo ultimo libro Non per profitto, Il Mulino), dove parteciperà mercoledì e giovedì alla conferenza internazionale “Market and Happiness”. Ed è sulla sua visione della felicità che le abbiamo rivolto alcune domande.

Come valuta il dibattito sulla misurazione della felicità soggettiva?
Io vedo due principali problemi. Il primo, con gli attuali studi sulla felicità, riguarda la natura qualitativa e multidimensionale della felicità. E’ un tema classico, Milla aveva già espresso che la felicità non è una realtà unidimensionale. Quando misuriamo la felicità con una singola scala evidentemente riduciamo le diverse dimensioni della felicità ad una sola, qualcos’altro di molto più semplice e tendenzialmente disatante da quanto noi intendiamo come felicità. Se infatti voi domandate ad una persona “quanto sei felice” senza costringerlo a rispondere scegliendo un numero tra uno e dieci, le persone rispondono cose molto complesse del tipo: “La saute va bene, il reddito un po’ meno, un mio amico è recentemente morto…”, e così via. Quanto stiamo cercando di fare con il concetto di capabilities è proprio specificare le diverse componenti del benessere di una persona. Nessuna misura unica è adeguata

E il secondo problema?
Ha a che fare con il noto problema, sollevato per la prima volta da Amartya Sen negli anni settanta, dell’adattamento delle preferenze. La gente tende ad essere contenta con il poco che ha e con il poco che si aspetta di avere. Jon Elster ci ha mostrato che spesso ci comportiamo come la volpe con l’uva: non riusciamo a raggiungere obiettivi più alti e allora ci adattiamo, e con il passare del tempo neanche desideriamo più quelle realtà che non riusciamo a raggiungere. Altre volte, e questi sono i casi più interessanti soprattutto quando ci occupiamo di sviluppo e povertà, non abbiamo neanche una corretta di quale sia il nostro benessere. Pensiamo alle donne che in certe regioni del mondo vengono educate in modo da ritenere normale che l’istruzione non è per le donne, che le ragazze istruite non avranno un buon matrimonio, ecc. Così queste donne uccidono i loro desideri sul nascere, anzi sono gli stessi desideri che si adattano fin dall’infanzia a norme di una data cultura e tradizione. Sen ad esempio ha mostrato che l’adattamento delle preferenze funziona anche per la salute fisica: ci sono persone, soprattutto in regioni povere, che dichiarano di star bene anche quando oggettivamente hanno delle malattie gravi: non potendo fare confronti con una salute diversa, si adattano e considerano benessere ciò che in realtà non lo è (e che poi le porta a vivere una vita breve, malnutrita, con molti svantaggi). E se questo problema dell’adattamento si verifica perfino con la salute fisica, immaginiamo quanto potente sia questo effetto in temi come istruzione, diritti e libertà”.

Quindi l’approccio delle capacità misura ciò che la gente effettivamente fa, non quanto sente o crede, poiché si può essere anche schiavi perfettamente adattati e forse anche felici?

Sì. Infatti, come è stato sottolineato ancora da Mill, la felicità non è uno stato, ma un’attività. Oggi molti associano la felicità ad uno stato momentaneo, un piacere, ma in Mill (e nel mio approccio), la domanda da rivolgere alle persone nello studiare la felicità non sarebbe tanto “quanto ti consideri o senti felice?”, ma “che cosa fai nella tua vita? Quali attività riesci a svolgere?”. Questo è un punto centrale in tutto l’approccio di Daniel Kahneman: quando lui con il suo metodo empirico cerca di misurare i sentimenti momentanei, fa qualcosa di possibile e forse interessante. Ma quando si cerca di misurare la “soddisfazione nella propria vita nel suo insieme”, come si fa oggi negli studi sulla felicità, entriamo in un terreno ambiguo. Infatti se la soddisfazione con la propria vita nel suo insieme è un sentimento, credo che questo dato sia poco interessante. Se invece vogliamo misurare un giudizio meditato di una persona sulla propria vita, allora le felicità ha poco a che fare con i sentimenti. Quando nel 1996 Kahnemann mi chiese un parere sul suo programma di ricerca di misurazione della felicità momentanea, io espressi molti di questi dubbi, e lui mi disse: “grazie, ma questi dubbi non posso prenderli in considerazione, perché ormai stiamo entrando nella fase operativa del progetto”. E così la misurazione della felicità è decollata, ma i problemi che ho sollevato rimangono".

 vediintervista completa

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Intervista a Martha Nussbaum - La filosofa contesta chi pretende di riportare su una scala numerica la soddisfazione delle persone sulla propria vita: “Costringe a grossolane semplificazioni. Ma l’umanità vive nelle sfumature

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 7/06/2011

Loppiano (Firenze) - Martha Nussbaum è tra i pochi filosofi che sono riusciti nella loro attività di ricerca a raggiungere due obiettivi: dialogare seriamente con la scienza economica, e occuparsi di temi che hanno a che fare direttamente con la vita delle persone, in particolare di quelle più svantaggiate. Erano quarant'anni che non veniva in Toscana. Ora è tornata per una conferenza nell'Istituto universitario Sophia nella cittadella di Loppiano del movimento dei Focolari. 

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La misura (falsa) della felicità

La misura (falsa) della felicità

Intervista a Martha Nussbaum - La filosofa contesta chi pretende di riportare su una scala numerica la soddisfazione delle persone sulla propria vita: “Costringe a grossolane semplificazioni. Ma l’umanità vive nelle sfumature” di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 7/06/2011 Loppiano (Firenze...