Economia Civile

Anima economica

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Anima economica/6 - Il complesso rapporto del cattolicesimo con la modernità nel percorso di costruzione della Dottrina sociale della Chiesa

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/02/2026

Il rapporto tra cattolicesimo, Modernità, fascismo, economia e società degli ultimi secoli è un territorio accidentato e poco esplorato. Ogni ipotesi ermeneutica è una mappa, uno strumento essenziale per provare ad inoltrarvisi, coscienti di avere tra le mani una cartina geografica incompleta e parziale. Una mappa non è la fotografia della foresta, non è una frazione di quella mappa ‘1 a 1’ dell’Impero immaginata dal genio di Borges. È solo una umile carta, con molti buchi e puntini di collegamento con zone non descritte perché sconosciute, alcuni dei quali possono condurci anche sull’orlo di un precipizio - chi scrive e chi legge. Ma non ci sono altre vie buone, la sola che resta a disposizione è quella apologetica degli a-priori ideologici e dei miti narrativi, che è sempre la più amata da tutti gli imperi e dai loro nostalgici.

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Leone XIII e poi Pio XI, dedicando encicliche alla ‘questione sociale’, furono degli innovatori, Leone in primis e di più. Lo furono perché dissero che era parte essenziale della missione della Chiesa entrare nel vivo e nel cuore dell’economia, del lavoro, delle dinamiche sociali e politiche. Hanno quindi posto domande importanti e buone ai cattolici e a tutti. Le risposte che dentro i vincoli del loro tempo hanno offerto, sono invece state invece superate dalla storia, anche perché nate in un clima di paura e di difesa, che sono sempre pessime consigliere di ogni scrittore di faccende sociali. Durante le grandi paure, individuali e collettive, la prima strada che ci si para davanti è quella del ritorno a terre già note e tranquillizzanti, e non è la strada buona.

Per continuare il nostro percorso, guardiamo all’opera di Amintore Fanfani, docente di storia economica e delle dottrine economiche durante il fascismo alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, orientata in quei primi anni dal programma ‘medioevalista’. Padre Gemelli vide in Fanfani un fuoriclasse, e quando era ancora venticinquenne gli affidò la direzione della prestigiosa Rivista Internazionale di Scienze Sociali. I suoi primi e più importanti lavori sono dedicati alla ricerca di una fondazione del capitalismo, il cui spirito, per Fanfani, non è buono ma frutto maligno del declino e tradimento di quello autenticamente cristiano che aveva retto la Christianitas medioevale. Rintraccia così nell’ultimo Medioevo una cultura economica radicalmente diversa da quello che diventerà lo spirito capitalista. Lo spirito non ancora guastato dell’economia lo trovò in quella terra lontana dove ancora il germe moderno non era entrato nell’organismo europeo, infettandolo. Il primo spirito economico medioevale era buono perché pre-capitalista, quindi sociale, virtuoso, comunitario, ordinato dalle corporazioni e custodito sotto l’ala della Chiesa, della teologia di Tommaso e della Scolastica. Questo ordine cristiano dei primi comuni e dei primi mercanti, quello caro anche a Dante, sarebbe stato poi snaturato dalla «gente nova e i sùbiti guadagni» (If XVI,73) che «produce e spande il maladetto fiore» (If IX,130). Una svolta iniziata quindi molto presto, nel Trecento, con lo sviluppo dell’Umanesimo quindi. In quelle crepe del muro dell’ordine sacro medioevale si infilò il venticello cattivo dell’uomo moderno e quindi del capitalismo. Un guasto verificatosi dunque ben prima della Riforma di Lutero e di Calvino. Fanfani non poteva essere in accordo con la teoria del grande sociologo Max Weber che qualche anno prima nella sua Etica protestante e lo spirito del capitalismo aveva legato la nascita del capitalismo allo spirito calvinista. Lo spirito capitalista per Fanfani non è né cristiano né cattolico, è suo tradimento. Nasce invece come effetto collaterale della decadenza morale e religiosa dell’uomo moderno, e la Riforma non ha fatto altro che continuare quella rivoluzione sbagliata e più antica (non si dimentichi che quella stagione del cattolocisimo era anche anti-protestante). L’interesse di Fanfani per l’origine del capitalismo lo troviamo già nella sua tesi di laurea alla Università Cattolica: «Avversario del capitalismo non può essere un sistema in cui l’estrema ratio è la ragione economica; avversario del capitalismo può essere solo un sistema che pone altri criteri al di sopra di quelli economici» (A. Fanfani, Effetti economici dello scisma inglese, 1929-30). L'età precapitalistica, quindi, era «l'epoca in cui istituti sociali ben definiti, quali ad esempio la Chiesa, lo Stato, la Corporazione, si fanno tutori di un ordine economico non basato sui criteri di utilità economica e individuale. Tipico istituto dell'epoca è la corporazione» (Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, 1934, p. 34). Quindi Fanfani nega decisamente che «il cattolicesimo, in quanto corpo di dottrine, ha favorito i prospettarsi della concezione capitalistica e quindi l'avvento del capitalismo» (p. 98). E poi si chiede: «Quando e dove il capitalismo è sorto? In paesi protestantici, dopo la ribellione di Lutero?» (p. 111). La sua risposta è chiaramente: no. La nascita dello spirito capitalistico è precedente e si trova invece in «circostanze di fatto che abbiano indotto gli individui ad agire difformemente da come agivano i più dei contemporanei o avrebbero dovuto agire tutti» (p. 118). In particolare, un ruolo importante fu svolo dallo sviluppo del commercio su lunga distanza. In paesi stranieri, lontano dagli occhi della comunità, «per il mercante vi è minor stimolo per la correttezza» (pp. 119-122).

Tutto quindi in piena coerenza con il progetto di Toniolo, con Gemelli, il tomismo, Leone XIII e Pio XI e il loro progetto culturale di restaurazione dell’ordine medioevale, del suo spirito, delle sue corporazioni, tutti elementi essenziali del paradiso perduto. Il progetto sociale cristiano doveva quindi essere un superamento del capitalismo, ma invece di andare avanti lo si voleva superare tornando indietro. All’ordine economico fondato, secondo Fanfani, sul volontarismo (forte intervento dello Stato) e ponendo così fine al naturalismo, cioè al liberismo (Fanfani, Storia delle dottrine economiche, 1942). In questa sua visione, Fanfani considera la Rerum Novarum un manifesto del volontarismo («Rerum Novarum, volontarismo e naturalismo economico», Rivista Internazionale di Scienze Sociali, 1941).

Non ci stupisce, allora, che il giovane Fanfani aderì con entusiasmo e per molti anni al corporativismo fascista, che vede come l’apoteosi del volontarismo e il superamento del capitalismo, un corporativismo che Fanfani vide come sviluppo del corporativismo cristiano: «Il corporativismo ha negato l’essenza del capitalismo… Se vi è un Paese in cui il capitalismo volge al tramonto ed un nuovo sistema si avanza, questo paese è l’Italia. Mi paiono profondamente innovatrici le corporazioni e tutta la legislazione corporativa» (Declino del capitalismo e significato del corporativismo, 1934). Collaborò anche alla Scuola di mistica fascista (L. Pomante, 2024), creata perché, nelle parole del suo fondatore, «il fascismo ha una sua “mistica” in quanto ha un complesso di postulati morali, sociali e politici, categorici e dogmatici, e che soli possono salvare l’umanità in crisi» (N. Giani, 1930). Il 27.2.1937 il Cardinale di Milano A. I. Schuster fece una visita e una omelia in quella scuola, mentre il giornale cattolico «L’avvenire d’Italia» (un genitore di questo nostro giornale) si oppose apertamente a questa nuova ‘mistica’ (9 aprile 1930).

Ciò che soprattutto affascinava quei cattolici era la visione organica e gerarchica della società fascista, perché simile a quella della cristianità medioevale: «Il corporativismo fascista è tornato all'idea di una costituzione organica della società» (A. Fanfani, Il problema corporativo nella sua evoluzione storica, 1942). È tornato … tornare, voltarsi indietro per trovare la sognata ‘terza via’: «Le corporazioni sono state una forma di associazione perfettamente italiana, e noi dobbiamo alle vecchie nostre corporazione molti dei magnifici tesori che sono gloria e splendore dell’Italia» (Mussolini, ‘Discorso ai giornalisti esteri’, novembre del ’23).

Nelle sue lezioni presso l’Istituto Coloniale Fascista (1936-37), Fanfani leggeva il fascismo in termini messianici di ritorno dell’impero, ancora più esplicito in un articolo nella sua rivista «Al nostro popolo son bastati quattordici anni per coprire le tappe intermedie sulla via dell’impero, che altri percorsero in secoli: Pacificazione politica, conciliazione con la Chiesa, educazione romana cattolica e fascista della gioventù: ecco le conquiste che han tese le volontà ed han preparato la vittoria. Fummo tra gli ultimi a costituirci ad unità politica. E gli ultimi, da soli, diventeranno i primi. Ne dà una certezza la riapparizione in terra della virtù romana, corroborata dalla consacrazione del Cristianesimo» («Da soli!», Rivista Internazionale di Scienze Sociali, 1936).

Il regime fascista crollò. Le istituzioni corporative fecero la sua stessa fine. Ma la mentalità corporativista, con la sua ricerca di una via mediana e restauratrice tra capitalismo e socialismo caratterizzata da una forte presenza dello Stato, non è scomparsa dopo il 1945, anche perché c’era ben prima del 1922. Se ne trovano tracce nell’Italia repubblicana, lo vedremo. Come non fu superata dalla Chiesa la nostalgia per l’antico regime e la tentazione del retro-sguardo.

Dalla Bibbia sappiamo che quando il popolo immagina un cammino a ritroso, se lo fa davvero finisce per attraversare il mare dalla parte sbagliata, dove ad attenderlo ci sono il Nilo, i mattoni, i faraoni. Papa Prevost ha scelto il nome di Leone per ridire che anche oggi la questione sociale è centrale nella Chiesa. E questo è un segnale molto importante. È da sperare - e le ragioni per farlo ci sono - che questa volta non sarà la paura delle 'cose nuove’ a dare tono e parole alle nuove encicliche. C’è un infinito bisogno di uno sguardo generoso e buono su quanto l’umanità sta vivendo, incluse le sue contraddizioni e i suoi rischi. La terra promessa, se c’è, si può trovare solo dentro il nostro tempo, sulla sua linea dell’orizzonte.

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Anima economica/6 - Il complesso rapporto del cattolicesimo con la modernità nel percorso di costruzione della Dottrina sociale della Chiesa

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 15/02/2026

Il rapporto tra cattolicesimo, Modernità, fascismo, economia e società degli ultimi secoli è un territorio accidentato e poco esplorato. Ogni ipotesi ermeneutica è una mappa, uno strumento essenziale per provare ad inoltrarvisi, coscienti di avere tra le mani una cartina geografica incompleta e parziale. Una mappa non è la fotografia della foresta, non è una frazione di quella mappa ‘1 a 1’ dell’Impero immaginata dal genio di Borges. È solo una umile carta, con molti buchi e puntini di collegamento con zone non descritte perché sconosciute, alcuni dei quali possono condurci anche sull’orlo di un precipizio - chi scrive e chi legge. Ma non ci sono altre vie buone, la sola che resta a disposizione è quella apologetica degli a-priori ideologici e dei miti narrativi, che è sempre la più amata da tutti gli imperi e dai loro nostalgici.

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La critica di Fanfani al capitalismo e la tentazione del ritorno al passato

La critica di Fanfani al capitalismo e la tentazione del ritorno al passato

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Anima economica/5 - L’impatto della “Rerum Novarum” e della “Quadragesimo Anno” ha superato le aspettative iniziali. Leone XIII e Pio XI proponevano una “terza via” tra capitalismo e socialismo, come forma di restaurazione, nacquero cooperative, scuole, casse rurali, mutue

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 08/02/2026

La storia dell’impatto della prima stagione della Dottrina Sociale della Chiesa è un lungo e importante episodio di eterogenesi dei fini, cioè di effetti molto diversi da quelli che erano nelle intenzioni di coloro che l’avevano voluta e guidata. Leone XIII e Pio XI, infatti, scrissero sulla ‘questione sociale’ perché preoccupati dalla crescita del movimento socialista e dalle sue promesse di eliminazione della proprietà privata. Proposero così ai cattolici una ‘terza via’ tra capitalismo e socialismo, intesa come ritorno e restaurazione dell’ordine sociale medioevale e delle sue ‘corporazioni (Gremi) di arti e mestieri’. Quelle le intenzioni di chi scriveva; ciò che però accadde fu l’esplosione di un grande movimento di cambiamento sociale che contribuì decisamente a preparare l’Italia e l’Europa moderne, a ridurre le diseguaglianze e superare l’antico regime. La realtà fu superiore all’idea. Gli anni che vanno dalla Rerum Novarum (1891) alla Quadragesimo Anno (1931) videro la nascita di migliaia di iniziative sociali, economiche e politiche dei cattolici, che non cercarono la terra promessa voltandosi indietro: la realizzarono guardando avanti sulla linea dell’orizzonte. Chi invece raccolse l’invito alla ricostituzione delle antiche corporazioni medioevali fu il fascismo, un effetto che non era nelle intenzioni né dei Papi né dei fascisti.

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In realtà, tra il corporativismo cattolico e quello fascista le differenze erano profonde. Ad esempio, quello fascista nacque dal sindacalismo rivoluzionario e dal pensiero hegeliano, ed era radicalmente statolatrico e anti-sussidiario. Ma anche le analogie e concordanze erano significative e altrettanto reali. La corporazione fascista era una visione ideologica costruita sulla concordia forzosa e armonia imposta tra gli interessi dei capitalisti e quelli dei lavoratori. Questa concordia partiva dall’azienda: «Occorreva infine che un nuovo senso della dignità umana, che stabilisse la premessa morale e sociale di un ordinamento giuridico che pone il lavoro a soggetto dell'economia, e riconoscendo i singoli interessi, li coordina in funzione di altri via via più generali» (F.M. Pacces, Introduzione agli studi di aziendaria, 1935). Il corporativismo si presentava quindi come una difesa del lavoro, del salario e dei lavoratori - tema molto caro alla Chiesa.

Giuseppe Bottai, uno dei suoi principali artefici, vedeva nella corporazione «l’istituto per cui si concreta la collaborazione delle diverse classi e categorie. Datori di lavoro e lavoratori e professionisti, artisti e artigiani e persino pubblici dipendenti, possono marciare compatti e concordi senza sostare all'ombra perfida della tradizione democratica» (La Carta del lavoro, 1927). Giuseppe Toniolo, anni prima, aveva proposto «un ideale corporativo, in cui fossero rappresentati ambedue gli elementi oggi in conflitto, dei proprietari capitalisti da un lato dei lavoratori nullatenenti dall’altro, nel quale troverebbero cospirazione armoniosa di interessi dei padroni ed operai» (Indirizzi e concetti sociali, 1900). Toniolo per tutta la sua vita non si stancò di lodare le corporazioni medioevali al fine di proporre la loro restaurazione: «Ecco erigersi di gremi intermedi fra i singoli e le universalità, ossia tra gli individui e lo Stato, la cui elaborazione, difesa, incremento, fu singolare benemerenza della Chiesa… Forze intermedie che impedivano il cozzo fra i due estremi» (1893). Le corporazioni, dunque, avrebbero attuato il concorso armonioso di tutte le classi al bene comune, l’agognato ordine sociale, chiaramente piramidale e perfetto - sono gli anni nei quali la Chiesa si auto-definiva nuovamente ‘societas perfecta’ (Leone XIII, Immortale Dei).

Se andiamo a studiare con attenzione l’appello al ritorno alla corporazione medioevale lanciato dalla Dottrina Sociale cattolica, ci accorgiamo che esso è espressione di qualcosa di molto più profondo della sola economia. È parte del complicato rapporto della chiesa cattolica con il mondo moderno, e quindi della restaurazione della cristianità medioevale. La ricostruzione dell’ordine sociale è anche il sottotitolo della Quadragesimo Anno, ma era stata auspicata decenni prima da Toniolo: «Il programma di restauro dell’ordine sociale rimane con ciò designato come la terapeutica della diagnosi» della malattia moderna. Quindi, «urge oggi restaurare l’ordine sociale cristiano quale la chiesa avea mirabilmente svolto e maturato attraverso i secoli con lotte titaniche: origine sociale che la Riforma ha trasfigurato e infranto grado grado fino all’odierno atomismo». E quindi, come via maestra, «conviene riannodarsi alle tradizioni del Medio Evo, offuscate, osteggiate, recise dal dì della Riforma in qua» (1893). Il ritorno al medioevo era il mezzo, il fine era la restaurazione. Per Toniolo e per la sua scuola (Fanfani), la radice della decadenza dell’ordine sociale è precedente la Riforma: «L'eresia di Lutero dimostra la sua filiazione dall’Umanesimo», perché, citando Erasmo, Lutero dischiuse «l’uovo che era già deposto da lunga mano»: l’uovo della centralità dell’uomo e del suo «libero arbitrio», dove si troverebbe l’origine di tutti i mali della modernità, sfociati nel Liberalismo e nel Socialismo.

E qui dovremmo aprire una seria riflessione su questa bizzarra lettura cattolica della storia e dell’Umanesimo. A questo riguardo, l’8 giugno del 1944 così Dietrich Bonhoeffer scriveva al suo amico Eberhard dal carcere berlinese di Tegel, pochi mesi prima di essere impiccato dai nazisti: «Ritengo gli attacchi della apologetica cristiana al mondo diventato adulto: primo, assurdi; secondo, scadenti; terzo, non cristiani. Assurdi: perché mi sembrano il tentativo di ricondurre alla pubertà un individuo ormai diventato uomo, cioè di riportarlo a dipendere da cose dalle quali egli si è reso di fatto indipendente, di ricacciarlo verso problemi che, di fatto, per lui non sono più tali» (Resistenza e Resa, a cura di I. Mancini). E nel 17 luglio in un’altra lettera continuava il dialogo: «Dio come ipotesi di lavoro morale, politica, scientifica è eliminato e superato; ma anche come ipotesi di lavoro filosofica e religiosa … E dov'è a questo punto, lo spazio per Dio?, si chiedono spiriti pavidi; e non sapendo trovare risposta condannano in blocco l'evoluzione che li ha messi in questa calamitosa situazione». Quindi cercano «possibili uscite di sicurezza da questo spazio divenuto troppo angusto», tra queste «il salto mortale all'indietro nel Medioevo». Ma «ritornare a esso non può essere che un gesto di disperazione, compiuto soltanto a prezzo di onestà intellettuale. È un sogno sull'aria: ‘oh, se sapessi dov'è la strada che torna indietro, la lunga strada per il paese dei bambini’. Questa strada non c’è - in ogni caso non passa attraverso l'arbitraria rinuncia all'onestà interiore». Tentativi quindi assurdi, scadenti, e soprattuto non cristiani, almeno non coerenti con lo spirito evangelico (il cristianesimo non è mai stato soltanto vangelo).

La Chiesa cattolica, nelle sue istituzioni, non è riuscita, almeno fino al Vaticano II (e oltre), a leggere il processo di adultità degli uomini e delle donne iniziato alla fine del Medioevo come processo intrinseco alla stessa logica evangelica, come albero sviluppatosi dallo stesso seme della Rivelazione. Si è impaurita molto davanti a quel bambino diventato uomo, e per molti secoli ha fatto di tutto per ricondurlo allo stadio infantile, dentro quell’ordine gerarchico dove tutto era più semplice, anche perché in cima c’erano vescovi, monaci e papi, quasi sempre parte essenziale e integrante di quell’ordine gerarchico e ineguale. Quindi, invece di guardare alla crescita di un figlio come l’evento più lieto di tutta l’esistenza, la Chiesa post-medioevale non ha riconosciuto in quel volto diventato adulto lo stesso volto del fanciullo amato. E ha perpetrato così una sorta di incesto, cercando di impedire a quel bambino di diventare grande, autonomo e libero. Per almeno mezzo millennio ha sognato un mondo che non c’era più. Sogni che, di tanto in tanto, sono diventati incubi.

Ma - e qui sta davvero una bella notizia - la Chiesa non è solo quella segnata e scandita dai documenti, dai libri e dalle direttive del magistero. Il Regno di cieli è più vasto, profondo e alto di quello dei templi e dei palazzi. E così, mentre Leone XIII e Pio XI scrivevano che la diseguaglianza era ineliminabile dalle società («Togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile»: Rerum Novarum, §14), migliaia di cattolici, laici, religiosi, suore e parroci diedero vita, invece, a cooperative, casse rurali, società di mutuo soccorso. Il movimento cooperativo tra Otto e Novecento fu un grande strumento di riduzione delle diseguaglianze, una vera e seria ‘terza via’, perché mise in discussione i diritti di proprietà e i profitti. E quando in una impresa cambiano i diritti di proprietà siamo già oltre il capitalismo. Quella che seguì la Rerum Novarum fu davvero una stagione di autentica profezia economica, che, in ambito cattolico, resta ancora insuperata.

Ma c’è di più. Innumerevoli ‘opere’ generate da fondatori e fondatrici di congregazioni religiose, inventarono l’educazione di fanciulli e fanciulle povere, crearono il ‘paese dei balocchi’ più bello per i bambini poveri: la scuola. Un’azione straordinaria e stupenda, in Italia, in Europa, nelle missioni, perché i Paesi che oggi hanno i livelli più bassi di diseguaglianza sono quelli che ieri hanno investito di più nell’educazione pubblica e universale (Thomas Piketty).

Il miracolo economico e sociale del Novecento è stato anche il risultato di bambini poveri che, grazie ai carismi, hanno potuto studiare, anche per l’impulso dato dalle prime encicliche sociali. Magari quei papi volevano altro, ma, senza volerlo, diedero il là a qualcosa di fantastico, per la chiesa, per i poveri, per tutti. L’eterogenesi dei fini è anche l’altro nome della Provvidenza.

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Anima economica/5 - L’impatto della “Rerum Novarum” e della “Quadragesimo Anno” ha superato le aspettative iniziali. Leone XIII e Pio XI proponevano una “terza via” tra capitalismo e socialismo, come forma di restaurazione, nacquero cooperative, scuole, casse rurali, mutue

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 08/02/2026

La storia dell’impatto della prima stagione della Dottrina Sociale della Chiesa è un lungo e importante episodio di eterogenesi dei fini, cioè di effetti molto diversi da quelli che erano nelle intenzioni di coloro che l’avevano voluta e guidata. Leone XIII e Pio XI, infatti, scrissero sulla ‘questione sociale’ perché preoccupati dalla crescita del movimento socialista e dalle sue promesse di eliminazione della proprietà privata. Proposero così ai cattolici una ‘terza via’ tra capitalismo e socialismo, intesa come ritorno e restaurazione dell’ordine sociale medioevale e delle sue ‘corporazioni (Gremi) di arti e mestieri’. Quelle le intenzioni di chi scriveva; ciò che però accadde fu l’esplosione di un grande movimento di cambiamento sociale che contribuì decisamente a preparare l’Italia e l’Europa moderne, a ridurre le diseguaglianze e superare l’antico regime. La realtà fu superiore all’idea. Gli anni che vanno dalla Rerum Novarum (1891) alla Quadragesimo Anno (1931) videro la nascita di migliaia di iniziative sociali, economiche e politiche dei cattolici, che non cercarono la terra promessa voltandosi indietro: la realizzarono guardando avanti sulla linea dell’orizzonte. Chi invece raccolse l’invito alla ricostituzione delle antiche corporazioni medioevali fu il fascismo, un effetto che non era nelle intenzioni né dei Papi né dei fascisti.

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La Dottrina che guardava al Medio Evo ha generato opere e sussidiarietà

La Dottrina che guardava al Medio Evo ha generato opere e sussidiarietà

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Anima economica/4 - Il progetto di creare un’alternativa cristiana credibile a socialismo e liberismo dentro il proprio tempo e assorbendone le tensioni

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 01/02/2026

 Dopo la pubblicazione della Rerum Novarum, la prassi economica, politica e sociale dei cattolici conobbe una primavera civile multicolore e vivacissima. Si moltiplicarono le associazioni operaie, le mutue, i sindacati cattolici, soprattutto esplosero le cooperative e le casse rurali. Gli effetti dell’enciclica furono eccedenti rispetto a quelli previsti, perché la realtà è sempre superiore all’idea della realtà, e si impone con una sua indomita libertà. Sul piano delle idee, economisti e sociologi cattolici diedero vita ad una nuova e intensa stagione di studi, giornali e istituzioni culturali. Il loro capostipite in Italia fu Giuseppe Toniolo, l’economista più influente nella Chiesa post Rerum Novarum, l’interprete più importante dello spartito leonino. Toniolo diede i suoi migliori contributi scientifici nella storia economica, durante la prima parte della sua carriera (anni ’80). Il suo lavoro come economista teorico fu invece modesto, e non apprezzato dai migliori economisti - Pantaleoni scriveva a Pareto nel 1909: «A Pisa l’Economia è assassinata dal buon Toniolo» (Lettere).

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La sua lettura della storia era perfettamente coerente con quella di Leone e con il neo-tomismo. Il punto di rottura e di inizio del declino italiano ed europeo è individuato nell’Umanesimo, che legge come fenomeno pagano e come decadenza della Scolastica. Sarebbe nel Quattrocento dove si commise il grande errore, quando si compì “la transizione dell’evo medio cristiano al moderno, dall’ordine sociale maturato dalla Chiesa, all’ordine sociale umano dalla pura ragione” (1893). Con l’Umanesimo il fine «è l’uomo, ivi prevale inevitabilmente l’utile, pronto a degenerare in egoismo”. La crescita dell’uomo venne interpretata come decrescita di Dio (e viceversa), come se il gioco umano-divino fosse un gioco a somma zero (-1/+1), una tesi che purtroppo ritroviamo in molto pensiero cattolico della Controriforma.

Si venne così a creare una naturale convergenza tra il Toniolo storico dell’economia fiorentina, centrata attorno alle ‘corporazioni di arti e mestieri’, e Leone XIII che indicava quelle istituzioni medioevale come la soluzione della lotta di classe socialista e superamento dell’individualismo liberista. Questa tendenza restauratrice del pensiero di Toniolo fu notata anche da Alcide De Gasperi: «Nell’urgenza di opporre allo Stato avvenire socialista un ideale cristiano, valutò forse esageratamente la democrazia comunale e corporativa medievale: aspetti luminosi di un'epoca, dalla quale non si erano messi in sufficiente rilievo le ombre» (1949). La ricerca di una ‘terza via’ fu quindi il grande progetto di Toniolo e della sua scuola, convinto che la ricostituzione cristiana sociale sarebbe riuscita solo se i cattolici avessero badato a «combattere da una parte l'economia individualista e liberista e dall'altra l'economia panteista o i socialismo di Stato» (1886). Non ci stupisce allora che Padre Agostino Gemelli, fondatore della Università Cattolica del Sacro Cuore, intitolasse ‘Medioevalismo’ il primo articolo di ‘Vita e Pensiero’ , un articolo che inizia con queste parole: «Ecco il nostro programma: noi siamo Medioevalisti». E continuava: «Mi spiego. Noi ci sentiamo profondamente lontani, nemici anzi della cosiddetta ‘cultura moderna’» (1914).

Nel 1903 sul soglio pontificio era intanto salito Pio X e poi, nel 1914, Benedetto XV. I loro grandi temi furono la reazione al Modernismo e la prima guerra mondiale (‘l’inutile strage’). La lotta di Pio X contro il Modernismo, definita «la sintesi di tutte le eresie» (Pascendi Dominici Gregis, 1907), è espressione perfetta della linea anti-moderna iniziata dai suoi predecessori dell’Ottocento. Pio X usò molte delle sue risorse per questa lotta, creò una nuova struttura di inquisizione per arginare l’epidemia, il Sodalitium Pianum, una rete segreta di ispettori, per individuare e segnale teologi in odore di Modernismo. Fu Pio XI, invece, a continuare esplicitamente la dottrina sulla questione sociale. L’occasione gli fu data dall’anniversario della Rerum Novarum, la Quadragesimo Anno (1931), un’enciclica che, come sottolineava Padre Gemelli, «della Rerum Novarum è non solo la più solenne esaltazione ed il più autorevole commento, ma anche soprattutto un organico sviluppo» (1931). Pio XI definisce la Rerum Novarum la ‘magna carta’ (QA §39) dell’ordine sociale, perché aveva indicato una strada nuova alle masse operaie «senza chiedere aiuto alcuno né al liberalismo né al socialismo, dei quali l'uno si era mostrato affatto incapace di dare soluzione legittima alla questione sociale, l'altro proponeva un rimedio che, di gran lunga peggiore del male, avrebbe gettato in maggiori pericoli la società umana» (§10). Pio XI ribadisce quindi la visione sociale della Chiesa come terza strada che vuole evitare «diligentemente dall'urtare contro un doppio scoglio» (§46), navigando in mezzo tra Scilla (Liberismo) e Cariddi (Socialismo): «Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim» (Liberatore, 1889). Viene riproposto e sviluppato l’importante ‘Principio di sussidiarietà’ già presente nella Rerum Novarum. Soprattutto, però, Pio XI ripropone (§ 85,86,88…) le Corporazioni di arti e mestieri, la soluzione leonina al conflitto di classe socialista e al capitalismo: «Il primo posto tra tali istituzioni egli voleva attribuito alle corporazioni che abbracciano o i soli operai o gli operai e i padroni insieme» (§29).

Nel frattempo, però, era successo qualcosa di estremamente importante. Tra le ‘cose nuove’ c’era il Fascismo in Italia, e nel 1927 con la ‘Carta del Lavoro’ era entrata in vigore la riforma corporativa dello Stato. Quindi «l’economia sociale corporativa» era diventata «un aspetto fondamentale della dottrina politica rinnovata e ricostituita dal Fascismo» (Gino Arias, p. 5). Il corporativismo si fondava sulla tradizione aristotelico-tomista: «E’ aristotelica la dottrina organica della società, concepita come unità reale, distinta dai singoli e dai gruppi minori che ne fanno parte», scriva l’economista Gino Arias. E quindi «la superiorità del bene pubblico su quello privato, concetti largamente sviluppati nella dottrina politica di S. Tommaso». Quindi, il corporativismo si presentava come vera ‘terza via’, tra il socialismo e il capitalismo: «L’economia corporativa è la negazione della premessa edonistica, comune sia al liberalismo che al socialismo» (G. Arias, Economia corporativa). Premesse e promesse molto simili a quella della giovane Dottrina Sociale della Chiesa.

Nel 1929 c’erano stati i ‘Patti Lateranensi’. Pio XI volle quindi aggiungere alcuni paragrafi all’Enciclica sulla situazione italiana, cioè al fascismo e al suo corporativismo. Eccoli: «Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione sindacale e corporativa» (§92). Quindi: «Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti» (§96). Infine la nostalgia medioevale: «Vi fu un tempo infatti in cui vigeva un ordinamento sociale che, sebbene non del tutto perfetto e in ogni sua parte irreprensibile, riusciva tuttavia conforme in qualche modo alla retta ragione, secondo le condizioni e la necessità dei tempi. Ora quell'ordinamento è già da gran tempo scomparso» (§98), e quindi … la soddisfazione per la sua ricostituzione.

Testi ancora imbarazzanti. La Quadragesimo Anno finì per incoraggiare, o quanto meno non scoraggiare, l’adesione di molti, troppi economisti cattolici alla dottrina corporativa fascista. Tra questi Francesco Vito, giovane importante economista della Cattolica di Milano: «L’economia corporativa è un nuovo orientamento spirituale degli individui» (1934). Parole ancora più chiare quelle di Padre Gemelli: «Dal 1893 sono tre gli avvenimenti che si sono verificati nel campo sociale: essi sono la promulgazione della Rerum Novarum, quella della Quadragesimo Anno ed oggi l’ordine del giorno del discorso del capo del governo. Tre avvenimenti connessi. Il primo segna la cristiana condanna della disorganizzazione liberistica; il secondo segnò la riaffermazione di tale condanna e la sua estensione alle ultime formulazioni socialiste; col terzo si enunciano principi secondo i quali uno Stato moderno, l’Italia, supera liberismo, socialismo e completa la sua organizzazione corporativa» (1933). Vitale Viglietti, nel suo saggio Corporativismo e Cristianesimo (1935), affermava che «una tale concezione, quella corporativa fascista, si identifica con l’idea sociale del Cristianesimo. È questa una constatazione che dovrebbe essere cagione di grande compiacimento per tutti gli italiani».

Infine - ma potremmo continuare con decine di altre citazioni simili -, Padre Angelo Brucculeri, gesuita e importante scrittore della ‘Civiltà Cattolica’ su temi economici e di etica sociale, così scriveva: «Oggi il Corporativismo sotto le forme più varie è un fatto grandioso, che riempie di sé e caratterizza il nostro momento storico … Ma non basta avere istituita la corporazione, è necessario altresì sviluppare e moltiplicare le coscienze corporative non solo tra le élite ma fra le masse» (1934).

Grazie a questa affinità culturale, il corporativismo fascista incontrò poca resistenza nelle università cattoliche e pontificie. Quasi tutti quei professori che aderirono all’economia corporativa ebbero poi modo e tempo per dissociarsi dal fascismo, e alcuni di loro divennero protagonisti della democrazia, della Costituzione e della ricostruzione. Ma quella prima stagione della Dottrina Sociale della Chiesa, troppo preoccupata a combattere il Socialismo e a moderare il Capitalismo, finì per somigliare troppo all’economia corporativa. Il primo approdo dell’umanesimo auspicato dalla Rerum Novarum fu una terza via sbagliata. Per evitare Scilla e Cariddi, la barca di Pietro si scontrò con uno scoglio ancora più mostruoso.

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Anima economica/4 - Il progetto di creare un’alternativa cristiana credibile a socialismo e liberismo dentro il proprio tempo e assorbendone le tensioni

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 01/02/2026

 Dopo la pubblicazione della Rerum Novarum, la prassi economica, politica e sociale dei cattolici conobbe una primavera civile multicolore e vivacissima. Si moltiplicarono le associazioni operaie, le mutue, i sindacati cattolici, soprattutto esplosero le cooperative e le casse rurali. Gli effetti dell’enciclica furono eccedenti rispetto a quelli previsti, perché la realtà è sempre superiore all’idea della realtà, e si impone con una sua indomita libertà. Sul piano delle idee, economisti e sociologi cattolici diedero vita ad una nuova e intensa stagione di studi, giornali e istituzioni culturali. Il loro capostipite in Italia fu Giuseppe Toniolo, l’economista più influente nella Chiesa post Rerum Novarum, l’interprete più importante dello spartito leonino. Toniolo diede i suoi migliori contributi scientifici nella storia economica, durante la prima parte della sua carriera (anni ’80). Il suo lavoro come economista teorico fu invece modesto, e non apprezzato dai migliori economisti - Pantaleoni scriveva a Pareto nel 1909: «A Pisa l’Economia è assassinata dal buon Toniolo» (Lettere).

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Una Chiesa che entra nella Storia. Tra giustizia sociale e sussidiarietà

Una Chiesa che entra nella Storia. Tra giustizia sociale e sussidiarietà

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Anima economica/3 - La lezione del documento magisteriale fondativo del principio di sussidiarietà: accettare le sfide del proprio tempo, senza temerlo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 25/01/2026

La Rerum Novarum (RN, 1891), la prima enciclica interamente dedicata alle questioni socio-economiche, ebbe un valore simbolico molto più grande del suo contenuto. Il suo spirito fu molto più importante della sua lettera. Disse che la vita economica e il lavoro erano parte integrante del pensiero e dell’azione della chiesa cattolica: non erano alla periferia dell’umanesimo evangelico, erano al centro. Migliaia e migliaia di cattolici finalmente si sentirono visti, capiti e riconosciuti dalla Chiesa nel loro impegno civile ed economico. Lo sapevano già, ma dopo la RN lo seppero di più, e non ci furono più dubbi. Il giudizio storico sul contenuto della Rerum Novarum è invece un’operazione diversa, che richiede studio e una certa dose di coraggio.

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Con la Restaurazione dell’antico regime europeo voluto dal Congresso di Vienna dopo la stagione napoleonica (1814), anche il papato aveva sperato in un ritorno al mondo precedente la Rivoluzione francese, illudendosi che l’Illuminismo, il Liberalismo e il pensiero moderno potessero essere cancellati, quindi di tornare alla Christianitas medioevale, al feudalesimo e all’importante ruolo politico che i papi e i vescovi avevano svolto nei secoli passati. Ma quella Chiesa si sbagliò. Il mondo europeo era ormai cambiato per sempre, e con esso anche la stagione del potere temporale della Chiesa, era tramontata la stagione della sottomissione degli Stati all’autorità religiosa. Fu un lungo e doloroso processo che la chiesa cattolica, il papato in primis, visse come ‘battaglia culturale’ con l’Europa moderna. In quella fase, nella chiesa romana non prevalse quindi il cattolicesimo liberale di Alessandro Manzoni, né la teologia di Rosmini o il cristianesimo aperto al nuovo del grande vescovo di Cremona Geremia Bonomelli.

La RN è un documento che presenta alcune luci, insieme a delle ombre. Le luci sono luci vere, importanti e molto sottolineate nella tradizione sociale cattolica. Come dice lo stesso titolo completo del documento - De opificium conditione (sulla condizione degli operai) - la condizione dei lavoratori è un focus del documento. Al lavoro e al salario sono infatti dedicate le pagine più luminose dell’enciclica, dove viene ribadita la dignità di ogni lavoratore, si richiede una giornata di lavoro non troppo lunga (in primis per fanciulli e donne), dichiarando che il gioco della domanda e dell’offerta non può essere l’unico criterio per fissare il salario: «L'operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti» (RN #34). Molto importanti sono poi i paragrafi dell’Enciclica che fondano quello che sarà poi chiamato il principio di sussidiarietà: «Non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all'uno e all'altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti» (RN #28). Una sussidiarietà declinata come espressione del diritto di associazione, in particolare delle associazioni operaie (#37-39). Neanche la Chiesa di Leone XIII poteva rinunciare alla comunità e alle comunità; volle salvare la dimensione comunitaria della Chiesa e con essa la gerarchia ecclesiale, economica e civile.

Gli aspetti più oscuri della RN riguardano il tema dell’uguaglianza tra gli uomini, e quindi della sua visione della ricchezza e della povertà. Per capirli, partiamo ancora ai Principii di economia politica (1889) di Matteo Liberatore, pubblicati alla vigilia della Rerum Novarum. Vi è trattato il grande tema della proprietà privata e della diseguaglianza, idee che ritroveremo molto simili nella RN: «Due cose, dice S. Tommaso, convien distinguere nella proprietà: il possesso e l'uso. Quanto al possesso, essa può essere privato, anzi è necessario che sia, per utilità della vita umana. Ma quanto all'uso, essa dev'essere comune, in quanto il possessore faccia partecipi i bisognosi di ciò che a lui sopravanza» (Principii…, p. 342).

Leone XIII, già nella sua seconda enciclica, aveva affermato tesi molto simili: «Socialisti, Comunisti e Nichilisti … non smettono di blaterare che tutti gli uomini sono per natura uguali fra loro… La Chiesa molto più saggiamente ed utilmente anche nel possesso dei beni riconosce disuguaglianza tra gli uomini» (Quod Apostolici Muneris, 1878). Dalla difesa della proprietà il passo alla difesa delle diseguaglianze è breve (tesi che ritroviamo nei Principii di Economia Politica di Liberatore (pp. 161-163): «Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile». Quindi continua: «Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali» (RN #14).

Il tomismo di Leone XIII e dei redattori da lui scelti emerge anche nell’enfasi sulla socialità degli esseri umani e quindi alla visione ‘organicista’ della società, che è alla base dei molti paragrafi sulle associazioni e sul corporativismo. Nell’impianto tomista, la tesi che la società è un corpo (S. Paolo), e quindi tutte le parti sono interdipendenti, portava con sé la necessità della gerarchia e della staticità dei posti assegnati a ciascuno (il dito non è il cuore, e non possono scambiarsi la funzione). E così, la RN rifiuta decisamente la lotta di classe e quindi l’idea del conflitto tra padroni e proletari (RN #15). Da questa visione armonica delle classi sociali, nasce anche l’invito di Leone a far rivivere le medioevali Corporazioni di arti e mestieri, che troviamo già nella enciclica Humanum Genus (1884). E poi nella RN leggiamo: «A dirimere la questione operaia … tengono però il primo posto le corporazioni di arti e mestieri … Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni» (#36). Una tesi che oggi appare bizzarra. Come se nel pieno sviluppo del capitalismo industriale e delle masse operaie si potesse tornare indietro di cinque secoli ad una economia di poche città commerciali immerse nel mondo feudale; come se la storia e le sue ‘cose nuove’ non avesse nulla da insegnare alla Chiesa, parte e figlia della stessa storia; come se quelle richieste di uguaglianza non fossero anch’esse, almeno in buona parte, frutto dello stesso vangelo della Chiesa.

Con la proposta delle corporazioni, Leone XIII va oltre il pensiero degli estensori italiani delle bozze della RN, ed include alcuni pensatori europei, come messo bene in luce da un saggio Alcide De Gasperi (firmato con lo pseudonimo di Mario Zanatta: I tempi e gli uomini che prepararono la RN, 1931). Su tutti alcuni francesi, il marchese La Tour du Pin-Chambly de la Charce (1834-1924), il conte De Mun e l’imprenditore Léon Harmel, promotori del corporativismo cattolico, tutti aristocratici. Nelle redivive corporazioni si sarebbe così superato il conflitto di classe senza stravolgere l’ordine naturale della proprietà e della gerarchia: «Vi sarà sempre quella varietà e disparità di condizione senza la quale non può darsi e neanche concepirsi il consorzio umano» (RN #27).

Come chiusura del suo discorso su proletari e padroni, Leone XIII scrive: «Nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l'edificio della religione: cioè che la vera vita dell'uomo è quella del mondo avvenire. … Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all'eterna felicità non importa nulla» (RN #18). Quindi, «si comprende che la vera dignità e grandezza dell'uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù; conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari… Diciamo di più per gli infelici pare che Iddio abbia una particolare predilezione poiché Gesù Cristo chiama beati i poveri... Così le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo» (#20).

Leggendo queste tesi dobbiamo fermarci, perché ci ritroveremmo lontani dallo spirito del vangelo. Gesù ha guarito i malati, ha fatto alzare i paralitici dai loro lettucci, ha dato vita ad una comunità fraterna anche nella comunione dei beni materiali, non li ha consolati lasciandoli nelle loro miserie, nell’attesa del paradiso. Ha detto ‘guai’ ai ricchi, ci ha donato la parabola del ricco epulone e di Lazzaro e ci ha invitati a passare per la cruna dell’ago. Il suo Regno era ed è soprattutto per questa vita, non per ‘quella avvenire’. Ciò che scrive Leone era espressione della teologia della controriforma, lo spirito cattolico del suo tempo. Dopo di lui sono arrivati il Vaticano II, don Mazzolari e Don Zeno, Francesca Cabrini e Papa Francesco. I cattolici hanno fatto poche imprese corporative, quelle le hanno fatte i fascisti. Hanno invece dato vita a sindacati, a moltissime casse rurali e cooperative dove hanno cambiato e messo in discussione i diritti di proprietà del Capitalismo, hanno ridotto le diseguaglianze possibili su questa terra, e continuano a farlo. Sono andati oltre la lettera della Rerum Novarum, hanno ascoltato il suo spirito, che lo hanno scorto anche nelle richieste di uguaglianza del loro tempo, e del nostro.

Oggi stiamo attraversando tempi simili. Non possono più essere la paura e la nostalgia dei gloriosi tempi passati a scrivere le nuove Rerum Novarum.

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di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 25/01/2026

La Rerum Novarum (RN, 1891), la prima enciclica interamente dedicata alle questioni socio-economiche, ebbe un valore simbolico molto più grande del suo contenuto. Il suo spirito fu molto più importante della sua lettera. Disse che la vita economica e il lavoro erano parte integrante del pensiero e dell’azione della chiesa cattolica: non erano alla periferia dell’umanesimo evangelico, erano al centro. Migliaia e migliaia di cattolici finalmente si sentirono visti, capiti e riconosciuti dalla Chiesa nel loro impegno civile ed economico. Lo sapevano già, ma dopo la RN lo seppero di più, e non ci furono più dubbi. Il giudizio storico sul contenuto della Rerum Novarum è invece un’operazione diversa, che richiede studio e una certa dose di coraggio.

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L’umanesimo per le “cose nuove” deve vincere la nostalgia e la paura

L’umanesimo per le “cose nuove” deve vincere la nostalgia e la paura

Anima economica/3 - La lezione del documento magisteriale fondativo del principio di sussidiarietà: accettare le sfide del proprio tempo, senza temerlo di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 25/01/2026 La Rerum Novarum (RN, 1891), la prima enciclica interamente dedicata alle questioni socio-e...
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Anima economica/2 - Dal neotomismo per reggere l’impatto della cultura dominante alle idee di padre Liberatore che preparano la “Rerum novarum”

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/01/2026

«E’ atteggiamento antistorico per eccellenza, il considerare i problemi, le opinioni, i sentimenti di un tempo, alla stregua del sentire e delle convinzioni di tutt'altra epoca».

Arturo Carlo Jemolo, «Stato e Chiesa in Italia», p. 23-24

La storia del rapporto tra la chiesa cattolica e la cultura moderna è quella di un mancato incontro, di accuse e anatemi reciproci, che in alcuni momenti divenne un vero e proprio scontro campale. Una storia che inizia almeno con Lutero e la Controriforma, e che andò avanti, a ritmi diversi, fino al Vaticano II - che ancora continua. La reazione della chiesa cattolica di fronte allo spirito moderno fu la paura, e da questi contrattacchi, chiusure, condanne nei confronti di questo ospite inquietante. L’uomo moderno non fu quindi percepito dalla chiesa cattolica come un figlio, certamente ribelle ma pur sempre figlio; fu invece avvertito come un nemico, come il nemico più grande, i Gog e Magog che avrebbero potuto annientare la Christianitas. Non potremo mai sapere cosa potevano diventare la Modernità e la Chiesa se il nemico fosse stato trattato da figlio adolescente, se le sue minacce fossero state lette anche come sviluppo dei semi evangelici del Medioevo, sebbene maturati in modi e in terreni diversi da quelli immaginati dalle gerarchie e dai teologi. Nella vita delle persone e dei popoli, l’arte più difficile da apprendere è riconoscere una salvezza che arriva dove e come non l’avremmo mai pensata né voluta.

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Anche il processo che portò alla Rerum Novarum di Leone XIII va letto all’interno di questo mancato incontro: «Il pensiero moderno, così audace nel giudicare di religione e di cattolicesimo, Leone XIII lo condannò, non lo affrontò: lo giudicò dal di fuori e dal di sopra, come il suo predecessore, non vi entrò per analizzarlo, discernerlo, disgregarlo. L’uno e l’altro si trovarono tutto quel tempo di fronte come due potenti eserciti, senza entrare in contatto». Sono parole di Romolo Murri, che così continuava: «Il pontificato di Leone XIII avrebbe avuto tutt’altro carattere da quello che esso ebbe se i documenti dottrinali non fossero quel che sono: rivendicazione rigida e esposizione sistematica, non lavoro di penetrazione nel mondo moderno, di assimilazione, di reintegrazione… La società moderna ha mostrato di non sapere né voler persuadersi a lasciare le sue idee e le sue vie per entrare in quelle che le vengono ufficialmente presentate dalla Chiesa», perché la società moderna «vuol fare la sua esperienza» (Un papa, un secolo, e il cattolicesimo sociale, 1904, pp. 78-79). Una esperienza moderna che la chiesa cattolica non capì e condannò, a partire dalla libertà di coscienza, il suo primo ‘delirio’, come fu definita già da Gregorio XVI (Mirari Vos, 1832), che portava a pensare che «il fedele e l’incredulo, l’ortodosso o l’eretico valgono lo stesso» (M. Liberatore, La Chiesa e lo Stato, 1872, p. 48). Un delirio, quindi, chiamato anche Liberalismo. Queste ‘cose nuove’ non erano ‘cose buone’ per la Chiesa, erano molto cattive; a queste si aggiunsero presto le grandi spinte del Socialismo e del Capitalismo, e tutto si complicò.

In questo clima, Gioacchino Pecci, non ancora Leone XIII, nella lettera per la Quaresima del 1877 scriveva: «Una parola di cui tanto abusano gli scredenti … è la parola Civiltà. Questa parola è diventata un flagello» (Lettere del cardinale G. Pecci, 1880, pp. 119-120). E alla vigilia della Rerum Novarum, così leggiamo su la Civiltà Cattolica (un testo anonimo, ma probabilmente di M. Liberatore): «Non vi è uomo di senso il quale non preveda che, di questo passo, l’Europa traboccherà negli orrori del nichilismo» (Anno 1889, p. 257). Romolo Murri, invece, sperava, che quell’alba del XX secolo segnasse l’inizio di qualcosa di nuovo, che le ‘cose’ diventassero finalmente ‘nuove’ e buone. Sperava cioè che i cattolici avrebbero iniziato a «gettare le loro idee e il loro spirito nella fucina di questa esperienza della società moderna, per fare che essa maturi rinsavimenti, propositi luminosi e una più intensa vita religiosa dell’umanità» (pp. 80-81). La via che imboccò Pio X, il successore di Leone XIII, non fu invece quella auspicata da Don Romolo Murri, come testimonia anche la sua personale traiettoria biografica: due anni dopo la pubblicazione di quel suo libro Murri fu sospeso a divinis, e quindi scomunicato nel 1909. Pio X, beatificato da Pio XII, esasperò l’anti-modernismo già presente nel cattolicesimo dell’Ottocento.

La genesi della Rerum Novarum è parte di un movimento teologico-sociale molto complesso. Dopo il periodo napoleonico, la chiesa cattolica aveva iniziato, non senza resistenze, un suo parziale rinnovamento teologico e culturale, il cui centro fu posto nel ritorno a San Tommaso, alla sua teologia. La Rerum Novarum non sarà soltanto il frutto del ritorno al sistema tomista e alla scolastica, ma non la capiamo senza Tommaso e il tomismo. Leone XIII iniziò il suo pontificato dichiarando esplicitamente e ‘politicamente’ la sua intenzione di ritornare a Tommaso. L’Aeterni Patris, del 1879, una delle sue prime encicliche (ne scrisse ottantasei), fu infatti il suo manifesto teologico e pastorale per “far rivivere e ritornare nel primitivo splendore la dottrina di San Tommaso d’Aquino” (AP). Vincenzo Gioacchino Pecci (Vincenzo era il nome con il quale lo chiamava sua madre) conobbe e sposò il tomismo già nel 1828, grazie alle lezioni di Luigi Taparelli d'Azeglio. A Napoli nel 1849 sorge l’Accademia di filosofia tomista, e qualche anno dopo (1879) a Piacenza nascerà la rivista ‘Divus Thomas’. Nel circolo tomista italiano c’era anche Giuseppe Pecci, il fratello di Gioacchino, che fondò a Perugia l’Accademia di S. Tommaso (1859).

Questa élite teologica si rendeva conto che la teologia cattolica tradizionale e controriformista non poteva reggere l’impatto con il pensiero moderno. Per provare ad affrontare quella battaglia culturale con qualche speranza di non uscirne annientati, c’era una sola possibilità: puntare tutto sul teologo migliore, il più influente e universalmente stimato: Tommaso, il Doctor Angelicus, e quindi Aristotele. Erano convinti che tra le loro risorse a disposizione non ce ne fosse una migliore. Tommaso era già presente nella formazione teologica precedente (si pensi alla Scolastica spagnola), ma era mescolato con la pietà popolare, culto dei santi, Agostino riletto in chiave platonica, manuali per confessori, e lo studio della teologia che era bloccato alla riforma del concilio di Trento. Serviva quindi un rilancio, una visione sistemica d’insieme: «Affinché la sacra Teologia assuma e vesta natura, forma e carattere di vera scienza» (Leone XIII, Aterni Patris). Il neo-tomismo nacque quindi come riforma e innovazione della Chiesa, come riforma della formazione dei preti. Il tomismo, comunque, non interruppe quella lunga stagione moderna, che la chiesa cattolica visse come una ininterrotta catena di errori a partire da Lutero in avanti. Tommaso non divenne una via di dialogo della Chiesa con la modernità, ma strumento di lotta.

Quando il cardinal Pecci divenne Leone XIII era allora già tomista. La presenza della filosofia di Tommaso presente nella Rerum Novarum non è quindi attribuibile alle idee dei professori che scrissero le bozze preparatorie. Leone li scelse proprio perché erano tomisti, oltre ad essere i migliori sulla piazza cattolica. Uno di questi, quello certamente più importante ed influente, fu Padre Matteo Liberatore. Salernitano come Antonio Genovesi (che ignora, sebbene certamente lo conoscesse), gesuita, tra i fondatori della ‘Civiltà Cattolica’ (1850). Coetaneo di Francesco Ferrara e di Giacchino Pecci (classe di ferro: i tre muoiono tutti oltre gli 80 anni, Ferrara a 90 e Leone a 93 anni). Brillante scrittore e polemista, tra i più geniali pensatori dell’Ottocento cattolico: «Lo si ritrova al centro dei momenti più importanti della vita ecclesiale» (F. Francesco Dante, La civiltà cattolica e la Rerum Novarum, p. 49).

Verso la fine della sua vita, scrisse nel 1889 i Principii di Economia Politica, un volume anticipato in alcuni articoli pubblicati ne la Civiltà cattolica. Tradotto in inglese (1891) e in francese (1899), ma che non ebbe alcun impatto nella scienza economica del tempo. Fu ignorato dagli economisti liberali. Il 1889 è anche l’anno della pubblicazione dei Principii di economia pura, di Maffeo Pantaleoni, il manuale più influente di quella generazione, scritto quando l’autore aveva 32 anni: Liberatore ne aveva quasi 80, altro indicatore di modernità. Liberatore non era un economista, il suo libro è essenzialmente una lunga omelia economica, che lasciò la scienza economica esattamente come l’aveva trovata, neanche la sfiorò. Un Trattato icona perfetta delle diverse e divergenti strade che avevano già imboccato la Dottrina Sociale cattolica e l’economia moderna. Leggendo il libro si coglie che esso è un dialogo dell’autore con pochi libri - quasi tutti vecchi di almeno cinquant’anni - presenti nel suo studio: Smith, Say, Minghetti, Bastiat, Malthus, Ricardo, Sismondi … Nessun riferimento a Marx, che è arduo immaginare nella sua biblioteca. Il libro è un’ottima guida per capire l’impostazione della Rerum Novarum, dove ritroveremo molte delle idee di questo testo di Liberatore. Più utile a noi oggi, che ai suoi contemporanei.

Il tono del libro riflette perfettamente quello della chiesa del suo tempo: tutto sulla difensiva, quindi polemico, aggressivo, nostalgico. L’incipit è già forte e chiaro: «Il Liberalismo moderno è simigliante al moscone, il quale, dovunque si posa, lascia un germe di corruzione e di puzza» (p. 5). Il Liberalismo non coincide con il Liberismo economico - che Liberatore chiama già Capitalismo -, ma, come ci spiegherà più tardi B. Croce, i due sono profondamente correlati. La chiesa cattolica odierà il liberalismo culturale ma quasi amerà il liberismo economico.

Le pagine più interessanti del Trattato sono quelle che riguardano la proprietà privata, dalle quale emerge l’intenzione della Chiesa del tempo di provare ad immaginare la famosa terza via tra socialismo e capitalismo. In realtà, più che di una terza via si trattò di un tentativo di correzione della prima via, il Capitalismo, che nella sua struttura sociale e filosofica di fondo venne di gran lunga preferito al Socialismo, con qualche aggiustatina (nei rapporti padrone-operai, nella beneficenza, e poco altro). Il vero nemico era dunque il Socialismo, e il Capitalismo appariva come male minore e forse come un bene, soprattutto per sua difesa tenace della proprietà privata e della diseguaglianza tra gli uomini come condizione naturale e necessaria - lo vedremo domenica prossima. Per ora pregustiamoci solo questa sua frase: «Il più curioso si è che i fautori dell'eguaglianza millantano insieme la libertà. E non capiscono che libertà ed uguaglianza fanno a calci tra loro» (p. 163).

La terza via inaugurata dalla Rerum Novarum divenne quindi soltanto la via cattolica al capitalismo. La Modernità che faceva molta paura sul piano religioso e sociale (Liberalismo e Socialismo), fece molto meno paura nella sua veste capitalista. E oggi ne vediamo tutte le conseguenze.

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di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 18/01/2026

«E’ atteggiamento antistorico per eccellenza, il considerare i problemi, le opinioni, i sentimenti di un tempo, alla stregua del sentire e delle convinzioni di tutt'altra epoca».

Arturo Carlo Jemolo, «Stato e Chiesa in Italia», p. 23-24

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La (difficile) terza via cattolica tra capitalismo e socialismo

La (difficile) terza via cattolica tra capitalismo e socialismo

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Anima economica/1 - Dal pensiero di Antonio Genovesi nel Settecento, erede della tradizione medioevale, alla lunga eclissi ottocentesca. Fino al XX secolo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 11/01/2026

«Una via importante da seguire è quella di una diversa lettura della storia del pensiero economico, e in particolare della tradizione italiana, come si sta già iniziando a fare, rivalutando Genovesi ed altri economisti civili. Se noi riuscissimo ad individuare una tradizione italiana, diversa da quella che è diventata ufficiale [mainstream], che presenta tutta una sua genealogia, questa sarebbe un’operazione di primaria importanza».

Giacomo Becattini, «Benessere umano e imprese ‘progetto’», 2002

Ci sono state stagioni della civiltà europea quando l’amore, il dolore, le esperienze e gli esperimenti dei cristiani hanno generato parole di carne che poi sono diventate encicliche papali, documenti, riviste e libri che hanno universalizzato e generalizzato quell’amore e quel dolore civili. Non avremmo avuto la Rerum Novarum (1891) - o sarebbe stata molto più povera e meno influente - senza il movimento cooperativo, le casse rurali, il movimento sindacale, le leghe operaie, le società di mutuo soccorso, l’Opera dei congressi … Certo, sono state importanti anche le idee teologiche di Padre Matteo Liberatore o quelle socio-economiche del giovane professore Giuseppe Toniolo, ma prima sono stati i fatti a vagliare, discernere, selezionare e valorizzare le idee dei teologi, dei filosofi, degli economisti e poi dei papi. Nel cristianesimo non sono le idee a validare i fatti, ma il contrario. ‘La realtà è superiore all’idea’, non è infatti solo un principio molto caro a Papa Francesco, è soprattutto una sintesi del cristianesimo, del suo umanesimo fondato sul Verbo che si fece carne - il Logos non è entrato nella storia diventando una idea, una ideologia o un libro, ma facendosi bambino. Le idee sono vive, vivificanti e capaci di trasformare il mondo, solo quando sono carne.

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Allora, l’impatto, la qualità e la capacità trasformativa di un documento della Chiesa dipendono molto, quasi interamente, dalla qualità e dalla capacità generativa di imprenditori, di cooperatori, di politici, di cittadini, di studiosi, soprattutto di intere comunità cristiane, che vivono e sperimentano cose nuove nella loro carne, individuale e collettiva. L’inchiostro ‘simpatico’ dei documenti importanti della Chiesa è il sangue dei testimoni e dei martiri. Siamo tutti in attesa della prima enciclica sociale di Papa Leone, e siamo ben coscienti che questo documento non potrà creare la realtà: potrà vederla, darle ali, amplificarla, potrà far diventare ‘non ancora’ alcuni piccoli ‘già’; ma sarà ancora una volta la realtà che la chiesa, e l’umanità, stanno già vivendo a conferire qualità e impatto alle encicliche di Leone XIV, come lo fu con la Rerum Novarum di Leone XIII. Senza questa ‘carne’ e questa vita, le encicliche sono documenti di carta che non migliorano il mondo economico e sociale.

La serie di articoli che iniziamo oggi è una esplorazione dell’intreccio tra economia e Cattolicesimo nell’Italia contemporanea, in particolare durante quel lungo secolo che da metà Ottocento ci ha portato alla fine del XX secolo, passando per il socialismo, il modernismo, le guerre e il fascismo con la sua dottrina economica ‘corporativista’, di cui pur ci occuperemo. Economia e religione cattolica saranno dunque i due assi di questa riflessione. In qualche articolo prevarrà l’economia, in altri la religione, in tutti ci sarà il dialogo tra le due.

Dire tradizione economica italiana significa dire soprattutto Economia civile, che è il nome che la scienza economica prese dal suo sorgere con Antonio Genovesi a metà Settecento, quando giunse a maturazione una tradizione economico-civile iniziata nel Medioevo con il monachesimo, i mercanti, con i francescani e le loro dottrine sull’usura, i loro Monti di Pietà e Monti frumentari. Con il processo di nascita dello Stato unitario, quell’antica tradizione di pensiero italiano (ma anche europeo) conobbe una frattura, e quindi una lunga eclisse. E da lì partiamo.

Fino all’inizio dell’Ottocento la tradizione italiana dell’Economia civile era ancora viva e stimata. Il milanese Pietro Custodi, tra il 1802 e il 1816 pubblicò la ‘Collezione degli Economisti Classici Italiani' in cinquanta volumi, un’opera fondamentale per la diffusione del pensiero economico italiano nelle nuove università e tra i nuovi uomini politici. Ma quando nel 1850, per iniziativa di Francesco Ferrara, che era l’economista più influente della sua generazione, nacque la Biblioteca dell’Economista, su 13 volumi complessivi solo uno di questi (il terzo) era dedicato agli economisti italiani. Il clima culturale stava infatti cambiando velocemente e radicalmente. Nella sua Introduzione a quel terzo volume, Ferrara ha belle parole su Genovesi, che, non a caso, colloca come primo autore del volume: «La più antica fra le cattedre di Economia in Italia, ed una delle più antiche in Europa, è quella di Napoli, del 1754, del Genovesi». Quindi ci dona anche alcune note biografiche su Genovesi: «Inviso ai monaci e preti delle scuole, l’ignoranza de’ quali serviva di fondo oscuro alla splendida fama di questo prete novatore, che, evitando quanto potesse il latino, appoggiandosi sopra argomenti ribelli alle strette forme del sillogismo, citando autori inglesi e francesi, pronunziando con labbro ugualmente impassibile la verità della Bibbia ed il passo dello scrittore eretico, era pur nondimeno frequentato con entusiasmo da un’avida gioventù…: questo era Genovesi» (Vol 3, pp. V-VI). Genovesi, anche su indicazione esplicita dell’Intieri, il finanziatore della cattedra, insegnava infatti in italiano (non in latino), un dato innovativo che non sfuggì a Ferrara: «Secondo l'uso dei tempi, Genovesi cominciò l'indomani a dettare ai giovani le sue lezioni; ed egli stesso racconta essere sembrato una meraviglia il sentire per la prima volta un professore a parlare in italiano dalla sua cattedra», e denunciava «la colpa che hanno gli italiani nel tenere in pochissima stima la loro lingua» (pp. VII-VIII), una colpa che oggi continua e cresce. Fin qui le belle parole su Genovesi e la sua Economia civile.

Nonostante la sua stima personale per Genovesi, per Ferrara però la vera scienza economica è ormai solo quella degli inglesi e dei francesi. Genovesi e gli italiani sono solo pre-istoria, antico regime: «I meriti della prima fondazione dell'economia appartengono a Smith inglese, o a Turgot francese, non a Genovesi» (p. XXXVI). La tradizione italiana, a suo dire, non era stata capace di entrare nella modernità, perché ancora imprigionata da preoccupazioni morali e politiche. L’Economia come scienza autonoma sia dalla morale che dal ‘principe’ l’aveva invece fondata Adam Smith, nella sua Ricchezza delle Nazioni (1776): «L'antica scuola italiana, nulla offre che possa raccomandarla alla nostra predilezione… io dividerò il sentimento dell'amor proprio nazionale, ma continuerò a studiare Smith per impararvi l’Economia» (p. XXXV). E così coerentemente conclude: «Se alla Biblioteca dell'economista si fosse assegnato uno scopo men vasto di quel che ebbe, nessuno forse degli autori italiani che ora comprendiamo in questo volume vi sarebbe entrato» (p. LXX). Una tesi molto forte e chiara, che fu decisiva.

La non-modernità di Genovesi si trovava, quindi, nella sua scelta di inquadrare le questioni in una maniera «larga e complessa». Il suo errore sarebbe stato di metodo: non aver guardato alla ricchezza dal «punto di vista astratto ed assoluto, ma sotto quello del benessere generale», o della pubblica felicità. Per Ferrara, invece, Smith fu il vero fondatore della scienza economica moderna, proprio perché abbandonò questa ‘maniera larga e complessa’ per concentrarsi sulle sole variabili economiche - è la nascita dell’homo oeconomicus (più in Ferrara che in Smith): «Il merito di Smith consiste nell'avere prima che altri sentito il bisogno di abbandonare … le formule larghe e complesse». E questo fu «un immenso progresso», fu «il Cogito dell’economia» (p. XL).

Il riferimento agli economisti italiani del Settecento era quindi per Ferrara un tentativo di «ricoprire con le memorie passate la nullità del presente» (p. LXX). La nullità era ovviamente quella del suo presente - metà Ottocento non era certo un tempo di grandi talenti teorici per l’economia italiana -, ma la tentazione di tornare ad un nobile passato quando il presente è povero (come il nostro) è sempre attuale. Quindi il monito di Ferrara è importante anche per noi oggi, un invito a non consolarci ricordando i grandi padri nel tempo dei piccoli nipoti.

Francesco Ferrara era un convinto economista liberale e figlio del secolo di Darwin, di Marx e del positivismo, collega, nel metodo, di John S. Mill. Per lui la ‘vera’ scienza economica poteva nascere solo rinunciando all’Intero per studiare il frammento, tralasciando la ‘pubblica felicità’ per concentrarsi sul costo di produzione e sull’utilità del consumatore. Ferrara fu il ponte dove l’economia civile italiana del Settecento dovette passare per arrivare nella seconda metà dell’Ottocento. Un ponte molto stretto, quasi una cruna, che di quella grande eredità classica lasciò passare molto poco, troppo poco perché ne restasse traccia.

Dopo questo passaggio l’Economia civile uscì dall’accademia, ma - e qui sta un punto chiave - uscì anche dal pensiero e dall’azione del mondo cattolico, dei suoi economisti e sociologi, dei cooperatori, dei sindacalisti, dei papi e dei vescovi. A partire infatti dal caposcuola Toniolo, la tradizione cattolica che ispirerà la Rerum Novarum e poi la Dottrina sociale non si ricollegherà né a Genovesi né all’Economia civile, ignorati o considerati troppo moderni e lontani da quel neo-tomismo che guiderà i molti documenti. Non capiamo la Dottrina Sociale della Chiesa tra Otto e Novecento se non teniamo ben presente che questa si sviluppò durante il Non expedit di Pio IX e la polemica modernista di Pio X e i suoi successori fino al Vaticano II. In un clima quindi di chiusura al mondo moderno e alle sue richieste di uno studio scientifico della Bibbia, anche perché provenivano soprattutto dai Paesi protestanti. A questo quadro già complesso si aggiunse la nascita e lo sviluppo del socialismo e del marxismo, che complicò ulteriormente il dialogo con il passato e con il mondo contemporaneo, occupando molte energie dei cattolici, probabilmente troppe.

La scomparsa della tradizione civile italiana anche dal pensiero della chiesa, è una della ragioni del mancato incontro della cattolicità con la modernità e del suo anti-modernismo, che sono ancora un grave problema del mondo cattolico e della sua riflessione sull’economia e sulla società. Quel Genovesi che, per Ferrara, era troppo poco moderno perché affascinato dalle ‘formule larghe e complesse’, divenne invece troppo moderno e con categorie troppo larghe e complesse per rientrare nel tomismo rimesso da Leone XIII al centro del pensiero della Chiesa. Insieme all’Economia civile restarono fuori dalla Dottrina sociale cattolica anche i francescani, il monachesimo, i mercanti toscani, i Monti di pietà e i Monti frumentari, Bernardino da Feltre e Muratori, insieme ad una seria prospettiva biblica. Tutto questo fu avvolto da una notte oscura durata quasi due secoli, di cui ci occuperemo in questi articoli. In questa lunga notte si sono infilati alcuni angeli insieme a molti fantasmi, che ancora popolano i sogni del mondo cattolico. È forse l’ora di svegliarsi.

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Anima economica/1 - Dal pensiero di Antonio Genovesi nel Settecento, erede della tradizione medioevale, alla lunga eclissi ottocentesca. Fino al XX secolo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 11/01/2026

«Una via importante da seguire è quella di una diversa lettura della storia del pensiero economico, e in particolare della tradizione italiana, come si sta già iniziando a fare, rivalutando Genovesi ed altri economisti civili. Se noi riuscissimo ad individuare una tradizione italiana, diversa da quella che è diventata ufficiale [mainstream], che presenta tutta una sua genealogia, questa sarebbe un’operazione di primaria importanza».

Giacomo Becattini, «Benessere umano e imprese ‘progetto’», 2002

Ci sono state stagioni della civiltà europea quando l’amore, il dolore, le esperienze e gli esperimenti dei cristiani hanno generato parole di carne che poi sono diventate encicliche papali, documenti, riviste e libri che hanno universalizzato e generalizzato quell’amore e quel dolore civili. Non avremmo avuto la Rerum Novarum (1891) - o sarebbe stata molto più povera e meno influente - senza il movimento cooperativo, le casse rurali, il movimento sindacale, le leghe operaie, le società di mutuo soccorso, l’Opera dei congressi … Certo, sono state importanti anche le idee teologiche di Padre Matteo Liberatore o quelle socio-economiche del giovane professore Giuseppe Toniolo, ma prima sono stati i fatti a vagliare, discernere, selezionare e valorizzare le idee dei teologi, dei filosofi, degli economisti e poi dei papi. Nel cristianesimo non sono le idee a validare i fatti, ma il contrario. ‘La realtà è superiore all’idea’, non è infatti solo un principio molto caro a Papa Francesco, è soprattutto una sintesi del cristianesimo, del suo umanesimo fondato sul Verbo che si fece carne - il Logos non è entrato nella storia diventando una idea, una ideologia o un libro, ma facendosi bambino. Le idee sono vive, vivificanti e capaci di trasformare il mondo, solo quando sono carne.

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Economia e cattolicesimo italiano, un secolo e mezzo di “cose nuove”

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