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a cura di Aurora Nicosia
dal CN Extra di Marzo 2018 di Città Nuova
Da esperto conoscitore delle Organizzazioni a movente ideale ravvisa nel Movimento dei Focolari elementi che possono far pensare ad una crisi del Movimento stesso?
La crisi è la condizione normale dei movimenti e delle realtà umane ideali collettive, perché essendo in continua evoluzione, la “veste” di ieri diventa presto stretta crescendo. Tutto, o molto, dipende dalla gestione della crisi. Un’immagine efficace della crisi è il seme che nella terra vuole diventare pianticella: forza il suolo, lo crepa, spinge. Ma è solo un segnale che il seme è ancora vivo, e cresce. Il Movimento dei Focolari, con una fondatrice con un talento spirituale e umano enorme, che lo ha guidato con le sue prime compagne e compagni per circa sessant’anni, con una spiritualità cresciuta e sviluppatasi prima del Concilio e del Sessantotto, inevitabilmente deve gestire diverse crisi. La storia e il buon senso ce lo dicono.
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Su che cosa si dovrebbe far leva perché la crisi diventi un’opportunità di crescita?
Le crisi principali sono di tipo narrativo, come ho cercato di esprimere in una recente serie di articoli per il quotidiano Avvenire. Anche i Focolari sono stati fondati e hanno vissuto di un patrimonio di racconti, storie, fioretti, canti, che hanno convertito e alimentato le generazioni precedenti. Bastava nominare alcuni di questi racconti per incantare e rinnovare l’incanto nei narratori (“Erano i tempi di guerra, e tutto crollava …”). Come tutti i capitali, però, anche quello narrativo conosce l’obsolescenza, nel linguaggio, nelle categorie, negli interlocutori. Occorre essere coscienti che il messaggio del carisma non si esaurisce con le sue narrazioni. Oggi ci sarebbe bisogno di artisti, intellettuali, giovani, e di persone di ogni età ed estrazione, che osino provare ad aggiornare quel primo capitale narrativo, che fa molta fatica oggi a continuare ad “incantare” come ai tempi di Chiara, e quando una storia che raccontiamo non incanta più gli altri, il primo a scoraggiarsi e a disincantarsi è il narratore.
Ripartire dalle prime storie fondative e tentare di aggiungerne di nuove, e raccontare, un pò diversamente, le stesse storie. La storia della Chiesa ci dice che senza la forza narrativa di Paolo, e poi dei tanti Padri e Dottori, avremmo perso per strada le categorie per comprendere correttamente i Vangeli. In queste operazioni narrative i rischi sono molti. Si può sbagliare a scegliere quali parti delle prime storie salvare come nucleo portante del carisma e magari conservare soltanto le narrazioni meno generative, o quelle più sensazionali (i francescani non hanno “salvato” la storia di Francesco tanto con i racconti delle stigmate, ma con la fedeltà al Vangelo sine glossa, a Madonna povertà, e continuando a baciare i lebbrosi). Oppure qualcuno può pensare che non occorra nessun aggiornamento delle narrazioni ma solo insistere con le antiche storie. Infine un errore molto comune e probabile è pensare di aggiornare il capitale narrativo ma, in realtà, scrivere un’altra storia, più moderna e accattivante, che però non ha nulla a che fare con il Dna del carisma originario. In genere questo errore si manifesta nell’eliminazione delle parte più “difficili” della prima storia, che sono quelle che più risentono del tempo. E così, ad esempio, prima si voleva annunciare il Vangelo ai non credenti e alle altre religioni, e dopo si torna a fare catechismo in parrocchia. Oppure si riduce il carisma a pratiche semplici e popolari – cene, gite, incontri di auto-aiuto – che hanno sempre un certo successo perché rispondono ai bisogni primari della socialità, ma che riducono molto l’originalità e la novità del carisma. Tutti capiscono, ma capiscono “altro”. Per evitare questo errore, che in parte è già operativo, bisognerebbe monitorare che cosa accade, ad esempio, nell’auto-gestione delle comunità locali oggi che i focolarini “consacrati” sono pochi e delegano la gestione concreta delle comunità: e capire se si sta tornando ad assomigliare troppo a gruppi parrocchiali, di preghiera o di assistenza, e sempre meno alle comunità profetiche dei primi tempi. Nell’Economia di Comunione, che seguo più da vicino, il rischio è reale: diventare un gruppo di imprenditori che cercano di seguire pratiche di gestione etica e un po’ di filantropia: tutti li capiscono, ma con il “sogno” di Chiara il rapporto è troppo tenue.
Lei parla spesso del ruolo delle minoranze creative. Da che tipo di persone sono composte e cosa possono fare nel caso specifico?
Il Vangelo e la Bibbia parlano spesso, forse soltanto, di piccoli gruppi che hanno una funzione di salvare tutti. Noè era uno solo, i profeti non-falsi pochissimi; e poi il “piccolo gregge”, il lievito, il sale. Tutta la teologia biblica è informata dall’immagine del “resto fedele”, che tornerà e potrà salvare l’intero popolo. Il problema dei movimenti carismatici è una specifica difficoltà a riconoscere e a dare spazio a queste minoranze profetiche e in genere ai riformatori. Identificandosi interamente con la dimensione carismatica della società e della Chiesa, il movimento fa fatica a capire che in quanto organizzazione è anche una istituzione (e non solo carisma), e se non dà spazio alla voce carismatica interna, perde profezia. Ma ci sono, qua e là, segnali di speranza, anche nei Focolari.
Cosa c’è, a suo avviso, di inespresso del carisma che Dio ha dato a Chiara Lubich e che bisognerebbe invece sviluppare?
C’è una forte laicità e una grande universalità, affiorati ogni tanto durante la vita di Chiara, ma che oggi rischiano di non esprimersi fino in fondo. I Focolari sono un movimento approvato dalla Chiesa cattolica, dove è nato e si è sviluppato. Ma non è soltanto un movimento cattolico: al suo interno hanno avuto un ruolo da protagonisti anche cristiani di altri chiese, non cristiani, non credenti. Anche Gesù era ebreo, e anche Lutero all’inizio era cattolico: ma poi abbiamo capito che erano anche altro, e i loro “movimenti” sono diventati qualcosa di nuovo e di diverso rispetto alle loro comunità di provenienza. C’è un immenso potenziale da sviluppare. Il carisma avrebbe la forza di raccontare diversamente e più laicamente la fede, il cristianesimo, la religione e lo stesso Dio, se avessimo la forza di osare di più, ed essere più profetici. Ma siamo ancora in tempo per provarci.
Quali consigli darebbe ad una persona che ha investito le migliori energie della sua vita credendo nell’”utopia” di Chiara e che adesso vive una fase di delusione o quantomeno di ripensamento?
Di continuare a credere alla promessa. Non cedere allo scoraggiamento, al pessimismo, alla malinconia, all’accidia individuale e collettiva, tentazioni molto forti in queste età di passaggio epocale. Mosè, il liberatore, non entrò nella terra promessa. La vide dal Monte Nebo, ma ci vide entrare soltanto i figli. Ogni vocazione, se è autentica, si ferma prima di attraversare il Giordano. La terra promessa è la terra dei figli. Nessuna vita adulta è l’avveramento delle promesse della gioventù, perché se lo fosse le promesse sarebbero state troppo piccole – come nessun figlio libero è l’avveramento delle speranze dei genitori. Al tempo stesso, è necessario capire che il linguaggio, le forme e i modi di quella “utopia” della giovinezza devono necessariamente “morire” per risorgere. Solo ciò che muore può risorgere. La crisi della prima utopia è la crisi del diventare adulti: tanti identificano l’infanzia con la prima promessa, e per diventare adulti lasciano. Altri non riescono o non vogliono diventare adulti per paura di perdere l’incanto del primo amore, e restano adolescenti tutta la vita, anche quando (e perché) sono felici e comodi. Qualcuno – ne conosco alcuni -sta tentando in questa età di passaggio di diventare adulto portando con sé le speranze e le utopie della giovinezza. È difficile, ma chi ci riesce inizia la fase più bella della vita, di quella propria e di quella della sua comunità.
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In questo tempo di nuove e grandi migrazioni, dobbiamo imparare, tutti, a leggere questi fenomeni con le categorie giuste e poi agire di conseguenza. In genere, le persone ben disposte verso il grande valore dell’accoglienza, si fermano troppo presto e in superficie. Si fa riferimento, ad esempio, all’esperienza di migranti dei nostri nonni in Europa o in America, e si dice: dobbiamo essere accoglienti con i migranti perché in un passato recente siamo stati migranti anche noi. Si cita, poi, l’accoglienza del forestiero come un principio di tutte le grandi civiltà del passato, scritto nei libri sacri delle religioni. L’ospite è sacro, va accolto e onorato.
In un mio recente viaggio in India, ho conosciuto un economista del Sud dell’India che mi ha spiegato una delle leggi fondamentali dell’economia gandhiana.
L’articolo 75 della nostra costituzione vieta il referendum abrogativo in materia tributaria e di bilancio. E la spiegazione è semplice e di normale buon senso: se chiedi alla gente di pagare meno tasse o di non pagarle affatto, avrai una alta percentuale di persone che dirà: certo! Non tutti, perché c’è sempre stata e c’è una minoranza che cerca anche gli interessi degli altri insieme ai propri, ma queste minoranze non riescono in genere a diventare maggioranza, tranne pochi momenti decisivi della storia, quando, dopo i grandi dolori, la gente diventa diversa, per un po’ di tempo, e scrive le grandi costituzione, e scopre la fraternità.
Quest’anno sono i 250 anni dalla pubblicazione delle Lezioni di Economia Civile di Antonio Genovesi, il più importante trattato della tradizione dell’Economia civile. Gli anniversari sono utili se consentono di andare indietro per andare avanti, come nel gioco del rugby. Tornare a Genovesi potrebbe consentire all’Italia e all’Europa di oggi di andare davvero avanti, e nella direzione giusta.
Perché, nonostante tutta l’informazione sull’alimentazione, sugli stili di vita, sulle conseguenze dei nostri comportamenti per il presente e il futuro del pianeta, continuiamo ad inquinare molto con auto e riscaldamenti, ma anche a mangiare male, troppo, e a non fare abbastanza attività fisica? È, infatti, più semplice capire perché non riusciamo a rinunciare all’aria condizionata e all’auto privata. È un tipico caso dove il beneficio privato (comfort) prevale sul beneficio pubblico (riscaldamento del pianeta).
«Ero giovane, e mi hai dato lavoro», «ero anziana sola e mi hai visitato». Vengono alla mente e al cuore nuove opere di misericordia leggendo e studiando il bel Rapporto annuale Istat 2017: la condizione del Paese. La disoccupazione giovanile, la solitudine e la vulnerabilità economica delle donne anziane, e poi il lavoro nel Sud e nelle Isole, il bassissimo tasso di natalità sono le grandi ferite del nostro Paese. Tra il «2008 e il 2017 la popolazione italiana residente di età compresa tra i 18 e i 34 anni è diminuita di 1,1 milioni» (p. 97), e se non avessimo avuto circa 400 mila giovani arrivati dall’estero, la perdita di giovani avrebbe superato il milione e mezzo.
mi interessano soprattutto le idee, che sono però intrecciate con tutto il resto, come nella vita. Per questo da qualche tempo mi occupo anche di temi come felicità, dono, idealità, passioni, carismi e organizzazioni a movente ideale. Ogni tanto nella vita bisogna essere capaci di ricominciare. Ho appena pubblicato un libretto intitolato La felicità è troppo poco (Pacini Editore): questo vale anche per l’economia. Non si può pensare che la scienza economica sia sufficiente da sola per capire il mondo. La vita è bella perché esistono le soprese. Anche nel lavoro.
La dimensione religiosa del capitalismo non è cosa nuova. Prima che Max Weber o Carl Marx ce lo dicessero chiaramente, e ciascuno a modo suo, all’inizio dell’800 il francese Claude-Henri de Saint-Simon immaginò e realizzò una vera e propria religione degli imprenditori, dei capitalisti e della scienza, che ebbe un notevole successo e adepti in tutta Europa. In una sua famosa lettera scriveva: «La notte scorsa ho udito queste parole: “Roma rinuncerà alla pretesa di essere il centro della mia chiesa; il papa, i cardinali, i vescovi e i preti cesseranno di parlare in mio nome … Sappi che Io ho fatto sedere Newton al mio fianco e gli ho affidato la direzione dell’intelligenza umana e la guida degli abitanti di tutti i pianeti…
Il nostro rapporto con la gratuità presenta un elemento paradossale. Siamo circondati dalla gratuità, siamo inondati da essa. La natura, il cielo, il sole, la pioggia, la neve, la primavera, i boschi, l’aria, l’arte, la bellezza delle città, dei palazzi e delle chiese che abitiamo senza averle costruite, l’irrompere dell’amore, la nostra stessa esistenza, un grembo materno, Dio. Ma in un mondo stracolmo di gratuità, gli esseri umani non riescono a resistere alla tendenza- tentazione di costruire sistemi idolatrici e quindi senza gratuità, dove ogni cosa ha il suo prezzo. Oggi più di ieri, molto di più, perché diversamente dal capitalismo del Novecento, che ancora presentava tratti dell’etica cristiana e biblica del lavoro e dell’impresa, il capitalismo finanziario e consumista del nostro tempo ha cancellato oltre due millenni di cultura per tornare ai riti e ai culti pagani e idolatrici dei popoli del Medio Oriente o del bacino del Mediterraneo. Lo vediamo nei nuovi templi del dio-consumo, lo vediamo nel culto meritocratico delle imprese, che non è altro che una riedizione degli antichi sacrifici pagani.
La diseguaglianza è la condizione naturale degli esseri umani (e di molti animali), perché i talenti che ciascuno riceve arrivando sulla terra sono diversi da quelli degli altri. Il grande economista italiano Vilfredo Pareto, alla fine dell’800 dimostrò che le diseguaglianze nei redditi rispondono a leggi distributive simili in tutte le società perché legate alle intelligenze diseguali, e, in quanto naturali, dovevamo semplicemente accettarle come un dato di natura.
Sulla nostra terra ci sono capitali che stanno crescendo e ce ne sono altri che si stanno gravemente e seriamente deteriorando. Il consumo dei capitali ambientali è sempre più evidente e, sebbene con grande ritardo, stiamo iniziando a prenderne coscienza collettivamente. Non abbiamo, però, ancora preso sul serio la distruzione di massa del capitale spirituale della nostra civiltà. I nostri figli stanno crescendo più ricchi di inglese, di internet, di informazioni, ma si stanno drammaticamente impoverendo di vita interiore, di capitale spirituale. C’è un ‘effetto serra dell’anima’ che ci sta asfissiando, e l’aspetto più grave è la mancanza di consapevolezza pubblica. Ci stiamo progressivamente abituando a vivere dentro la serra, inserrati nell’anima, a confondere i teloni di plastica azzurra con il cielo.
Il 2016 è stato il 500° anniversario de L’Utopia di Thomas More. Un libro scritto in un momento di grande crisi politica e spirituale dell’Europa, quando la scoperta del nuovo mondo iniziava a mandare in crisi il vecchio, che nel mezzo dello splendore del Rinascimento mostrava già i primi segni di decadenza – come sempre, la decadenza inizia nel momento del massimo successo. Non è raro che siano i tempi di crisi a produrre grandi speranze, i desideri più grandi (de-sidera, cioè mancanza delle stelle, e brama di tornare a rivederle al termine della notte).
Non è facile capire che cosa sta avvenendo veramente nel crescente fenomeno della cosiddetta sharing economy, economia della condivisione. Anche perché sotto questa l’espressione si raccolgono esperienze molto varie, a volte troppo varie.