Bruni Varie

Economia Civile

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Il 12 luglio 2012, la 66° sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 20 marzo come Giornata internazionale della felicità. Intervista a Luigino Bruni.

pubblicato su Unric.org il 20/03/2014

Logo UNRICUNRIC Italia ha scelto di portare l'attenzione del pubblico italiano su questo tema chiedendo il contributo del Professor Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica all’Università Lumsa di Roma e coordinatore a livello mondiale del progetto “Economia di Comunione” - lanciato da Chiara Lubich in Brasile nel 1991 e intorno al quale ruotano circa 1000 aziende nel mondo. Economia di Comunione propone agli imprenditori la condivisione degli utili delle proprie aziende per progetti di sviluppo in varie parti del mondo, e pone le proprie basi su una cultura economica basata sulla reciprocità e sul dono.

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Lei Prof. Bruni è uno dei primi studiosi che ha rilanciato una tradizione italiana della felicità diversa da quella che proviene dagli Stati Uniti. Può spiegarci meglio le radici di questa visione della felicità?

L’origine più remota dell’idea di felicità la si trova nella cultura antica greca e romana, in particolare Aristotele aveva legato la felicità alle virtù e l’aveva distinta dal piacere. L’eudaimonia, così la chiamava, era un concetto che oggi dovremmo tradure con “fioritura umana” perché rimanda all’idea che la felicità sia uno stato generale dell’esistenza, e che quindi come tale abbia a che fare più con l’ “essere” ed il ”fare” che non con il “sentire”. A Roma la felicitas, spesso abbinata con publica fu un concetto fondamentale:  felicitas rimandava alla generatività della vita e alla coltivazione delle virtù. Il prefisso fe è infatti lo stesso di fecundus, ferax, fetus, femina. Gli alberi erano chiamati infelix (sterili) efelix (fico, olivo). E il verbo latino feos ignifica proprio produrre. Non è un caso che le immagini latine della felicitas publica– che ritroviamo anche nelle monete - rimandassero ai bambini, alle donne (spesso incinte) e all’agricoltura. La Campania felix era felice per l’abbondanza delle sue campagne e per la fertilità della terra. Felicità è quindi fioritura umana.  I greci, in uno dei momenti epocali della storia umana - l’anima fondamentale della cultura romana successiva - capirono che stava iniziando "l’era degli uomini", che potevano essere finalmente liberati dalla dea bendata, dalla sorte, e da tutta quella magia che domina sempre nelle culture basate sulla fortuna. Lo strumento di questa liberazione fu proprio la virtù (areté), poiché solo l’uomo virtuoso può diventare felice coltivando le virtù, anche contro la cattiva sorte. È qui che inizia la nostra responsabilità, perché si inizia a poter dire che il principale protagonista della mia felicità (e infelicità) sono proprio io, e non gli eventi esterni, che certamente pesano  nel mio benessere, ma che non sono mai decisivi nel determinare la felicità.

Ma come è entrata questa idea di felicità nella scienza economica?

Gli economisti ed i filosofi italiano del Settecento (Antonio Genovesi, Giacinto Dragonetti, Pietro Verri e molti altri) con un esplicito riferimento alla tradizione romana e medievale della felicità pubblica e poi al bene comune,  posero la felicità - in particolare la pubblica felicità - al centro della loro riflessione economica e civile. Scegliendo la felicità pubblica come scopo dell’economia, avevano ben chiaro che il passaggio dai beni al ben-essere è sempre complesso, e che molte dimensioni della felicità si possono perdere nel processo di traduzione (dalla ricchezza “wealth”alla felicità). Per tutto l’Ottocento la scuola italiana di economia continuò a caratterizzarsi per avere la felicità come principale oggetto di studi, tanto che sul finire del secolo diciannovesimo l’economista italiano Achille Loria scriveva: “Tutti i nostri riportando una tesi di dominio comune nell’Italia del tempo – si occupano non tanto, come Adamo Smith, della ricchezza delle nazioni, quanto della felicità pubblica”). Non è quindi un caso che ancora oggi gli economisti italiani sono tra i protagonisti del nuovo movimento su Economia e Felicità, riaperto negli anni 70, soffermandosi in particolare proprio sul nesso fra felicità e relazioni sociali, un’eco evidente della antica tradizione della felicitas publica.

Quali gli aspetti più rilevanti della felicità per la vita economica  e civile del nostro tempo?

Il primo elemento  che mi sembra particolarmente rilevante per la situazione in cui si trovano la nostra economia e la nostra società è il nesso profondo fra la felicità e le virtù. In una cultura che sempre più sottolinea il piacere edonistico e lo svago come valori abbinati alla felicità, l’antica tradizione italiana della felicitas publica ci invita invece a tener ben presente che non c’è vita buona individuale e sociale senza la coltivazione dell’eccellenza (virtù viene daaretè che in greco significa proprio eccellenza) e quindi senza l’impegno e il sacrificio. In secondo luogo in una fase dell’Occidente in cui il narcisismo sta diventando una vera e propria pandemia, la tradizione della pubblica felicità ci ricorda il nesso imprescindibile fra vita buona e rapporti sociali: non si può essere veramente felici da soli perché la felicità nella sua essenza più profonda è un bene relazionale. Si coglie allora che la felicità deve essere invocata soprattutto come strumento di critica allostatus quoe alla vena edonistica che fin dall’antichità ha sempre attraversato la nostra cultura, e che è diventata dominante nei tempi del declino e della decadenza. Come ci ricordano oggi filosofi come Amartya Sen e Martha Nussbaum , la ricerca del piacere è troppo poco per poter parlare di felicità, perché esistono delle “buone sofferenze” (good pains) e dei “cattivi piaceri” (bad pleasures), cosa che dimentica sistematicamente ogni cultura edonista. La Giornata della Felicità allora deve essere una occasione per riflettere seriamente sul nostro modello di sviluppo e sul nostro stile di vita senza far ricadere anche questa giornata dentro il “festival delle banalità” che ci porterebbe a festeggiarla  limitandoci a  inserire qualche smile qua e là su facebook o su whatsapp. La felicità pubblica invece ci invita a riflettere sui patti sociali, sui legami e sulle radici profonde della vita in comune.

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pubblicato su Unric.org il 20/03/2014

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Intervista UNRIC per la Giornata internazionale della felicità

Il 12 luglio 2012, la 66° sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 20 marzo come Giornata internazionale della felicità. Intervista a Luigino Bruni. pubblicato su Unric.org il 20/03/2014 UNRIC Italia ha scelto di portare l'attenzione del pubblico italiano su questo tem...
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Letture - "Per una nuova prosperità. Quattro vie per una crescita integrale." Mauro Magatti e Laura Gherardi, Feltrinelli, 2013.

di Luigino Bruni

pubblicato su Sussidiario.net il 12/03/2014

Magatti-GherardiUn certo capitalismo, quello che abbiamo conosciuto prima della globalizzazione, è morto per sempre, ma lo spirito del capitalismo è vivo; si è solo trasformato, e continua a soffiare forte sulla terra.

La crisi finanziaria del 2007 è stata l’esplosione di un processo iniziato almeno a partire dagli anni ottanta del secolo XX, ma è un punto di non ritorno.

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Se vogliamo, allora, capire che cosa sta accadendo al nostro mondo (e quindi al nostro capitalismo), dobbiamo prendere coscienza che siamo dentro una profonda trasformazione che ci porterà altrove, della quale si intravvedono già primi segnali – la ‘nuova ecologia politica’ e i nuovi indicatori di benessere; il convivialismo e nuovi stili di vita attorno ai beni comuni (dal quale viene esclusa la ‘decrescita’, verso la quale si intravvede nel libro una certa diffidenza); l'economia della contribuzione teorizzata da Bernard Stiegler; la generatività tipicamente italiana di cui è capofila lo stesso Magatti.

Questi segnali vanno interpretati non come eccezioni ad una regola (quella del capitalismo di ieri), ma come primizie di un nuovo raccolto, che potrà essere, per gli autori, anche più buono e “prospero” di quelli che abbiamo conosciuto. L’avvento di quello che chiamano ‘capitalismo a valore contestuale’.

È questa la tesi del libro di Magatti e Gherardi, un libro che va letto soprattutto per le grandi domande che pone, e poi per le prospettive che apre – e anche per domande che non pone direttamente, ma che ci suscita. Prendendo le mosse da un classico come Max Weber (“L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”) e dal più recente trattato dei sociologi francesi Luc Boltansky e Eve Chiapello (“Il nuovo spirito del capitalismo”), Magatti e Gherardi ci dicono che il moderno spirito del capitalismo è costituito soprattutto dalla sua capacità di riciclare le critiche che ha incontrato lungo la sua storia (recente), inglobarle e farle diventare principali fattori di cambiamento e di innovazioni. Così, le critiche “sociali” (socialiste, comuniste, operaie, ambientaliste …) e quelle “estetiche” (degli intellettuali, dei creativi, degli artisti), invece di provocare il crollo del capitalismo, sono state incorporate dando vita ad nuovo capitalismo. Così un capitalismo fondato su valori che erano visti, nel Novecento, in antitesi ad altri valori diversi e non riconducibili ad unum (libertà vs eguaglianza; efficienza vs equità; sviluppo vs ambiente; quantità vs qualità; standardizzazione vs creatività; consumo vs spiritualità; ecc.), negli ultimi decenni si è mostrato capace di riciclare e sciogliere molte di queste antitesi. Così nelle imprese, soprattutto in quelle grandi, assistiamo sempre più allo sviluppo di bilanci sociali, di social business, di attenzione al benessere lavorativo, alle pratiche di attenzione alle pari opportunità di genere, fino ai recenti concetti di ‘capitale simbolico” o “spirituale’ dell’azienda. Parallelamente all’inclusione e trasformazione delle critiche sociali, questo capitalismo ha internalizzato anche le critiche “estetiche”, dato vita ad una nuova stagione creativa mettendo al centro proprio la figura del “creativo” (nel web e non solo).

Gherardi e Magatti riprendono questa tesi di Boltansky-Chiapello, ma la estendono e sviluppano, anche perché l’analisi dei due sociologi francesi si era fermata al pre-rivoluzione finanziaria dell’economia (anni 90’) – e qui sta il punto, solo in parte sviluppato da Magatti e Gherardi –, quando il nostro capitalismo ha mutato pelle e forse natura.

Hic rodhus, hic salta. Se guardiamo bene questo processo di ‘internalizzazione’ delle critiche, questo non è molto diverso, nella sua logica, da quanto è accaduto con gli altri grandi imperi della storia (si pensi in particolare all’impero romano) che sono cresciuti e sono durati secoli proprio per aver incorporato i ‘nemici’ che premevano alle frontiere, e poi prendere da loro (dagli etruschi ai greci ai popoli germanici) la migliore cultura, tecnica, arte. Quindi, in altre parole, la capacità inclusiva e riciclante del capitalismo, il suo essere una sorta ‘mostro’ camaleontico che cambia forma in base all’ambiente e agli ostacoli che trova, non è altro che il suo essere molto più di una forma di produzione di ricchezza e di consumo della stessa, una natura globale, imperiale e inglobante del capitalismo già intuita dallo stesso Marx e dal marxismo. Gli imperi assicurano panem et circenses ad una parte dei popoli che ingloba, ma un’altra parte li fa schiavi, e un’altra la uccide nel processo di conquista.

Per questa ragione trovo rilevante e centrale l’enfasi posta dagli autori sulla diseguaglianza, indicata come una malattia che questo capitalismo non riesce né a inglobare né tantomeno a guarire. Infatti, mentre la prima economia di mercato e il primo capitalismo (XVIII-XX secoli) hanno veramente ridotto la diseguaglianza, e combattuto indirettamente le varie forme di feudalesimo, il capitalismo finanziario o “tecno nichilista” (Magatti) sta riportando la nostra economia ad una situazione molto simile a quella pre-moderna, perché sta riportando la centralità sulle rendite (e non sui flussi, tra i quali il lavoro e i profitti), che è la tipica nota di ogni società feudale. Come un altro francese, Thomas Piketty (economista), ha messo in luce nel suo ultimo grande (e grosso) volume “Le Capital au XXIe siècle”, la rendita sui capitali sta tornando ad essere la grande minaccia del nostro capitalismo, esattamente come prima del secolo XX. Quando, infatti, il tasso di rendimento del capitale supera significativamente e per lungo tempo il tasso di crescita, i patrimoni provenienti dal passato si ricapitalizzino più velocemente dell’aumento della produzione e dei redditi. In altre parole, le rendite mangiano i profitti e i salari – come messo in luce nel passato da autori come l’inglese Ricardo, e l’italiano dimenticato Achille Loria. Così il conflitto fondamentale della società diventa non quello dentro la fabbrica (imprenditore-lavoratore) ma quello tra redditieri e il mondo dell’impresa nel suo insieme (lavoro e imprenditori).

Infine, che il capitalismo abbia bisogno di uno ‘spirito’ lo aveva capito non solo Max Weber all’inizio del Novecento, ma molti altri autori, tra i quali il nostro Amintore Fanfani, uno storico economico oggi da rivalutare. Lo stesso Weber, e poi il filosofo Walter Benjamin, si erano spinti ancora più avanti, arrivando a sostenere che il capitalismo fosse una vera e propria religione: “nel capitalismo bisogna scorgervi una religione, perché nella sua essenza esso serve a soddisfare quelle medesime preoccupazioni, quei tormenti, quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette religioni. … In Occidente, il capitalismo si è sviluppato parassitariamente sul cristianesimo” (Il Capitalismo come religione, 1921). E con capacità profetica aggiungeva: “In futuro ne avremo una visione complessiva”.

Oggi infatti il capitalismo finanziario si trova difronte al rischio di diventare il ‘sistema di Polifemo”, che non inglobava gli ospiti, ma li divora. Il dominio della rendita sui flussi di lavoro e di reddito (e quindi la diminuzione degli investimenti nelle imprese), se esteso su scala globale può portarci in un mondo dove la disoccupazione di grandi masse di cittadini può diventare una condizione stabile per 1/3 della popolazione mondiale. E la domanda cruciale diventa come si comporterà questo terzo: come Ulisse?

Ovviamente, la visione di Magatti e Gherardi si muove in una prospettiva generativa di speranza, ma non per questo può evitarci di porci anche queste altre domande difficili.

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Letture - "Per una nuova prosperità. Quattro vie per una crescita integrale." Mauro Magatti e Laura Gherardi, Feltrinelli, 2013.

di Luigino Bruni

pubblicato su Sussidiario.net il 12/03/2014

Magatti-GherardiUn certo capitalismo, quello che abbiamo conosciuto prima della globalizzazione, è morto per sempre, ma lo spirito del capitalismo è vivo; si è solo trasformato, e continua a soffiare forte sulla terra.

La crisi finanziaria del 2007 è stata l’esplosione di un processo iniziato almeno a partire dagli anni ottanta del secolo XX, ma è un punto di non ritorno.

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Il nuovo capitalismo, Polifemo, Ulisse e gli "esclusi"

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Come dare valore alla finanza in crisi - C'è un bisogno urgente di riportare il risparmio di tutti all'economia civile. Un commento dell'economista Luigino Bruni sui 15 anni di Banca Etica

di Luigino Bruni

pubblicato su Pagina99  il 7/03/2014

Questi anni difficili ci stanno mostrando quanto la finanza sia importante per le imprese, per l’economia, per il lavoro. Per la vita. La sua crisi ne sta rilevando, con una intensità inedita, il suo ruolo essenziale per il ben-vivere sociale.

Dalla storia e dalla cronaca sappiamo che quando le banche non ci sono o si “ammalano”, il vuoto lasciato da esse non viene riempito dalla solidarietà o da cose buone ma dalle molte e sempre nuove forme di usura, e quindi di miseria, oppressione, disumanesimo.

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 L’avventura di Banca etica è allora principalmente un messaggio di speranza rivolto alla finanza e alla banca, e quindi alla società civile, un messaggio che ha diverse declinazioni, tutte importanti. Innanzitutto ci invita a prendere coscienza che dalle crisi, soprattutto dalla nostra, non si esce solo criticando la finanza capitalistica, ma dando vita a finanza e banche diverse.

Quando la banca tradisce la sua funzione fondamentale di consentire l’accesso al credito cittadini e imprenditori, si spezza una delle corde portanti il patto sociale, si inceppa la catena di trasmissione del sociale, entra in blocco il sistema produttivo e civile. Non a caso i medioevali chiamavano con fides sia la “fiducia” che la “corda”, perché avevano appreso dalla sofferenza delle guerre e dalla fame che la prima corda che ci tiene assieme è la fiducia, e che il credito (credere) è la prima espressione civile di quella fiducia-fides.

L’umile ma grande storia della finanza etica (almeno di quella vera) ci sta poi mostrando le varie dimensioni dei valori sono tutte legate tra di loro, e si reggono solo assieme: un valore economico che non nasce dai valori della gente, prima o poi si rivela solo disvalore etico e quindi economico-finanziario, che finisce poi per erodere i valori della persona, della comunità, del lavoro, della vita.

Nelle economie di mercato i momenti di svolta di paradigma economico-sociale sono stati preceduti, favoriti e accompagnati da innovazioni bancarie e finanziarie: i Monti di Pietà, le casse rurali, le casse di risparmio, le banche cooperative e popolari, finanze per lo sviluppo, innovazioni che fecero da starter nei grandi processi di cambiamento.

E’ quanto servirebbe oggi alla nostra economia. Da troppi decenni il sistema finanziario capitalistico si è avvitato su se stesso, in una forma di autismo nato dalla ricerca insana di rendite crescenti, favorite dal vuoto della politica globale. I risparmi delle famiglie finiscono, spesso senza alcuna intenzionalità e a loro dispetto, a finanziarie gli intrecci più opachi tra le varie facce del nostro capitalismo: alcune pulite, altre molto meno, alcune impresentabili.

Oggi le banche tradizionali finanziano anche, e in certi ambiti soprattutto, settori demeritori che non solo non creano lavoro ma ne creano di cattivo o di pessimo: pensiamo a quanti miliardi di euro, frutto di lavoro e spesso di valori, finanziano in Italia l’azzardo, con una connivenza ambigua delle istituzioni, e nel nostro silenzio colpevole.

C’è allora un bisogno vitale, urgente, profondo di riportare i risparmi delle famiglie, e quindi del lavoro (di ieri), nei luoghi della produzione civile, del lavoro buono. La Banca etica oggi sarà capace di contagiare e orientare la finanza di tutti verso la creazione di buon lavoro e buona ricchezza se continuerà e intensificherà il suo lavoro culturale e civile, mettendosi a capo di un movimento di cittadini che con la virtù civile dell’indignazione chiuderanno conti correnti in banche non degne dei loro valori e li apriranno in altri luoghi, con creatività e coraggio nuovo (un esempio è la campagna di “bank mob” promossa dai giovani di “Economia e felicità”).

Il campo della finanza è il campo della nostra vita. Niente di più, ma niente di meno. Negli ultimi decenni non ce ne siamo occupati, e lo abbiamo lasciato agli analisti. Durante questa nostra disattenzione il campo si è infestato di parassiti e di insetti. Banca etica ha contribuito, con i fatti e con le idee, a difendere alcune zone dall’invasione, ma i parassiti e gli insetti ronzano forte alle frontiere. Potremo salvare questi luoghi dell’umano, ed estenderne la superficie, se Banca etica continuerà ad essere molto più di una banca, e racconterà un altro capitalismo e un’altra vita.

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Come dare valore alla finanza in crisi - C'è un bisogno urgente di riportare il risparmio di tutti all'economia civile. Un commento dell'economista Luigino Bruni sui 15 anni di Banca Etica

di Luigino Bruni

pubblicato su Pagina99  il 7/03/2014

Questi anni difficili ci stanno mostrando quanto la finanza sia importante per le imprese, per l’economia, per il lavoro. Per la vita. La sua crisi ne sta rilevando, con una intensità inedita, il suo ruolo essenziale per il ben-vivere sociale.

Dalla storia e dalla cronaca sappiamo che quando le banche non ci sono o si “ammalano”, il vuoto lasciato da esse non viene riempito dalla solidarietà o da cose buone ma dalle molte e sempre nuove forme di usura, e quindi di miseria, oppressione, disumanesimo.

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Può una banca essere buona?

Come dare valore alla finanza in crisi - C'è un bisogno urgente di riportare il risparmio di tutti all'economia civile. Un commento dell'economista Luigino Bruni sui 15 anni di Banca Etica di Luigino Bruni pubblicato su Pagina99  il 7/03/2014 Questi anni difficili ci stanno mostrando quanto la fi...
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 Il professor Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica alla Lumsa commenta i dati dell'Istat. Sottolineando che le donne sono portatrici di un capitale relazionale, simbolico e civile che non si può non misurare se si guarda alla capacità di reddito economico e morale.

di Chiara Pelizzoni

pubblicato su Famiglia Cristiana il 24/02/2014

Logo Famiglia CristianaDi fronte alla certificazione dell’Istat che il Pil umano o, più precisamente, la capacità di generare reddito delle donne è tanto scarsa che “un’italiana vale metà di un uomo”, Luigino Bruni professore ordinario di Economia Politica alla Lumsa di Roma non ha dubbi.

«È un problema anche di teorie economiche sbagliate applicate a oggetti di studio sbagliati». Insomma, le teorie economiche sono generate da un pensiero maschile e applicate ad un modello di lavoro maschile.

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«Dove il problema – aggiunge Bruni – è a monte, quando le donne non hanno pari opportunità di formazione e di accesso ai titoli superiori di studio, penso ai dottorati, perché magari sono già madri. Dalla minor formazione scaturiscono, poi, incarichi lavorativi di minor prestigio e responsabilità. E da lì facilmente i dati rilevati dall’Istat».

 

E a valle verrebbe da aggiungere … «Sì, se il capitale umano è indagato con teorie scritte da maschi per maschi. Che cosa producono peculiarmente le donne? Il capitale relazionale, simbolico e civile. Non possiamo, dunque, misurare la capacità di reddito sul mercato e nelle imprese delle donne escludendo i beni “invisibili” che sono fondamentali anche per le imprese stesse. Non sarà un caso se nelle aziende dove le donne fanno parte del Cda queste vanno molto meglio. Ci sono degli elementi economici femminili che non vengono visti e che sono fondamentali anche per le aziende: le donne, infatti, sono portatrici di relazioni simboliche, emozionali, hanno la capacità di gestire relazioni complesse e/o relazioni non strumentali; se poniamo le donne in luoghi apicali otteniamo, infatti, risultati migliori».

«E se poi vogliamo dirla proprio tutta, come si legge nel libro Italia fatta in casa, la donna lavora in media un’ora e mezza in più dell’uomo se calcoliamo anche il lavoro tra le mura domestiche che troppo spesso viene sottovalutato. Un esempio frequente e significativo: il valore di un piatto di pasta mangiato in casa è molto più alto del valore della pasta e del pomodoro presi singolarmente. Per dire che se non ci fosse il lavoro di cura e accudimento dei lavoratori anche il reddito ne risentirebbe».

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pubblicato su Famiglia Cristiana il 24/02/2014

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«I risultati? Sono il frutto di teorie scritte da maschi per maschi»

 Il professor Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica alla Lumsa commenta i dati dell'Istat. Sottolineando che le donne sono portatrici di un capitale relazionale, simbolico e civile che non si può non misurare se si guarda alla capacità di reddito economico e morale. di Chiara Pelizzoni...
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Dall'Esortazione un messaggio forte al mondo dell'economia e della politica

di Luigino bruni

pubblicato su Settimana del 26/01/2014

Logo Settimana ridQuesta riflessione non vuole essere un'analisi sistematica dei tanti passaggi economici dell'esortazione pontificia, ma l'individuazione di alcune piste di riflessione. Finora economisti ed esperti si sono soffermati su aspetti marginali, senza prendere sul serio la forza dirompente della denuncia e della profezia contenuta nel documento.

L' Evangelii gaudium (EG) apre una nuova stagione nel genere letterario usato nei documenti ufficiali papali. E un testo che non parla soltanto, né primariamente, a teologi e a intellettuali, ma al popolo, all'interno del quale sono visti anche intellettuali e teologi.

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E quindi un'esortazione espressione di un'ecclesiologia di popolo (in continuità con il concilio), ma anche di un'ecclesiologia popolare, che ha caratterizzato questo pontificato dal quel primo “buona sera" del 13 marzo. E da questa prospettiva che va accolto e letto, ed e su questo terreno che va valutato e analizzato criticamente questo documento, inclusi i suoi (molti) paragrafi che trattano di faccende sociali ed economiche.

La EG è una lunga lettera pastorale indirizzata ai cristiani, tenendo presente che, per papa Bergoglio, i confini della Chiesa sono molto ampi, e su quei larghi confini si parla, si dialoga e si ama chi si trova al di la di essi. Non è quindi, né voleva essere, un trattato di teologia, né tantomeno di teoria sociale o economica, e neanche un'enciclica sociale. Ciò non significa che l'EG non sia rilevante e stimolante sia per la dottrina sociale che per quella economica.

Dall'impostazione popolare del testo e del papato emerge poi una precisa visione dell'economia, che non è considerata una faccenda tecnica, per i soli addetti ai lavori. L'economia della EG è vitale, è un brano divita, di cui anche la Chiesa può   e deve   occuparsi.

Il consumismo solitario e nichilista.

Per questa ragione, un messaggio importante dell'Evangelii gaudium un messaggio scritto in filigrana, ma chiaro per chi sa individuarlo è l'impossibilità di dar vita ad una società giusta senza la realizzazione di un'economia giusta, una giustizia che si misura soprattutto col metro dell'equità e dell'inclusione. Per questa ragione l'economia va criticata, perché diventi ciò che dovrebbe essere per “vocazione”, e che non e ancora.

Questo tipo di critica e una vocazione ineludibile ed essenziale del cristianesimo che, se smettesse di indicare il non ancora di ogni sistema storico, smetterebbe di dare forse il suo principale contributo al bene sociale e civile.

Questa dimensione sfugge a lettori come Michael Novak (cf. Il Corriere della Sera, 12 dicembre 2013) che, di fatto, ha liquidito l'EG come un documento regionale (valido per Argentina di qualche anno fa o, al massimo, per l'America Latina), scritto da qualcuno che non conosce la storia dell'Occidente e dei beni sociali prodotti dal libero mercato. Dire che l'EG va letta «attraverso lo sguardo di quel professore vescovo papa nato e cresciuto in Argentina», significa depotenziarne completamente la portata culturale generale, e renderla, di fatto, irrilevante.1

Per papa Bergoglio l'economia ha un posto centrale nella ricerca del bene comune. E questo perché l'economia, a differenza di quanto pensa la cultura economica oggi dominante, non è mai attività eticamente neutrale o indifferente. Se l'economia non è per la persona, è contro di essa;se non rispetta l'ambiente, lo distrugge; se non riduce la miseria, la crea;se non e per la pace, costruisce guerra; se non è civile, è incivile; se non è fraterna, è fratricida. Quando la gente, soprattutto i poveri, non vivono in un'economia giusta e sostenibile, la gioia del Vangelo resta annuncio e profezia, ma esperienza storica di pochi, e non diventa realizzazione di quel Regno della letizia, della giustizia e della pace preannunciato dai profeti. Senza un'economia capace di comunione, i “cieli nuovi e la terra nuova" restano di fatto u topia (no luoghi), indicano qualcosa di ultimo, che appare troppo distante e astratto per cambiare in meglio le nostre vite penultime.

La centralità dei temi economici nella EG emerge già dai primissimi paragrafi del documento: «Il grande rischio del rnondo attuale, con la sua molteplice e opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata›› (n. 2).
Nessuno può negare che il consumo è il grande protagonista della nostra società, e non solo né soprattutto in America Latina, ma negli USA e nei paesi ad alto reddito. La prevalenza del consumo sul lavoro non è un fatto inedito della nostra civiltà, perché accumuna tutte le civiltà decadenti. Nel Medioevo il centro della scena pubblica lo occupava la religione. Nell'Ottocento e fino all'avvento recente dell'era della globalizzazione, il grande protagonista della nostra vita in comune e stato il lavoro, soprattutto il lavoro della fabbrica e quello della terra, quindi il lavoro sociale, quello svolto assieme. Le culture del 19° e del 20° secolo non sono state culture del consumo ma culture del lavoro, della terra e del risparmio.

Il boom dei consumi del dopoguerra di molti paesi europei ha prodotto miracoli economici e civili perché era un consumo che nasceva dal lavoro e dalla sua tipica fatica buona. L'età attuale, invece, ha intronizzato il consumo come suo nuovo sovrano. Il lavoro vero della gente vera è uscito di scena, e la produzione dei beni e delle merci è sempre più eclissata, lontana, invisibile: «I meccanismi dell'economia attuale promuovono un'esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito all'iniquità, danneggia doppiamente il tessuto sociale» (60). Si trova in questa eclisse sociale del lavoro, e nel monopolio dei consumi, una ragione profonda della grave crisi del lavoro, che non si crea né si trova più, perché non lo si vede più. La EG, invece, ricorda la priorità del lavoro: «Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l'essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita. Il giusto salario per mette l'accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all'uso comune>› (192).

Oggi le analisi sociali, i dati empirici e anche i modelli teorici della teoria dei giochi (nia prima ancora l'osservazione della vita quotidiana) ci dicono l'irrazionalità individuale e collettiva di consumi intemperati, illimitati, sfrenati, in particolare di quei beni che chiamiamo “beni posizionali”, cioe di beni che non vengono acquistati per l'uso tipico del bene, ma per competere con gli altri, e per “posizionarci" nelle gerarchie sociali (auto, case, ma anche telefonini, tablet...).

Esclusione e "ricaduta favorevo|e"

La storia dell'Europa e del mondo ci mostra che, quando nelle città queste competizioni posizionali tramite i beni crescevano oltre un “punto critico”, iniziava la loro decadenza, prima produttiva, poi sociale e politica. Papa Francesco denuncia questo rischio: «La crisi mondiale che investe la finanza e l'economia manifesta i propri squilibri e, soprattutto, la grave mancanza di un orientamento antropologico che riduce l'essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo» (55).

Le società progrediscono quando le persone orientano la loro natura competitiva e agonista nella produzione e nel lavoro; degradano e precipitano in trappole di povertà quando competono principalmente con il consumo. La EG è un grande monito, rivolto a tutti noi con una speciale attenzione alle società opulente, a non cadere complessivamente in questa trappola del consumo posizionale e, se vi siamo già caduti, l'invito forte a cercare di uscirne.

Papa Francesco coglie nel segno quando stigmatizza la nostra economia capitalistica come un'economia dell'esclusione: «Oggi dobbiamo dire “noa un'economia dell'esclusione e dell'iniquità”. Questa economia uccide» (53). È forte, infatti, la tendenza a trasformare i beni comuni in beni di club, dove la differenza tra i due sta proprio nell'esclusione. I beni comuni dalla terra all'acqua sono tali proprio perché non possono essere esclusi a nessuno, perché sono beni di tutti. La crescente cultura della privatizzazione, invece, non fa altro che togliere beni comuni e bene comune alla gente, soprattutto ai poveri, che dovrebbero avere almeno i beni comuni, non riuscendo ad avere molti beni privati essenziali: la privatizzazione dei beni comuni penalizza di piùi poveri.

L'economia capitalistica fa una grande fatica a comprendere i beni comuni perché non affronta, in genere, i problemi in prospettiva storica (il tempo), non vede relazioni ma individui separati, anche perché è tutta definita all'interno del registro maschile della razionalità. Nella creazione, gestione e non distruzione dei beni comuni c'è dunque inscritta una norma aurea di reciprocità, ma di una reciprocità più complessa di quella ordinarie e note (l'amicizia, i contratti, l'amore coniugale...)
Una cultura dell'esclusione che si estende anche al grande tema del lavoro: il lavoro, se e solo un costo di produzione, un capitale o un fattore produttivo, può essere sostituito da qualsiasi macchina o algoritmo meno costosi. La perfetta sostituibilità tra lavoro e capitali è una grande malattia del nostro tempo.

Dalla tradizione dell'economia sappiamo che l'esclusione dei poveri non è la fisiologia dei mercati, ma una loro malattia grave. L'economia di mercato fu inventata e pensata dalla scuola di Francesco (d'Assisi) nel Medioevo, e ha acquisito la sua legittimità etica proprio per la sua capacità di includere gli esclusi. L'inclusione produttiva non significa -rileva criticamente il papa- confidare nei meccanismi automatici e inintenzionali della «ricaduta favorevole» (56), che è l'idea aurea neo liberi sta la quale sostiene che, quando sale la marea, tutte le barche si sollevano, anche le più piccole: la ricchezza dei ricchi fa bene anche ai poveri,come ricorda anche Novak. È quindi bene lasciare i ricchi sempre più ricchi, in una versione del capitalismo che potremmo chiamare del “ricco Epulone” che, mentre mangia, lascia, senza volerlo, le briciole ai cagnolini sotto il tavolo.

La critica di papa Francesco va quindi letta come un forte appello a non lasciare la cura delle povertà e delle esclusioni agli effetti non intenzionali di comportamenti intenzionalmente tesi ai soli interessi individuali. La sua è una legittima e necessaria critica a un'idea di solidarietà di mercato e di bene comune affidata principalmente agli effetti indiretti (o esternalità), che non è altro che una riedizione della tesi di Bernard de Mandeville, Vizi privati, pubbliche virtù, formulata all'inizio del Settecento. La grande tradizione classica del bene comune, umanista e cattolica, quella di Aristotele, di Tommaso, dei francescani fino a Genovesi o a Toniolo, non ha mai pensato al bene comune come ad una faccenda di effetti positivi inintenzionali di azioni cercanti soltanto il proprio interesse, ma l'ha associata alle virtù private e pubbliche.

L'idea di mercato che nasce da questa tradizione, della quale Francesco e interprete e continuatore creativo, è quella di una grande intrapresa di cooperazione intenzionale, come esercizio di virtù sociali, come faccenda comunitaria e personale. Da questa prospettiva il mercato non e né luogo dell'egoismo né della filantropia, ma del mutuo vantaggio, della «mutua assistenza» (Antonio Genovesi), un network di azioni intenzionali con giunte per crescere insieme: «La parola “solidarietà” si è un po' logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all'appropriazione dei beni da parte di alcuni» (188). In questo mercato, l'inclusione dei “poveri” non è faccenda di filantropia appaltata al mondo non profit, né ricaduta indiretta di azioni di individui egoisti, ma è il fine stesso del mercato, e quindi la natura più profonda e vera del mercato civile, quello nato dal cuore dell'Europa cristiana medioevale.

Dalle fabbriche fino al movimento cooperativo (dove questa inclusione intenzionale e produttiva è stata massima), il mercato e le imprese sono stati e sono luoghi di inclusione, dei poveri soprattutto, per una crescita comune. La stessa inclusione produttiva operata oggi dal micro credito, e da tanta economia equa e inclusiva, continua questa grande tradizione di mercato comunitario, non anonimo, dove la solidarietà non è affidata alla “mano invisibile” ma alle mani visibili di tanti uomini e donne, imprenditori, lavoratori, istituzioni operanti al bene di tutti e di ciascuno (il bene comune): «Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato» (204).

Francesco ci ricorda che il modello del capitalismo che oggi sta dominando il mondo, e che in questi tempi di crisi sta colonizzando gli ultimi territori del pianeta, non e né il solo possibile, né il migliore. Le economie di mercato sono tutte costruzioni storiche, che mutano in base ai valori di chi i mercati li abita. Cioè i nostri valori. Oggi la EG ci ricorda con forza che un mercato che esclude nega la sua vocazione etica e la sua storia.

Con le nostre scelte quotidiane, micro e macro, soprattutto se in tanti, possiamo allora richiamarlo all'inclusione e alla comunione, che non solo sono compatibili con una moderna economia di mercato, ma ne sono la sua natura più vera e profonda.

Denaro e idolatria

L'idolatria è un tema ricorrente nell'insegnamento biblico (ad es. Geremia) e in quello delle Chiese. Nella EG occupa un posto centrale, e viene associata al denaro e alla sfera economica: «Una delle cause di questa situazione si trova nella relazione che abbiamo stabilito con il denaro, poi ché accettiamo pacificamente il suo predomino su di noi e sulle nostre società. La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che, alla sua origine, vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell'essere umano! Abbiamo creato nuovi idoli. L'adorazione dell'antico vitello d'oro (cf. Es 32,1 35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di un'economia senza volto e senza uno scopo veramente umano» (55).

Diversi filosofi, sociologi, psicologi hanno messo in luce la natura religiosa del capitalismo. La natura religiosa del capitalismo fu colta già dal genio filosofico di Antonio Rosmini quando il capitalismo era ancora ai suoi albori. Ma soltanto oggi il capitalismo sta rivelando pienamente la sua natura idolatrica. E non solo per la crescente devozione alla dea fortuna,divinità suprema della legione di “giochi” che sta possedendo nuove categorie di poveri e del capitalismo slot, o per i centri commerciali disegnati a forma di tempio, e neanche soltanto la creazione di un sistema finanziario basato sulla sola fede senza più alcun rapporto con l'economia reale... Da idolatria   malattia di ogni civiltà religiosa   con il capitalismo il culto del denaro si e trasformato in una vera e propria religione, con suoi sacerdoti, chiese, incensi, liturgie, accoliti, santi, con un culto feriale ad orario continuato. Mettendo l'accento sulla natura idolatrica del denaro, l'EG ci consente di entrare in uno dei punti chiave per comprendere la natura del nostro capitalismo.

La centralita del tempo

L'economia è vita, è faccenda popolare, che riguarda ogni persona, soprattutto i poveri. Per questo non possono essere i soli economisti, o gli addetti ai lavori, ad occuparsene, a scriverne, e a capirla. L'economia è troppo importante per la vita per lasciarla ai soli economisti. Non è ne cessario essere esperti di teoria economica per denunciare le false promesse di liberazione dei poveri, l'esclusione e l'idolatria che si cela dentro il nostro sistema capitalistico. La EG ci invita, allora, a riflettere più in pro
fondità sulle dinamiche economiche che si compiono sotto gli occhi di tutti, e soprattutto a liberarci dalle ideologie che, larvatamente, occupano le nostre menti, e non ci fanno più sdegnare di fronte agli scandali del l'esclusione, degli egoismi, per un «anziano ridotto a vivere per strada» (53)

Infine, un messaggio forte all'economia, agli economisti e ai politici proviene da uno dei principi ispiratori del documento: Il tempo è Superiore allo spazio (222-226). Il nostro sistema di sviluppo e di crescita è tutto schiacciato sul qui e ora, e così rischia di spezzarsi il legame che unisce tra di loro le generazioni. Ridare priorità al tempo significherebbe, oggi, usare le risorse non rinnovabili della terra sapendo che le abbiamo ereditate dai padri e che dobbiamo lasciarle in eredità ai figli. E quindi fare calcoli diversi per misurare la nostra crescita e il nostro benessere. La «destinazione universale dei beni» (189), principio base della dottrina cristiana, riguarda senz'altro lo spazio ma interpella, soprattutto, il tempo. Il nostro capitalismo individualista baratta invece qualità dell”ambiente, del l'aria e dell'acqua di domani, il futuro di interi popoli (penso in particolare all'Africa), con qualche grado di temperatura in piùo in meno nelle case del Nord del mondo, e continua a mangiare, con golosità, terra, ambiente, poveri. Non include le «periferie» (53), ma, come moderno ciclope, le divora in cerca di sempre nuovo cibo.

Riporre al centro il tempo significa giudicare le scelte di politica economica, micro e macro, dalla prospettiva di un bambino, o di una bambina, che oggi sta nascendo in un villaggio africano o asiatico, di quella dei suoi figli e ai nipoti, e poi nei sofisticati algoritmi delle nostre analisi costi benefici attribuire alla loro felicità un peso non minore della nostra.

Fin ad oggi gli economisti e gli “esperti” sono stati silenti, e i pochi che hanno parlato lo hanno fatto soffermandosi su aspetti marginali,2 senza prendere sul serio la denuncia e la profezia contenuta nel documento. Ma siamo ancora in tempo per recuperare il tempo prezioso perduto.

Note:

1 - L'articolo di Michael Novak è un ottimo esempio di dove può portare una lettura ideo logica di un documento, anche papale. A scrivere, ad esempio, frasi come: « il sistema americano si è dimostrato più “inclusivo” verso i poveri di qualunque altra nazione della terra». Completamente assenti dalla sua analisi i temi dell' ineguaglianza, del consumismo, della dittatura della finanza, e dellidolatria del denaro, che sono invece al centro dell”esortazione.

2 Cf., ad esempio, la nota di Alberto Bisin: http://noisefromamerika.org/articolo/buon
anno papa francesco.

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Dall'Esortazione un messaggio forte al mondo dell'economia e della politica

di Luigino bruni

pubblicato su Settimana del 26/01/2014

Logo Settimana ridQuesta riflessione non vuole essere un'analisi sistematica dei tanti passaggi economici dell'esortazione pontificia, ma l'individuazione di alcune piste di riflessione. Finora economisti ed esperti si sono soffermati su aspetti marginali, senza prendere sul serio la forza dirompente della denuncia e della profezia contenuta nel documento.

L' Evangelii gaudium (EG) apre una nuova stagione nel genere letterario usato nei documenti ufficiali papali. E un testo che non parla soltanto, né primariamente, a teologi e a intellettuali, ma al popolo, all'interno del quale sono visti anche intellettuali e teologi.

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Eco-nomia o Eco-Anarchia?

Dall'Esortazione un messaggio forte al mondo dell'economia e della politica di Luigino bruni pubblicato su Settimana del 26/01/2014 Questa riflessione non vuole essere un'analisi sistematica dei tanti passaggi economici dell'esortazione pontificia, ma l'individuazione di alcune piste di riflessio...
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L’economista Luigino Bruni: «Se davvero Letta vuole ridurre le tasse, il primo impegno che il governo deve prendere con l’Europa è quello di rinegoziare i vincoli del Fiscal Compact»

di  Matteo Rigamonti

pubblicato su Tempi.it il 28/01/2014

Enrico-Letta tempi ridAbbattere le tasse sul lavoro si può, ma è più facile a dirsi che a farsi. Anche per il governo Letta. E perché sia così difficile ridurre il peso del fisco in Italia lo spiega a tempi.it Luigino Bruni, economista ed editorialista di Avvenire, chiarendo che la via per ridurre le tasse transita da Bruxelles, più che da Montecitorio: «Questo governo, in particolare, sconta il fatto che, quando si è insediato, il Paese stava attraversando una fase in cui lo spread era ancora molto elevato e non era chiaro cosa pensassero i mercati dell’Italia, perché non si capiva quale fosse il loro giudizio sull’Europa e sulla la crisi. Così Letta, i cui rapporti con la cancelliera tedesca Angela Merkel non erano che agli inizi, non è riuscito a rinegoziare con la Troika (Bce, Fmi e Ue) gli impegni sul bilancio. A quel punto, non gli è rimasta alternativa se non quella di fare i “compiti a casa”, provando a ridurre un debito pubblico divenuto ormai insostenibile se parametrato al Pil».

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Un obiettivo che, volendolo perseguire sul serio, almeno in questo momento, parrebbe lasciare assai poco margine di intervento al governo per ridurre discrezionalmente le tasse. Almeno fino a che l’Unione europea non decida di allenare il rigore.

 

Professor Bruni, cosa può fare Letta per abbassare le tasse?

Se davvero Letta vorrà ridurre le tasse, il primo impegno che il governo dovrà prendere con l’Europa, non appena sarà risolta la vicenda della nuova legge elettorale, sarà quello di rinegoziare i vincoli del Fiscal Compact. Perché quando una cura è troppo forte, come nel caso del rigore deciso a Bruxelles per farci uscire dalla crisi, forse, è meglio ricorrere alla medicina alternativa o a cure palliative, piuttosto che accanirsi ulteriormente.

Sta dicendo che per l’Italia non c’è più nulla da fare?

Non esattamente. La crisi dell’economia italiana, infatti, non dipende direttamente dalla crisi finanziaria globale, che pure è il contesto in cui oggi ci troviamo ad operare. Quello che voglio dire, invece, è che non si può più far finta che il mondo non sia cambiato negli ultimi quattordici anni.

In che senso?

Nessuno si aspettava che la globalizzazione subisse un’accelerazione così rapida come dal 2000 a oggi, ma così è stato. E il modello di Unione europea, concepito vent’anni fa e lanciato solo nei primi anni 2000, dopo otto anni di crisi, non regge più il passo. Bisogna cambiare, rinegoziando con la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Unione europa le basi su cui esso si regge.

Seguendo quale direzione?

Anni fa abbiamo rinunciato alla sovranità economica e finanziaria, alla possibilità di battere moneta, di scegliere quale politica fiscale adottare, ma senza avere dato ancora vita a un’Europa dove qualcuno si occupasse di tutte queste cose. La scommessa era che i Paesi europei conoscessero una graduale convergenza, ma così non è stato. Ora è giunto il momento che qualcuno si riappropri di tutte queste competenze.

Sta pensando a un’uscita dall’Euro?

No… io sono un’europeista convinto e mi preoccupano tutti questi venti di secessione. Ma l’Europa cui dobbiamo tornare, l’unica che dovremmo essere in grado di immaginare, non è l’Europa dell’Euro, è l’Europa delle Regioni. Dobbiamo ritornare all’originale idea di sussidiarietà.

Anche da un punto di vista fiscale e monetario?

Certamente. Non può decidere Francoforte che cosa è meglio per le nostre banche, se sono troppo piccole e devono fondersi. Così come non possono conoscere la ricchezza del modello del credito cooperativo italiano.

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di  Matteo Rigamonti

pubblicato su Tempi.it il 28/01/2014

Enrico-Letta tempi ridAbbattere le tasse sul lavoro si può, ma è più facile a dirsi che a farsi. Anche per il governo Letta. E perché sia così difficile ridurre il peso del fisco in Italia lo spiega a tempi.it Luigino Bruni, economista ed editorialista di Avvenire, chiarendo che la via per ridurre le tasse transita da Bruxelles, più che da Montecitorio: «Questo governo, in particolare, sconta il fatto che, quando si è insediato, il Paese stava attraversando una fase in cui lo spread era ancora molto elevato e non era chiaro cosa pensassero i mercati dell’Italia, perché non si capiva quale fosse il loro giudizio sull’Europa e sulla la crisi. Così Letta, i cui rapporti con la cancelliera tedesca Angela Merkel non erano che agli inizi, non è riuscito a rinegoziare con la Troika (Bce, Fmi e Ue) gli impegni sul bilancio. A quel punto, non gli è rimasta alternativa se non quella di fare i “compiti a casa”, provando a ridurre un debito pubblico divenuto ormai insostenibile se parametrato al Pil».

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Letta, la via per tagliare le tasse ha un passaggio obbligato: Bruxelles

L’economista Luigino Bruni: «Se davvero Letta vuole ridurre le tasse, il primo impegno che il governo deve prendere con l’Europa è quello di rinegoziare i vincoli del Fiscal Compact» di  Matteo Rigamonti pubblicato su Tempi.it il 28/01/2014 Abbattere le tasse sul lavoro si può, ma è più faci...
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Intervista a Luigino Bruni, tra i relatori al Lyrick di Assisi del convegno "Custodire l'umanità"

di Simone Poledrini

Pubblicata su Il Giornale dell'Umbria il 28/11/2013

PERUGIA - Domani e sabato presso il teatro Lyrick di Santa Maria degli Angeli si svolgerà il convegno internazionale dal titolo "Custodire l'umanità. Verso le periferie esistenziali". L'evento è stato organizzato dalla Conferenza episcopale dell'Umbria (Ceu) in collaborazione con il Progetto culturale della Cei, l'Università degli Studi di Perugia e l'Università per Stranieri.

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Nel pomeriggio di domani si terrà la sessione dal titolo: "Per un nuovo rapporto tra economia e società". Tra i relatori vi è il professore Luigino Bruni, docente di Politica Economica all'Università Lumsa di Roma al quale abbiamo chiesto di anticiparci alcuni dei contenuti del suo intervento.

Il suo intervento avrà per titolo: "La custodia come condizione dell'umano: per una nuova ecologia delle relazioni". Come mai questo titolo che, a prima vista, sembra non attinente a problematiche di tipo economico?

«Per parlare veramente di economia si deve parlare dell'umano, ma occorre fare una premessa. Il capitalismo di matrice anglosassone e protestante ha dato vita a un modello dicotomico. Da un lato c'è l'imprenditore che fa il business, dall'altro, quando tale attività è interrotta, cioè nel tempo libero, c'è l'uomo-imprenditore che fa la filantropia e si interessa dell'altro. In altre parole, i due mondi, quello dell'economia e dell'uomo, non si incontrano, se non in momenti separati. Là dove finisce il primo inizia il secondo. Diversamente, la tradizione della cosiddetta Economia civile ha interpretato l'economia e la società come due realtà unite. Esempi di questo possono essere rintracciati nell'impresa familiare, che rappresenta circa il 90 per cento del settore privato in Italia, nelle cooperative, in imprenditori come Adriano Olivetti, nei distretti industriali, e in tante altre realtà. Questi sono tutti esempi di attività cooperative e comunitarie all'interno dell'economia, dove il movimento cooperativo, appunto, è stato l'espressione più tipica. Secondo questa prospettiva l'altro, anche mentre faccio economia, è un bene per me. Di questo "altro" mi posso occupare e interessare anche dentro al mercato. In altre parole, per l'Economia civile "l'altro" non è relegato alla filantropia, ma è un bisogno per me. Si tratta di ridare diritto di cittadinanza all'umanità all'interno del mercato».

L'altro aspetto che si deduce dal titolo del suo intervento è la parola "ecologia". Che cosa intende di preciso con tale termine?

«L'ecologia, secondo me, è l'ecologia delle relazioni. Sappiamo che la prima immagine "ecologica" della bibbia è nel Libro della Genesi che ci racconta nei primi capitoli, uno e due, una grande immagine di una creazione affidata all'uomo e alla donna per custodirla. Cioè, quale è l'idea che c'è dietro? Se non si è custodi dell'altro non lo si è neanche dell'ambiente che ci circonda. In questo caso l'ambiente economico. La custodia è una sola, o siamo custodi l'uno dell'altro e quindi ci prendiamo cura anche degli aspetti economici oppure siamo "assassini" dell'altro e dell'ambiente che ci circonda. Esiste una custodia che è un prendersi cura. O mi prendo cura dell'altro, dell'economia, dei rapporti o non mi prendo cura di queste cose. Quindi c'è una visione unitaria, una antropologia forte dietro l'ecologia della bibbia: l'ecologia come cura. L'ecologia umana che ha l'ambiente come dimensione fondamentale, ma anche l'altro. Tutto l'umanesimo biblico non vede mai la realtà slegata dall'altro, in tutti i sui aspetti. Io direi questa battuta sull'ecologia, cioè come luogo della custodia. Tutto questo si collega a quanto abbiamo detto all'inizio parlando della custodia ed introduce anche quello che io definisco la "ferita" dell'altro».

E quindi anche una società ferita.

«L'attuale società sta precipitando verso la condizione umana dell'assenza della gioia. All'origine di tutto questo vi è la grande illusione che il mercato, con tutte le sue sfaccettature, ci può far stare in una buona convivenza che è priva del dolore. In questo caso, l'altro che si incontra non ci deve ferire, cioè non devono avvenire dei "combattimenti", ma solo innocui scambi economici. Invece, l'altro con la sua diversità può essere l'occasione di una ricchezza, certo anche di generare, appunto, una ferita, ma soprattutto una ricchezza. Perché possa accadere questa ricchezza occorre aprirsi alla gratuità, senza fuggire dalla ferita che l'altro può generare. C'è nella bibbia l'immagine e il combattimento di Giacobbe con l'angelo narrato dal libro della Genesi. Dal presente racconto si desume l'intuizione e l'indissolubile legame presente in ogni autentico rapporto umano tra "ferita" e "benedizione"».

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Intervista a Luigino Bruni, tra i relatori al Lyrick di Assisi del convegno "Custodire l'umanità"

di Simone Poledrini

Pubblicata su Il Giornale dell'Umbria il 28/11/2013

PERUGIA - Domani e sabato presso il teatro Lyrick di Santa Maria degli Angeli si svolgerà il convegno internazionale dal titolo "Custodire l'umanità. Verso le periferie esistenziali". L'evento è stato organizzato dalla Conferenza episcopale dell'Umbria (Ceu) in collaborazione con il Progetto culturale della Cei, l'Università degli Studi di Perugia e l'Università per Stranieri.

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«La nuova economia è aprirsi agli altri»

Intervista a Luigino Bruni, tra i relatori al Lyrick di Assisi del convegno "Custodire l'umanità" di Simone Poledrini Pubblicata su Il Giornale dell'Umbria il 28/11/2013 PERUGIA - Domani e sabato presso il teatro Lyrick di Santa Maria degli Angeli si svolgerà il convegno internazionale dal titolo...
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Intervista a Luigino Bruni di Gennaro Grimolizzi

pubblicata su eticanews.it il 4/10/2013

Logo Etica news2Luigino Bruni, docente di Economia politica alla Lumsa di Roma, è uno dei principali sostenitori dell’economia di comunione e della finanza con un cuore, oltre che con un cervello. Della finanza che guarda in faccia le persone, che le considera come tali e non semplici numeri dai quali realizzare profitti e speculazioni. Il crack di Lehman Brothers del 2008 è uno degli esempi più significativi della finanza rapace e bulimica alla quale si possono contrapporre nuovi modelli. L’obiettivo non è semplice da raggiungere e può essere centrato prima di tutto se se si fa affidamento su manager onesti. Per questo il professor Bruni si è fatto promotore nella sua università di un’iniziativa unica: il giuramento per i neolaureati in economia. Un modo per solennizzare l’impegno dei futuri operatori economici al rispetto delle regole e delle persone.

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 Professor Bruni, cos’è l’economia di comunione?

È un progetto nato nel 1991 dopo un’esperienza in Brasile di Chiara Lubich. La ragnatela di favelas attorno alle megalopoli la fece riflettere sul modello di economia dominante, che non metteva affatto al centro l’uomo. Lubich propose una rivisitazione del modello dell’impresa tale da far condividere i profitti d’impresa per scopi di natura sociale: sostegno in favore dei poveri, formazione dei giovani, sostegno verso la cultura del dare e della reciprocità. La reciprocità, la logica del dono e la gratuità sono i pilastri dell’economia di comunione.

Quali risultati sono stati raggiunti dal ’91 ad oggi?

Al progetto hanno aderito circa ottocento imprenditori di diverse parti del mondo. Oggi l’economia di comunione ha attirato l’attenzione di importanti studiosi, che ne hanno abbracciato obiettivi e finalità. Tra questi un nome su tutti: Stefano Zamagni.

Esistono, nonostante tutto quello che succede ogni giorno, un’economia ed una finanza etica?

È bene subito dire che non esiste solo un’economia o una finanza. Esiste l’economia dei giochi d’azzardo, che sta affamando tante persone, ma esiste pure l’economia delle cooperative sociali, in grado di essere un valido supporto per le persone più svantaggiate, del credito cooperativo e di Banca Etica. L’economia e tanto più la finanzia speculativa pura, penso a quella degli hedge fund, non sono pertanto gli unici modelli. Certo, vi sono un’economia ed una finanza con modelli dominati per le grandi imprese e multinazionali. È come se ci fosse un grande fiume. Per esempio il Po è il grande fiume della finanza più capitalistica e accanto a questo scorrono fiumi più piccoli, fortemente legati ai territori che attraversano. Spesso, i media tendono ad esaltare e a parlare del “grande fiume” della finanza, trascurando le realtà più piccole.

Si potrebbe comunque affermare che la grande finanza segue una sua “etica”.

Certo. Ed è quella del profitto, del guadagno massimo nel breve periodo. Si tratta di un’etica che solleva perplessità, in quanto per raggiungere determinati obiettivi è disposta a distruggere l’ambiente e a volte anche le persone.

Cinque anni fa crollava Lehman Brothers. Cosa ha insegnato il suo fallimento e come si evitano certi errori?

Il crack di Lehman Brothers ha insegnato prima di tutto che un’economia fondata sulla finanza creativa, lontana dalla gente e dai rapporti sociali è destinata a scoppiare. L’esperienza di cinque anni ci ricorda di ritornare ad un’economia reale. Il crollo di Lehman Brothers deriva da attività spregiudicate. Sono state il frutto di un bluff, dell’illusione che, senza il lavoro ed un ancoraggio alla realtà, si possano fare soldi come Pinocchio nel campo dei miracoli. Quando un’economia va in crisi significa che sono andati in crisi anche alcuni valori per i quali occorrono interventi di “manutenzione” e più democrazia.

Lei ha suggerito un giuramento per i futuri manager. Si tratta di un modo per responsabilizzarli maggiormente?

Stiamo sperimentando questa cosa alla Lumsa, prima università al mondo impegnata in un progetto del genere. Il giuramento riguarda prima di tutto gli operatori economici e i laureati in economia. È come il giuramento di Ippocrate per i medici, i quali si impegnano solennemente a rispettare la salute umana, l’etica e la persona. Il giuramento per i laureati in economia partirà nella prossima primavera. È allo studio la formula che verrà pronunciata. Di sicuro riguarderà l’impegno solenne a non abusare di informazioni asimmetriche, a non considerare le persone e le risorse umane un costo ma molto di più.

Quali sono le prospettive di crescita e sviluppo in Italia?

Sono molto basse, nonostante l’ottimismo di alcuni miei colleghi e del ministro Saccomanni. Se il pil non crea lavoro, la ripresa è lontana. I dati sulla disoccupazione giovanile sono preoccupanti e al tempo stesso sono lo specchio della situazione che sta vivendo il Paese. Abbiamo perso un milione di posti di lavoro tra i giovani negli ultimi quattro anni. Con la crisi che ha colpito tanto il pubblico quanto il privato pensare ad una ripresa rapida sarebbe un’illusione. Spero però che questa crisi ci aiuti a riflettere. Ci si può accontentare un po’ di più del meno e del meglio. Dobbiamo sfruttare l’attuale situazione per rimodulare il nostro stile di vita.

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Intervista a Luigino Bruni di Gennaro Grimolizzi

pubblicata su eticanews.it il 4/10/2013

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«Anche la finanza ha un cuore»

Intervista a Luigino Bruni di Gennaro Grimolizzi pubblicata su eticanews.it il 4/10/2013 Luigino Bruni, docente di Economia politica alla Lumsa di Roma, è uno dei principali sostenitori dell’economia di comunione e della finanza con un cuore, oltre che con un cervello. Della finanza che guarda in ...
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Attualizzare il messaggio - Commento alle letture della 25a domenica ordinaria, 22 settembre 2013

di Luigino Bruni

pubblicato su Servizio della Parola di settembre 2013

Servizio-della-parolaIl grido del profeta Amos, come accade spesso con i profeti biblici (e con tutti i profeti e i carismi), ci invita con forza a riflettere, e poi ad agire, su alcune forme di ingiustizia antiche, profonde e gravi della storia dell'uomo. Amos parla di mercanti e di poveri, di commercianti e di schiavi, e, aspetto molto importante e di estrema attualità, mette gli uni (i mercanti) in rapporto agli altri (poveri-schiavi), a ricordarci che la povertà non è uno status individuale o una faccenda privata dei poveri, ma dipende anche, e oggi soprattutto, dalla incapacità di produrre ricchezza, da modi sbagliati di arricchirsi, dalla non condivisione.

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Quindi esiste un legame, reale e profondo, anche se non sempre facile da vedere, tra il mercante che trucca e falsifica i pesi, e il povero venduto per "due sandali" (un'equivalenza che ha trovato conferme in alcuni scavi archeologici in Terrasanta). La schiavitù e la servitù non sono scomparse, nella loro sostanza, dalla faccia della terra: ancora oggi si vendono persone per "un paio di sandali", nelle troppe fabbriche dove ancora si "consumano" persone a scopo di lucro, ma anche nelle nuove imprese che comprano con alti stipendi e benefit giovani brillanti, che così diventano proprietà della loro impresa, che decide orari, feste, famiglia, libertà. 

Come non è scomparsa la povertà, o meglio, non è scomparsa l'indigenza o l'esclusione (non amo molto usare la parola povertà, che anche parola del vangelo e dei carismi, solo come una piaga dell'umanità), che oggi come ieri sono alla radice di ogni schiavitù e servitù. La miseria e l'indigenza sono - come ci ricorda il grande economista e filosofo indiano Amartya Sen – il non essere nelle condizioni di poter svolgere la vita che si ama, per se stessi e per i propri cari.

La povertà che oggi colpisce le società opulente come quelle europee presenta nuove forme, come l'esclusione dalla vita pubblica, il disagio mentale (in grande aumento), sacche di immigrati non integrati, nuove forme di dipendenza come quelle dal gioco d'azzardo, autentica epidemia che colpisce soprattutto i ceti medio-bassi della nostra società. Queste nuove forme di povertà hanno in comune la caratteristica di essere, prima di tutto, una povertà relazionale: non è tanto, o soprattutto, una povertà dovuta alla mancanza di reddito, e anche quando si presenta come povertà di reddito e di ricchezza la sua radice e quindi la sua cura non si trova nell'ambito economico, ma in quello relazionale e quindi sociale. Per questo, la prima cura della povertà è sempre una cura di relazioni, da quelle famigliari a quelle politiche: la povertà non è uno status individuale, ma un insieme di relazioni malate. La prima cura di ogni forma di povertà è un rapporto di fraternità e di reciprocità. In economie semplici, di sussistenza, dove i popoli uscivano da forme di miseria endemiche, e dove le relazioni famigliari e comunitarie erano forti e stabili (anche se magari inique: pensiamo al ruolo della donna), per fare uscire le persone dalle trappole di povertà era necessario prima di tutto aumentare reddito pro-capite, beni pubblici (sanità, infrastrutture, case ...), e beni meritori (l'educazione e la scuola in un modo tutto speciale).

Oggi in un'epoca in cui il bene più fragile è il bene relazionale, se non si curano e Intestaz querinianaricostruiscono relazioni, gli interventi in termini di reddito, beni pubblici e meritori restano spesso inefficaci - come tanti decenni di aiuti pubblici, anche in Europa, ci stanno mostrando. Occorre cambiare. I carismi, in particolare, dicono che prima della povertà (come categoria) esistono i poveri, e senza l'incontro con la persona del povero, la povertà non si cura - al massimo la si può gestire, immunizzandosi da essa. La fraternità francescana ha un momento fondativo quando Francesco abbraccia e bacia il lebbroso di Assisi. La cura tipica della fraternità non è mai immune, ma si lascia contaminare dal povero, che quindi diventa veramente fratello. Solo i carismi sollevano veramente, ripetendo nei secoli 'Il Magnificat', e in modo sostenibile e duraturo, "dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo".

Inoltre, oggi una grave forma di povertà, in Europa e in Italia, è la disoccupazione, soprattutto quella giovanile. Non è certamente un caso che in Italia abbiamo posto il lavoro come pietra angolare della Repubblica italiana. Sono molti i significati del primo articolo della nostra Costituzione repubblicana: "L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro". Si sarebbero potute scrivere in quel posto speciale altre parole alte, come libertà, giustizia, uguaglianza o persino fraternità; invece in quell'incipit del patto fondativo della nuova società italiana fu inserita la parola lavoro. Una parola umile ma forte, associata da sempre alla fatica e al sudore, e persino considerata nell'antichità come attività confacente allo schiavo, perché troppo infima. E' stato il lavoro che in Europa ha creato veramente la democrazia, grazie al grande movimento di lavoratori, uomini e (troppo poche) donne, che divennero veramente cittadini quando, abbandonando lo status di servi in una campagna ancora sostanzialmente feudale, divennero lavoratori nelle fabbriche, nelle officine, nelle scuole, negli uffici e nelle cooperative. Non tutto il lavoro fonda la Democrazia, dobbiamo ricordarlo, ma solo quello degli uomini e delle donne libere, non quello degli schiavi e dei servi., venduti dai cercatori di profitti per "due sandali", o forse meno. Una società è democratica perchè fondata sul lavoro, altrimenti la vita sociale si fonda su rendite e privilegi e quindi non è democratica. Oggi in Europa ci sono 25 milioni di disoccupati, la maggior parte dei quali giovani. La lotta alla disoccupazione deve occupare il primo posto nei nostri Paesi. Non si può barattare il lavoro con i profitti né, tantomeno, con le rendite, perché quando il lavoro è negato è in profonda crisi prima di tutto la democrazia.

Infine, una seconda considerazione sull'impossibilità di servire Dio e la ricchezza (Mammona). Non tutta la ricchezza è "mammona", ma solo quella che nasce da bilancie e pesi truccati, dalla vendita e dall'acquisto delle persone, dai privelegi e dalle rendite (che sono la vera malattia della nostra economia in crisi), da tasse non pagate, da falsità e bugie. C'è poi la ricchezza buona e civile, quella che nasce dal lavoro e dalla fatica, dal talento, dall'impresa civile, che però non diventa la "mammona" del vangelo solo se condivisa e usata per edificare il Bene comune. Solo la ricchezza condivisa è amica del vangelo, dei poveri, e quindi del Bene, perché se la ricchezza diventa possesso esclusivo e geloso diviene il principale ostacolo a capire il Regno dei cieli. Il ricco che non condivide non può servire e amare Dio e il suo Regno perché semplicemente non lo capisce, e non lo capisce perché non lo vede, troppo distratto dai suoi beni. E' questo il primo frutto di morte della ricchezza non condivisa: diventa eclisse del Regno e della sua giustizia, e quindi da bene diventa male, perché non porta felicità, individuale e collettiva.

I beni economici possono essere vie di comunione, e spesso lo sono stati e lo sono, ma non sono mai eticamente e spiritualmente neutrali: o edificano il Regno, o lo distruggono. Anche per questa ragione spirituale ed etica l'economia è importante, soprattutto in tempo di crisi, soprattutto per i poveri.

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Attualizzare il messaggio - Commento alle letture della 25a domenica ordinaria, 22 settembre 2013

di Luigino Bruni

pubblicato su Servizio della Parola di settembre 2013

Servizio-della-parolaIl grido del profeta Amos, come accade spesso con i profeti biblici (e con tutti i profeti e i carismi), ci invita con forza a riflettere, e poi ad agire, su alcune forme di ingiustizia antiche, profonde e gravi della storia dell'uomo. Amos parla di mercanti e di poveri, di commercianti e di schiavi, e, aspetto molto importante e di estrema attualità, mette gli uni (i mercanti) in rapporto agli altri (poveri-schiavi), a ricordarci che la povertà non è uno status individuale o una faccenda privata dei poveri, ma dipende anche, e oggi soprattutto, dalla incapacità di produrre ricchezza, da modi sbagliati di arricchirsi, dalla non condivisione.

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La ricchezza e i poveri

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Intervista all’economista Luigino Bruni: «Non bastano le assunzioni agevolate per i giovani né la riduzione del cuneo fiscale, di cui pure c’è bisogno. Serve ricominciare dal basso»

di Matteo Rigamonti

pubblicato su Tempi il 5/09/2013

Logo Tempi itPer uscire dalla crisi economica non basta incentivare le assunzioni dei giovani. E nemmeno abbattere il cuneo fiscale, di cui pure c’è bisogno. Secondo l’economista Luigino Bruni, editorialista di Avvenire, c’è solo una cosa da fare: rimboccarsi le maniche e costruire.

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A partire dal basso, con il contributo di ogni singolo protagonista della società civile. Senza commettere l’errore di aspettarsi tutto dalla politica. E senza, come direbbe papa Francesco, farsi «rubare la speranza».

Professore, agevolare con incentivi l’assunzione dei giovani può essere una soluzione per uscire dalla crisi?

Da una crisi come l’attuale non se ne esce con le assunzioni agevolate. L’Italia è l’unico paese sviluppato che sprofonda. E quel che è peggio è che, mentre in Europa si vedono i primi segnali di ripresa, da noi le aziende non assumono più perché manca la domanda. Il nostro primo problema oggi non è assumere, ma non licenziare. Incentivare le assunzioni sarebbe solo un palliativo. Anzi, una presa in giro.

Meglio abbattere il cuneo fiscale?

Sì, ma non dell’uno per cento. Il sistema fiscale italiano, infatti, penalizza troppo il lavoro: la tassazione sul lavoro è al 40 per cento, che è il doppio di quella sulle rendite finanziarie, oggi al 20, e più di quella sul reddito delle imprese, che comunque è al 30 per cento. Una situazione insostenibile in tempi di crisi. Ridurre il cuneo fiscale è un modo per non licenziare chi almeno ha già un lavoro ma rischia di perderlo.

Cos’altro può fare il governo?

Oltre a detassare seriamente il lavoro, dovrebbe sbloccare il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese (che fino ad oggi sono stati pagati solo in piccolissima parte, ndr). Senza sostenere l’impresa, infatti, andiamo tutti a fondo. Non capisco poi perché dall’abolizione dell’Imu – cui sono sempre stato assolutamente contrario – siano stati esclusi i negozi, che sono notoriamente in difficoltà. Perché non agevolarli come invece è stato fatto con i capannoni? C’è però un errore in cui non dobbiamo incappare.

Quale sarebbe?

Aspettarci tutto dalla politica. Se c’è una cosa che dobbiamo metterci bene in testa è che alla fine il governo può fare ben poco. Negli ultimi anni si è riposta un’eccessiva fiducia nelle scelte della politica, che avrà avuto un peso all’incirca del 20 per cento sull’andamento della crisi. È l’informazione, la televisione in particolare, che ci ha inculcato a tutti questa aspettativa nei confronti della politica. Ma un governo, al massimo, può solo rimuovere qualche ostacolo, facendo qualche buona legge. Per tutto il resto, invece, serve l’impegno della società civile, di associazioni, sindacati, cooperative, famiglie e imprese. Da questa crisi non si uscirà se non cominciando a costruire dal basso.

Il suo è un invito a fare da sé, a essere ottimisti e guardare avanti?

Nient’affatto. È piuttosto un invito a sapere dove guardare e in che cosa riporre le proprie attese, la propria fiducia e speranza. «Non lasciatevi rubare la speranza», ha detto papa Francesco ai giovani. Il suo è un invito che vale anche per i protagonisti della vita di una società civile alle prese con i problemi di tutti i giorni. La speranza, infatti, «è una grazia, è un dono di Dio», ha detto Francesco. La speranza è «la virtù di chi, sperimentando il conflitto, la lotta quotidiana tra la vita e la morte, tra il bene e il male, crede nella Risurrezione di Cristo, nella vittoria dell’Amore». Fanno molto di più contro la crisi gli inviti del Papa – come anche l’ultimo a digiunare per la Siria – che nemmeno tutte le lamentele di questo mondo.

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«Per uscire dalla crisi, la politica non basta. Non bisogna farsi rubare la speranza»

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Intervista su Radio 3 a Fahrenheit

Logo FahrenheitMartedì 3 settembre dalle 16.00 alle 16.30, Luigino Bruni è invitato negli studi di Rai di Roma per presentare il suo ultimo libro, Economia con l'Anima al programma Fahrenheit, "Un mondo da leggere per leggere il mondo". La trasmissione può essere seguita in diretta da tutto il mondo in streaming via web.

Vai al podcast
Vedi articolo dedicato

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Ascolta la trasmissione in diretta (3 settembre 2013, dalle 16.00 alle 16.30, ore italiane) - per ascoltare la trasmissione in diretta streming occorre il programma realplayer scaricabile gratuitamente qui
Come ascoltare Radio3 tutti i modi per ascoltare radio 3
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Intervista su Radio 3 a Fahrenheit

Logo FahrenheitMartedì 3 settembre dalle 16.00 alle 16.30, Luigino Bruni è invitato negli studi di Rai di Roma per presentare il suo ultimo libro, Economia con l'Anima al programma Fahrenheit, "Un mondo da leggere per leggere il mondo". La trasmissione può essere seguita in diretta da tutto il mondo in streaming via web.

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Italia - Radio 3 - ore 16.00, 03/09/2013

Intervista su Radio 3 a Fahrenheit Martedì 3 settembre dalle 16.00 alle 16.30, Luigino Bruni è invitato negli studi di Rai di Roma per presentare il suo ultimo libro, Economia con l'Anima al programma Fahrenheit, "Un mondo da leggere per leggere il mondo". La trasmissione può essere seguita in dire...
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«Si contribuisce ai lavori di casa perché si è parte della famiglia, non per guadagnare. Insegnamo ai ragazzi che contano le relazioni, non i soldi». L’economista Luigino Bruni va controcorrente: «La recessione? Può essere provvidenziale»

Intervista di Laura Belloni

pubblicato su Credere il 30/06/2013

Logo credere rid«Il narcisismo e il consumismo portano a desideri malati, e chi perde il desiderio “sano” cade in depressione».  Sabato 29 giugno Luigino Bruni, 47 anni, cattolico, economista fra i più noti in Italia, interviene all’iniziativa “10 piazze per 10 comandamenti”, promossa dal rinnovamento nello Spirito Santo, commentando l’insegnamento biblico «Non desiderare la roba d’altri».

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Professore, come si fa a mettere in pratica il decimo comandamento quando tutto invita al desiderio?

«Bisogna distinguere il desiderio positivo da quello negativo. Il desiderio “buono” deriva dal latino de sidera, mancanza (de) di stelle (sidera). Si può intendere come la voglia di rivedere un cielo non più abbuiato. C’è la concupiscenza ma c’è anche la gratuità: sta a noi scegliere».

Quali sono gli altri comandamenti a cui si sente più legato?

«I primi, perché invitano a combattere l’idolatria. Oggi il mondo non è ateo, bensì idolatra: mette al centro il corpo, la finanza, il consumo. Al contrario, Dio è esperienza di liberazione da tutti gli dei e gli idoli. Poi sono  legato a “Onora il padre e la madre”: i miei genitori mi hanno trasmesso il rispetto per le persone anziane, l’essere riconoscenti. Non a caso la parola patrimonio, dunque la ricchezza, deriva da pater, che in latino significa padre. Oggi il patto di fedeltà tra le generazioni si è spezzato: è una grande perdita per tutti».

Parliamo della crisi economica e della fatica di tante famiglie a far quadrare i conti. Come cristiani, dove possiamo trovare speranza?

«Il fatto che ci siano meno soldi non è necessariamente un problema, anzi. La crisi economica è provvidenziale, può essere un’occasione per ridare il giusto valore alle cose; senza limiti si tende a volere “tutto subito”: anche nella Chiesa, se si hanno troppi soldi si rischia di fare scelte pessime».

Come è nato il suo interesse per la materia?

«Ammetto di essermi iscritto alla facoltà di Economia di Ancona non per interesse, ma perché era vicino a casa: abitavo ad Ascoli Piceno. A 19 anni non associavo l’economia ad alcuna professione particolare, ma pensavo che mi avrebbe dato lavoro».

Poi, però, è stata vera passione...

«Studiando ho iniziato a percepire che la  scelta  universitaria  che  avevo  fatto  era congeniale  alla  mia  personalità.  Più  andavo avanti più cresceva la passione. Finiti gli studi non ho avuto un percorso lineare. Ho lavorato cinque anni  in un’impresa, poi ho insegnato a ragioneria, due anni e mezzo. A 28 anni ho sentito un forte interesse per la ricerca e ho iniziato il dottorato. Poi mi ha telefonato la fondatrice dei Focolari ed è cambiato tutto».

Cosa  le  disse  Chiara  Lubich  di  così straordinario?

«Mi chiese se potevo aiutarla a dare dignità  scientifica  agli  studi  sull’Economia  di  comunione (vedi box a lato, ndr). Era l’8 maggio 1998, ricordo ancora oggi la data: è stata la svolta, scientifica e umana. Da quel momento per me occuparmi di economia ha significato occuparmi di povertà, giustizia, temi che come membro del movimento dei Focolari mi sono sempre stati molto a cuore».

Lei insegna da quasi 15 anni. Dagli anni Novanta a oggi gli studenti sono cambiati?

«I giovani sono sempre gli stessi, dimostrano fiducia nei docenti. Se parli loro di cose belle si entusiasmano, non sono cinici».

Vuole  dire  che  con  la  recessione l’approccio all’economia non è cambiato?

«Li  abbiamo  talmente  terrorizzati  sulla mancanza di lavoro, che studiano solo per trovare un’occupazione. L’approfondimento non ha più un valore intrinseco, serve solo per ottenere il titolo. Studiare, invece, è aumentare il proprio capitale umano».

Quanto  conta  il  suo  essere  cristiano nell’essere  economista  e,  viceversa,  quanto incide la  formazione di economista nel  suo essere cristiano?

«L’economia è una dimensione importante ma non fondativa della mia vita, è un mestiere. La dimensione cristiana invece è per me identitaria. Il Vangelo e la fede sono un’enorme fonte di idealità, di passione. E quando una persona ha fede riesce a occuparsi del lavoro in sé, perché l’ideale ti spinge a pensare in grande: nell’essere economista tento di dare concretezza ai fondamenti in cui credo».

Quali sono i valori cristiani che porta nel suo lavoro?

«Sono  cresciuto  con  la  voglia  di  cambiare il mondo, di “farlo più unito”, come diciamo noi focolarini. Ho capito che per fare un mondo migliore non bastano le motivazioni, bisogna insistere sulle istituzioni, cambiare le leggi. Le persone sono fondamentali per i cambiamenti, ma bisogna anche cambiare le istituzioni».

Quanto conta il denaro nella vita?

«A contare non è tanto il denaro, ma il rapporto che si ha con esso: se non è equilibrato, la ricchezza finisce per diventare padrona o serva, mai sorella».

Cosa possono fare i genitori per educare i figli a un rapporto corretto con il denaro?

«Innanzitutto, vivere loro stessi un sano distacco dai soldi, prediligendo la sobrietà: educhiamo i figli a un rapporto di libertà, non di ossessione, con i soldi. ricordiamoci poi che acconsentire alle richieste di denaro è spesso una scorciatoia per non affrontare nodi più profondi. Insegnamo ai giovani che le cose più importanti nella vita non sono i soldi ma i rapporti, le relazioni. Ogni tanto portiamo i nostri figli alle Botteghe del commercio equo solidale e non solo al supermercato».

Alle volte i genitori ricorrono alla “paghetta” per spingere i figli a collaborare alla gestione domestica. Cosa ne pensa?

«Trovo  sia  diseducativo  incentivare  i  figli con la “paghetta”: si contribuisce ai lavori in casa perché si è parte della famiglia, non per ottenere un guadagno. Il denaro distrugge le motivazioni: in casa ne circoli poco e solo se indispensabile».

Cosa  insegna  la  Bibbia  a  proposito  di economia?

«La Bibbia insegna che la ricchezza va condivisa, altrimenti si rischia l’usura, e che la ricchezza deve arrivare anche agli ultimi, compreso il forestiero: sono tanti gli episodi in cui si spiega che l’economia è uno strumento di condivisione, serve per la crescita della comunità».

E a proposito del lavoro?

«Nella Bibbia lavora Adamo, l’uomo, ma lavorano anche le donne e perfino i profeti. Per Dio lavorare è prendersi cura del creato: tutti i cristiani devono lavorare».

Oggi  la  preoccupa  di  più  l’avarizia  o  la povertà?

«L’avarizia:  sembra  diventata  una  virtù.  Il denaro poi, è sempre più il fine e non il mezzo. Nel Vangelo invece la povertà è importante, presuppone una dimensione comunitaria. Oggi si è poveri non per mancanza di soldi ma per mancanza di condivisione. E ricordiamo che perfino l’avaro è poverissimo: non spende nulla ma, così facendo, non è certo felice».

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«Si contribuisce ai lavori di casa perché si è parte della famiglia, non per guadagnare. Insegnamo ai ragazzi che contano le relazioni, non i soldi». L’economista Luigino Bruni va controcorrente: «La recessione? Può essere provvidenziale»

Intervista di Laura Belloni

pubblicato su Credere il 30/06/2013

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«Non date la paghetta ai bambini»

«Si contribuisce ai lavori di casa perché si è parte della famiglia, non per guadagnare. Insegnamo ai ragazzi che contano le relazioni, non i soldi». L’economista Luigino Bruni va controcorrente: «La recessione? Può essere provvidenziale» Intervista di Laura Belloni pubblicato su Credere il 30/06/...
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Botta e risposta. Mario Maggioni interviene sulla proposta di Luigino Bruni per un «patto etico» per le professioni economiche

di Mario A. Maggioni

pubblicato su Avvenire il 19/06/2013

logo avvenireCaro direttore, vorrei tornare sul tema sollevato nell’articolo di Luigino Bruni dal titolo "Un giuramento per i manager" (“Avvenire” del 5 giugno 2013) in cui si auspica l’introduzione di «una sorta di giuramento, o patto etico, per le «professioni economiche” simile a quello previsto per le professioni mediche», intitolandolo ad Antonio Genovesi. Nello stesso articolo si enunciano alcuni“elementi che un tale testo dovrebbe contenere: «1. Non userò mai a mio vantaggio e contro gli altri le maggiori informazioni di cui disporrò nell’esercizio della mia professione. 2. Guarderò al mercato come un insieme di opportunità per crescere insieme, e non a una lotta (…) 3. Non tratterò mai i lavoratori solo come un costo (…) 4. Valorizzerò il merito, di cui però non avrò mai una visione univoca e riduzionista».

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A parte i tempi necessari per proclamarlo, il testo suona come una lista di comandamenti. Allora, molto meglio averne dieci, essenziali, che iniziano con “Ascolta, Israele…”. Cioè, che iniziano con la memoria di una relazione che si costituisce. Premetto che sono un economista anch’io e che conosco i recenti risultati ottenuti dall’economia sperimentale e comportamentale (un nome per tutti: Dan Ariely) circa l’effetto positivo sul comportamento dei singoli (e in particolare sulla propensione a “barare”) della sola menzione dei 10 comandamenti o di un generico “codice etico”.

Tuttavia questi esperimenti hanno mostrato l’effetto di brevissimo periodo dei riferimenti ai sistemi etici o di valore quindi tale contesto è molto lontano da quello ipotizzato nell’articolo. "Il giuramento potrebbe essere recitato al termine della cerimonia di laurea, in un momento e luogo solenne". Per essere efficace, bisognerebbe recitarlo ogni volta che si risponde al telefono… Sono convinto che la recente crisi finanziaria, come ho letto, "si è manifestata dopo un decennio caratterizzato dal fiorire di discorsi sull’etica degli affari, della finanza e della pratica adozione di codici etici. Questo ci dice che la dimensione etica dell’economia e della finanza non è qualche cosa di accessorio e di formale, ma di sostanziale. Essa nasce dall’interno di questi stessi ambiti. L’etica infatti esprime sempre un’antropologia e una cultura" (Angelo Scola, “Il Sole24ore” del 27 maggio scorso, ndr).

Insomma, non credo proprio che, come scrive Bruni, un giuramento per i manager "… ma anche per i commercialisti, i consulenti, gli economisti, gli amministratori, i bancari" (e perché no gli elettricisti, i panettieri e gli ingegneri, da cui pure dipende la nostra vita) possa servire a "creare una mentalità, una cultura soprattutto per i nuovi professionisti ed operatori economici". Non c‘è cultura senza esperienza; i simboli e le “liturgie” laiche non mi hanno mai convinto. Simboli e liturgia sono importanti nella vita della chiesa proprio perché originano da una esperienza.  I giuramenti - che una fonte autorevole ci ha suggerito di evitare: "Fu detto agli antichi: “Non spergiurare”... Ma io vi dico: Non giurate affatto" (Mt 5,33-34) - non sono Liturgia; al meglio, sono una vuota esortazione al bene, al peggio una foglia di fico dietro alla quale nascondere il dramma della libertà che è implicato in ogni azione economica, perché proprio di ogni azione umana: la scelta tra il bene e il male.

* Diseis e Cscc, Università Cattolica di Milano

La replica

di Luigino Bruni

Caro Professor Maggioni, grazie per il suo commento alla mia proposta, per l’attenzione che le ha dedicato, e per la profondità dei suoi argomenti.

Leggendo quanto lei scrive, nella sua lettera trovo, in realtà, molti argomenti a sostegno della mia proposta. Innanzitutto, lei ricorda che dagli studi sperimentali si nota un effetto positivo sul comportamento cooperativo quando i partecipanti agli esperimenti recitano, all’inizio, dei codici etici. Solo soltanto effetti di breve, lei aggiunge; ottimo, rispondo, poiché il breve periodo è molto importante, soprattutto per un giovane, quando deve fare una scelta lavorativa, quando imposta il profilo etico della propria esperienza lavorativa. Poi gli esperimenti, come ben si sa, soprattutto in ambiti come questo, vanno presi come parabole, come indicazioni (il breve e lungo periodo nei laboratori sono faccende sempre molto … simboliche, trattandosi, in genere, di differenze di minuti, di ore, al massimo di giorni). In ogni caso, dagli esperimenti non proviene alcuna contro-indicazione relativa alla mia proposta (il breve è in ogni caso migliore del nulla).

Lei poi, in generale, dice di non credere nei “simboli e nelle liturgie laiche”, come i giuramenti, i patti, poiché, a differenza di quanto accade, non sono generati da una esperienza. Su questo punto mi permetto di dissentire, e proprio alla luce dell’esperienza.

Prendiamo il patto matrimoniale, anche nella sua versione laica o in quella che troviamo nelle diverse religioni. Qui il patto, i simboli, le liturgie, i riti, non nascono da una esperienza specifica dei due sposi, ma – e qui sta il punto – nasce da una esperienza di una comunità, che ha tradizioni, verità, tesori di esperienza da trasmettere ai nuovi sposi.

Una cosa analoga dovrebbe accadere per il mio “giuramento”: il neo-laureato non ha, in genere (non sempre) una esperienza specifica per le cose nelle quali si impegna solennemente, ma la comunità nella quale si appresta ad entrare questa esperienza la ha, e la può, e a mio parere, la deve trasmettere se vuole aiutare veramente la singola persona, e la comunità. E la deve trasmettere simbolicamente, e con le liturgie. Questo l’umanità lo sa molto bene, e non solo per la dimensione religiosa della vita. La chiesa, ad esempio, usa le liturgie e i simboli proprio perché sa, da maestra in umanità, che l’essere umano è animale simbolico e liturgico, e quindi sa che le liturgie e i simboli rafforzano comportamenti e norme – e noi, da economisti, dovremmo dire che alzano i costi di devianza o le barriere di uscita dalle buone pratiche di una data comunità. La chiesa, le religioni, non hanno inventato le liturgie e i simboli: hanno solo, attraverso i millenni, custodito e potenziato (con la forza della spiritualità e della fede) una dimensione antropologica e sociale che era pervasiva nelle culture classica, e che la modernità occidentale, tutta basata sulla ragione – e oggi sulla neopagana fortuna – e sull’individuo senza passioni e simboli, vorrebbe disfarsi ed eliminare. Il medioevo era popolato di liturgie e simboli lavorativi (come mette in luce, tra i tanti, Richard Sennett nel suo Uomo artigiano), quando si entrava in una corporazione di arti e mestieri, o quando si iniziava o terminava un’opera.

I contratti senza patti sono troppo deboli, fragili, e manipolabili dagli incentivi dei vari “principali”. Per queste ragioni io leggo la bella citazione del Cardinale Scola da lei citata pienamente nella direzione della mia proposta: un patto o giuramento non sono “discorsi sui patti o sui codici etici”, o qualcosa che nasce al fuori “degli ambiti” professionali. Il problema, per me cruciale, degli attuali codici etici è che mancano totalmente di simboli e di liturgia: vengono scritti normalmente da agenzie (molto ben pagate) esterne alla comunità lavorativa, pubblicati sui siti internet, preparati e poi divulgati senza (in genere) senza alcun coinvolgimento personale (tantomeno simbolico) dei protagonisti di quelle imprese: e quindi restano, anche per questa ragioni, quasi sempre nel regno delle intenzioni, a volte, non sempre, buone.

Se poi non vogliamo usare la parola giuramento seguendo il consiglio del Vangelo (comunque gli esegeti ci spiegherebbero il contesto di quel “sì sì, no no”, tanto che i giuramenti vengono pronunciati da ministri e capi di Stato, e non conosco, magari per ignoranza, obiezioni di coscienza a quei giuramenti di ministri o Presidenti cristiani), usiamo, come anche indico nell’articolo, la parola “patto”, parola autenticamente biblica.

Certo, concordo ovviamente con lei che non basta un nuovo giuramento dei neo-laureati in economia per colmare il deficit etico di noi economisti, finanzieri, commercialisti, ecc., e non ho mai pensato di scriverlo. Sarebbe troppo ingenuo e grave pensarlo – tanto che anche su Avvenire noi editorialisti economici da anni facciamo molte proposte sui vari fronti dell’economia e dell’etica. Però potrebbe aiutare, e non riesco davvero a vedere, neanche dopo la lettura della sua bella lettera, in che cosa potrebbe essere dannoso. Non è sufficiente sposarsi, neanche sposarsi in chiesa, per evitare i divorzi: ma io credo sia bene continuare a sposarsi, e a farlo simbolicamente e solennemente. In questa età di povertà simbolica e relazionali, di comunità senza corpo e quindi senza liturgie, io credo che introdurre buoni simboli può solo aiutare. Ho proposto alla mia Università Lumsa di Roma di essere la prima ad adottare il “giuramento di Genovesi”. Mi piacerebbe molto se la sua grande Università condividesse questo primato.

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Botta e risposta. Mario Maggioni interviene sulla proposta di Luigino Bruni per un «patto etico» per le professioni economiche

di Mario A. Maggioni

pubblicato su Avvenire il 19/06/2013

logo avvenireCaro direttore, vorrei tornare sul tema sollevato nell’articolo di Luigino Bruni dal titolo "Un giuramento per i manager" (“Avvenire” del 5 giugno 2013) in cui si auspica l’introduzione di «una sorta di giuramento, o patto etico, per le «professioni economiche” simile a quello previsto per le professioni mediche», intitolandolo ad Antonio Genovesi. Nello stesso articolo si enunciano alcuni“elementi che un tale testo dovrebbe contenere: «1. Non userò mai a mio vantaggio e contro gli altri le maggiori informazioni di cui disporrò nell’esercizio della mia professione. 2. Guarderò al mercato come un insieme di opportunità per crescere insieme, e non a una lotta (…) 3. Non tratterò mai i lavoratori solo come un costo (…) 4. Valorizzerò il merito, di cui però non avrò mai una visione univoca e riduzionista».

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Molto più di un giuramento

Botta e risposta. Mario Maggioni interviene sulla proposta di Luigino Bruni per un «patto etico» per le professioni economiche di Mario A. Maggioni pubblicato su Avvenire il 19/06/2013 Caro direttore, vorrei tornare sul tema sollevato nell’articolo di Luigino Bruni dal titolo "Un giuramento per i...
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«Io faccio lo sciopero del caffè»

di Marta Todeschini

pubblicato su L'Eco di Bergamo.it il 02/06/2013

«Protestiamo e facciamolo bene: il gioco d'azzardo è lo scandalo di questo nostro terzo millennio». Luigino Bruni non è certo l'uomo del bisbiglio. E per mettere in chiaro che «oggi chi ama i poveri deve combattere anche la dipendenza da gioco, come le slot machine», tira in ballo scioperi e sit-in. Entri in un bar per un caffè e noti le macchinette? Dietrofront, non prima di una vibrante protesta.

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Bruni, professore ordinario di Politica economica all'università Lumsa di Roma, lo fa da tempo. Gli è anche capitato di dare forfait a una conferenza: «Ero stato invitato in un circolo Acli. In fondo alla sala ho notato le macchinette: l'unica cosa che ho detto è stato il mio sdegno».

  Professor Bruni, perché un economista si occupa di slot machine e affini?

«Penso che chi fa l'economista debba anche occuparsi della vita della gente, essere un osservatore sociale. Tanto più io che ho anche un impegno nel campo dell'economia cooperativa, sociale, di comunione (Bruni è coordinatore della commissione internazionale dell'Economia di comunione, modello alternativo di economia etica nato negli anni Novanta all'interno del movimento dei focolari fondato da Chiara Lubich, ndr). Oggi una forma di povertà molto grave è la dipendenza dal gioco. In secondo luogo mi occupo di gioco come cittadino, perché sono molto sdegnato da questo fenomeno antico e nuovo oggi diventato un'epidemia, un peccato sociale, un meccanismo per far fare cassa allo Stato. Quindi vedo una responsabilità civile e anche intellettuale nei confronti del gioco d'azzardo».

In questa sua posizione si sente supportato, oppure la sua è una voce che grida nel deserto?

«Scrivo per Avvenire che, come voi, da tempo promuove una campagna molto forte contro il gioco d'azzardo. Parlando invece di istituzioni, sono molto rattristato da come anche gli attuali governi che avrebbero dovuto avere una sensibilità particolare, anche per tematiche evidentemente sbagliate, in realtà non abbiano fatto molto. Non vedo molti segnali».

Su cosa dovrebbe intervenire il legislatore, per prima cosa?

«La cosa più grave è la proliferazione di sale giochi e vlt, che sono luoghi disumani. Chiediamoci: queste licenze chi le dà? Dietro a tutto ciò spesso c'è la criminalità organizzata, il denaro sporco riciclato, cose ben note. Lì può far molto la legge, l'autorità pubblica: può dire semplicemente stop alla concessione di queste licenze».
Invece Comuni e questure interpellati da comitati di cittadini che si oppongono all'apertura di nuove sale giochi rispondono di avere le mani legate.
«Qui bisogna lavorare molto a livello di opinione pubblica. Fare molto di più, fare scioperi». Come quello del caffè, che lei ha lanciato? «Non solo non prendo il caffè nei bar che hanno al loro interno le slot, ma parlo, dico e protesto. Questo è molto importante: se spiego pubblicamente, dò un segnale di maggiore attenzione, metto in luce il comportamento. È quello che si chiama l'altruismo strategico, il rimprovero a proprie spese».

Ne è sempre uscito illeso?

«No, non va sempre bene, a volte si arrabbiano, ma va benissimo così. Quando vado a comprare il giornale e vedo questa teoria di gratta e vinci che ti impedisce quasi di vedere il giornalaio, io dico: non compro il giornale e mi vergogno che ci siano dei luoghi così. Una volta passai in un autogrill sulla Firenze-Roma, e la cassiera mi chiese se volevo un gratta e vinci. "Per cortesia, non mi faccia queste domande. Io volevo un cappuccino" le risposi. Dopo tre mesi ripassai e la cassiera mi riconobbe: "Lei è il signore dell'altra volta". Questo significa che un rimprovero civile, orizzontale, non fatto dal carabiniere, ma dal cittadino che non ha niente da guadagnare, fatto per il bene comune, colpisce la gente che se lo ricorda. In fondo la cultura si fa anche in questo modo».

Una cultura di comunione come quella che la vede in prima linea.

«La cultura di comunione è l'opposto della cultura dell'egoismo, molto importante oggi in un'epoca di mancanza di legami sociali. Ci sono dei comportamenti che sono evidentemente sbagliati e non vanno regolamentati: vanno semplicemente eliminati. Non diciamo regolamentiamo l'omicidio o il furto. Una civiltà dice no a queste cose».

Sistema gioco Italia ha ribadito proprio l'altro giorno che occorre puntare a un'offerta di gioco in locali identificati e riconoscibili.

«È come dire: facciamo le case chiuse per le prostitute. Credo che la civiltà abbia il diritto di dire: non vogliamo che la gente si rovini col gioco. Ci sarà il gioco clandestino? Benissimo, lo combatteremo. Non funziona il discorso: siccome esiste, va regolamentato. Il gioco d'azzardo crea povertà: va eliminato. Poi c'è un altro livello su cui lavorare».

Quale?

«Oltre al livello legale, penso a quello dei gestori di bar e circoli. Da una parte dobbiamo protestare, chiedere di togliere le slot, ma chi le toglie dovrebbe poi essere premiato dalla società civile con delle forme di marchio etico».

Come la vetrofania creata dal nostro giornale, di cui tanti vanno fieri?

«Ci vogliono operazioni come questa, premi civili. Penso anche, a volte, a premi monetari, forme di compensazione a chi decide di togliere le macchinette, grazie ai soldi recuperati dalle mafie. Ma se non vogliamo dare dei soldi, facciamo almeno degli incentivi fiscali. Si può far molto, purché ci siano i due bracci, quello politico e quello civile che dal basso punisce col biasimo».

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«Io faccio lo sciopero del caffè»

di Marta Todeschini

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L'economista Bruni contro le slot

«Io faccio lo sciopero del caffè» di Marta Todeschini pubblicato su L'Eco di Bergamo.it il 02/06/2013 «Protestiamo e facciamolo bene: il gioco d'azzardo è lo scandalo di questo nostro terzo millennio». Luigino Bruni non è certo l'uomo del bisbiglio. E per mettere in chiaro che «oggi chi ama i pov...