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pubblicato su Unric.org il 20/03/2014
UNRIC Italia ha scelto di portare l'attenzione del pubblico italiano su questo tema chiedendo il contributo del Professor Luigino Bruni, ordinario di Economia Politica all’Università Lumsa di Roma e coordinatore a livello mondiale del progetto “Economia di Comunione” - lanciato da Chiara Lubich in Brasile nel 1991 e intorno al quale ruotano circa 1000 aziende nel mondo. Economia di Comunione propone agli imprenditori la condivisione degli utili delle proprie aziende per progetti di sviluppo in varie parti del mondo, e pone le proprie basi su una cultura economica basata sulla reciprocità e sul dono.
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Lei Prof. Bruni è uno dei primi studiosi che ha rilanciato una tradizione italiana della felicità diversa da quella che proviene dagli Stati Uniti. Può spiegarci meglio le radici di questa visione della felicità?
L’origine più remota dell’idea di felicità la si trova nella cultura antica greca e romana, in particolare Aristotele aveva legato la felicità alle virtù e l’aveva distinta dal piacere. L’eudaimonia, così la chiamava, era un concetto che oggi dovremmo tradure con “fioritura umana” perché rimanda all’idea che la felicità sia uno stato generale dell’esistenza, e che quindi come tale abbia a che fare più con l’ “essere” ed il ”fare” che non con il “sentire”. A Roma la felicitas, spesso abbinata con publica fu un concetto fondamentale: felicitas rimandava alla generatività della vita e alla coltivazione delle virtù. Il prefisso fe è infatti lo stesso di fecundus, ferax, fetus, femina. Gli alberi erano chiamati infelix (sterili) efelix (fico, olivo). E il verbo latino feos ignifica proprio produrre. Non è un caso che le immagini latine della felicitas publica– che ritroviamo anche nelle monete - rimandassero ai bambini, alle donne (spesso incinte) e all’agricoltura. La Campania felix era felice per l’abbondanza delle sue campagne e per la fertilità della terra. Felicità è quindi fioritura umana. I greci, in uno dei momenti epocali della storia umana - l’anima fondamentale della cultura romana successiva - capirono che stava iniziando "l’era degli uomini", che potevano essere finalmente liberati dalla dea bendata, dalla sorte, e da tutta quella magia che domina sempre nelle culture basate sulla fortuna. Lo strumento di questa liberazione fu proprio la virtù (areté), poiché solo l’uomo virtuoso può diventare felice coltivando le virtù, anche contro la cattiva sorte. È qui che inizia la nostra responsabilità, perché si inizia a poter dire che il principale protagonista della mia felicità (e infelicità) sono proprio io, e non gli eventi esterni, che certamente pesano nel mio benessere, ma che non sono mai decisivi nel determinare la felicità.
Ma come è entrata questa idea di felicità nella scienza economica?
Gli economisti ed i filosofi italiano del Settecento (Antonio Genovesi, Giacinto Dragonetti, Pietro Verri e molti altri) con un esplicito riferimento alla tradizione romana e medievale della felicità pubblica e poi al bene comune, posero la felicità - in particolare la pubblica felicità - al centro della loro riflessione economica e civile. Scegliendo la felicità pubblica come scopo dell’economia, avevano ben chiaro che il passaggio dai beni al ben-essere è sempre complesso, e che molte dimensioni della felicità si possono perdere nel processo di traduzione (dalla ricchezza “wealth”alla felicità). Per tutto l’Ottocento la scuola italiana di economia continuò a caratterizzarsi per avere la felicità come principale oggetto di studi, tanto che sul finire del secolo diciannovesimo l’economista italiano Achille Loria scriveva: “Tutti i nostri riportando una tesi di dominio comune nell’Italia del tempo – si occupano non tanto, come Adamo Smith, della ricchezza delle nazioni, quanto della felicità pubblica”). Non è quindi un caso che ancora oggi gli economisti italiani sono tra i protagonisti del nuovo movimento su Economia e Felicità, riaperto negli anni 70, soffermandosi in particolare proprio sul nesso fra felicità e relazioni sociali, un’eco evidente della antica tradizione della felicitas publica.
Quali gli aspetti più rilevanti della felicità per la vita economica e civile del nostro tempo?
Il primo elemento che mi sembra particolarmente rilevante per la situazione in cui si trovano la nostra economia e la nostra società è il nesso profondo fra la felicità e le virtù. In una cultura che sempre più sottolinea il piacere edonistico e lo svago come valori abbinati alla felicità, l’antica tradizione italiana della felicitas publica ci invita invece a tener ben presente che non c’è vita buona individuale e sociale senza la coltivazione dell’eccellenza (virtù viene daaretè che in greco significa proprio eccellenza) e quindi senza l’impegno e il sacrificio. In secondo luogo in una fase dell’Occidente in cui il narcisismo sta diventando una vera e propria pandemia, la tradizione della pubblica felicità ci ricorda il nesso imprescindibile fra vita buona e rapporti sociali: non si può essere veramente felici da soli perché la felicità nella sua essenza più profonda è un bene relazionale. Si coglie allora che la felicità deve essere invocata soprattutto come strumento di critica allostatus quoe alla vena edonistica che fin dall’antichità ha sempre attraversato la nostra cultura, e che è diventata dominante nei tempi del declino e della decadenza. Come ci ricordano oggi filosofi come Amartya Sen e Martha Nussbaum , la ricerca del piacere è troppo poco per poter parlare di felicità, perché esistono delle “buone sofferenze” (good pains) e dei “cattivi piaceri” (bad pleasures), cosa che dimentica sistematicamente ogni cultura edonista. La Giornata della Felicità allora deve essere una occasione per riflettere seriamente sul nostro modello di sviluppo e sul nostro stile di vita senza far ricadere anche questa giornata dentro il “festival delle banalità” che ci porterebbe a festeggiarla limitandoci a inserire qualche smile qua e là su facebook o su whatsapp. La felicità pubblica invece ci invita a riflettere sui patti sociali, sui legami e sulle radici profonde della vita in comune.
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Un certo capitalismo, quello che abbiamo conosciuto prima della globalizzazione, è morto per sempre, ma lo spirito del capitalismo è vivo; si è solo trasformato, e continua a soffiare forte sulla terra.
Di fronte alla certificazione dell’Istat che il Pil umano o, più precisamente, la capacità di generare reddito delle donne è tanto scarsa che “un’italiana vale metà di un uomo”, Luigino Bruni professore ordinario di Economia Politica alla Lumsa di Roma non ha dubbi.
Abbattere le tasse sul lavoro si può, ma è più facile a dirsi che a farsi. Anche per il governo Letta. E perché sia così difficile ridurre il peso del fisco in Italia lo spiega a tempi.it Luigino Bruni, economista ed editorialista di Avvenire, chiarendo che la via per ridurre le tasse transita da Bruxelles, più che da Montecitorio: «Questo governo, in particolare, sconta il fatto che, quando si è insediato, il Paese stava attraversando una fase in cui lo spread era ancora molto elevato e non era chiaro cosa pensassero i mercati dell’Italia, perché non si capiva quale fosse il loro giudizio sull’Europa e sulla la crisi. Così Letta, i cui rapporti con la cancelliera tedesca Angela Merkel non erano che agli inizi, non è riuscito a rinegoziare con la Troika (Bce, Fmi e Ue) gli impegni sul bilancio. A quel punto, non gli è rimasta alternativa se non quella di fare i “compiti a casa”, provando a ridurre un debito pubblico divenuto ormai insostenibile se parametrato al Pil».
Luigino Bruni, docente di Economia politica alla Lumsa di Roma, è uno dei principali sostenitori dell’economia di comunione e della finanza con un cuore, oltre che con un cervello. Della finanza che guarda in faccia le persone, che le considera come tali e non semplici numeri dai quali realizzare profitti e speculazioni. Il crack di Lehman Brothers del 2008 è uno degli esempi più significativi della finanza rapace e bulimica alla quale si possono contrapporre nuovi modelli. L’obiettivo non è semplice da raggiungere e può essere centrato prima di tutto se se si fa affidamento su manager onesti. Per questo il professor Bruni si è fatto promotore nella sua università di un’iniziativa unica: il giuramento per i neolaureati in economia. Un modo per solennizzare l’impegno dei futuri operatori economici al rispetto delle regole e delle persone.
Il grido del profeta Amos, come accade spesso con i profeti biblici (e con tutti i profeti e i carismi), ci invita con forza a riflettere, e poi ad agire, su alcune forme di ingiustizia antiche, profonde e gravi della storia dell'uomo. Amos parla di mercanti e di poveri, di commercianti e di schiavi, e, aspetto molto importante e di estrema attualità, mette gli uni (i mercanti) in rapporto agli altri (poveri-schiavi), a ricordarci che la povertà non è uno status individuale o una faccenda privata dei poveri, ma dipende anche, e oggi soprattutto, dalla incapacità di produrre ricchezza, da modi sbagliati di arricchirsi, dalla non condivisione.
ricostruiscono relazioni, gli interventi in termini di reddito, beni pubblici e meritori restano spesso inefficaci - come tanti decenni di aiuti pubblici, anche in Europa, ci stanno mostrando. Occorre cambiare. I carismi, in particolare, dicono che prima della povertà (come categoria) esistono i poveri, e senza l'incontro con la persona del povero, la povertà non si cura - al massimo la si può gestire, immunizzandosi da essa. La fraternità francescana ha un momento fondativo quando Francesco abbraccia e bacia il lebbroso di Assisi. La cura tipica della fraternità non è mai immune, ma si lascia contaminare dal povero, che quindi diventa veramente fratello. Solo i carismi sollevano veramente, ripetendo nei secoli 'Il Magnificat', e in modo sostenibile e duraturo, "dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo".
Per uscire dalla crisi economica non basta incentivare le assunzioni dei giovani. E nemmeno abbattere il cuneo fiscale, di cui pure c’è bisogno. Secondo l’economista Luigino Bruni, editorialista di Avvenire, c’è solo una cosa da fare: rimboccarsi le maniche e costruire.
Martedì 3 settembre dalle 16.00 alle 16.30, Luigino Bruni è invitato negli studi di Rai di Roma per presentare il suo ultimo libro,
«Il narcisismo e il consumismo portano a desideri malati, e chi perde il desiderio “sano” cade in depressione». Sabato 29 giugno Luigino Bruni, 47 anni, cattolico, economista fra i più noti in Italia, interviene all’iniziativa “
Caro direttore, vorrei tornare sul tema sollevato nell’articolo di Luigino Bruni dal titolo "