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di Francesco Lo Dico
pubblicato su: Il Giornale di Sicilia il 29/09/2015
L’immaginario hollywoodiano che lo ha subito involto nei luccicori della star gli sta stretto. Ligio ai precetti di Madonna Povertà, papa Francesco ha scostato da sé i facili strepiti delle cronache mondane al ritorno dalle Americhe. Gli astri appartengono al regno del transeunte, ha chiarito Bergoglio. «Sono un servo di Dio, e questa è una cosa che non passa», ha ammonito il Santo Padre in un tripudio di microfoni.
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Libera dagli schiamazzi del mainstream, la grande sostanza politica del suo viaggio Oltreoceano non muta di una virgola. E consegna a seguaci e detrattori, feconde pagine di riflessione sulle quali è giocoforza interrogarsi. «La trasferta nel Nuovo continente rafforza il pontificato di Francesco e la sua missione», chiosa l’editorialista di Avvenire Luigino Bruni. «Il Papa combatte per una Chiesa più aperta e inclusiva, che dia voce a chi non ha voce. Un sogno condiviso da milioni di persone che vedono in Francesco, prim’ancora che un profeta, un testimone», annota il docente di Economia della Lumsa.
Professore, la trasferta del Papa si è conclusa. È tempo di bilanci. Come ne esce la figura di Francesco?
«Francesco ha enunciato in America le sue tesi di sempre: dai poveri al capitalismo che uccide, dalla cultura dello scarto alle diseguaglianze. Ma il contesto in cui le ha richiamate, da Cuba a Washington, ne ha amplificato la forza politica. Il Papa ha detto le cose giuste nel posto giusto. Ha chiesto una riforma dell’Onu, al fine di dare finalmente voce a chi non ne ha mai avuta. Ed aver parlato di pena di morte e traffico d’armi al Congresso Usa è stata una mossa coraggiosa, quanto geniale».
La trasferta a New York, era particolarmente insidiosa. E invece anche al Congresso sono fioccati gli applausi.
«Bergoglio deve tanto successo alla straordinaria intuizione di essersi presentato nel Nuovo Continente come americano delle due Americhe, figlio di immigrati. La sua vicenda personale ha dato forza di verità alle istanze levate davanti al gotha politico statunitense. Attraverso le sue origini e il suo percorso, Francesco ha dimostrato che l’America è più grande degli Usa, e che la cultura americana nasce dagli scarti dell’Europa. Un tema che gli ha consentito peraltro di indicare nel tema degli immigrati, un’emergenza che non va lasciata racchiusa nella Torre di Babele dell’opulenza di pochi».
Alla luce di questi importanti successi, il Papa è riuscito a conquistare anche il cuore dei più scettici?
«La trasferta Oltreoceano non fa che accentuare la polarizzazione del dibattito che ruota intorno alla sua figura. Chi in passato ne contestava le tesi oggi gli è ancora più ostile. Chi lo accusava di comunismo ora potrà contestargli di aver stretto la mano a Fidel Castro, mentre chi lo accusava di essere antimoderno potrà mettere all’indice le sue riflessioni sul mercato e sull’economia che uccide».
E intanto, anche sul fronte interno, alcuni settori della Chiesa annunciano un pesante affondo contro le aperture del Santo Padre a divorziati e omosessuali. Ma il Papa, in America, è sembrato andare dritto per la sua strada.
«La questione è in realtà molto semplice da comprendere. Da quando ha intrapreso il pontificato, Francesco non ha fatto altro che portare avanti le profonde convinzioni che ne avevano caratterizzato il cammino anche prima di ascendere sul soglio di Pietro. Bergoglio si batte per una Chiesa più aperta, disponibile al dialogo, non ideologica e non clericale. Posizioni che gli hanno attirato l’ostilità di alcune frange conservatrici della Chiesa. Il documento preparato da alcuni cardinali in pensione in merito a matrimonio e famiglia, è in questo senso il preludio di un acceso confronto, che vedrà nell’imminente Sinodo sulla famiglia un importante test. Il viaggio in America può essere considerato uno spartiacque, al di là del quale si apre per il Papa un anno di dissensi. Le componenti più chiuse della Chiesa alzeranno l’asticella dello scontro».
Eppure anche negli Usa Francesco ha messo tutti in guardia dal rischio che viene da fondamentalismi e chiusure troppo rigide.
«L’aria rivoluzionaria portata da Francesco ha lasciato molti spiazzati. Il Papa vorrebbe una Chiesa dove l’acqua che viene data alla gente sia quella pubblica e non quella dell’acquasantiera. Una cosa che non piace a chi ha oggi una visione rigida e non ha voglia di aprirsi».
Perché certi ambienti della Chiesa fanno così fatica a seguire la rotta tracciata dal Papa?
«Parte della società italiana è poco avvezza a comprendere le ragioni di chi solitamente era additato come peccatore. Alcuni vescovi e cardinali molto avanti con l’età, vivono certe aperture come qualcosa di inconcepibile. Ma il mondo è molto cambiato e che la Chiesa è chiamata a un’importante sfida che Francesco reputa centrale. Se per un verso non si possono inseguire troppo da vicino i fenomeni contemporanei, è pur vero che i cattolici non possono restare a guardare un mondo che corre veloce e chiede alla fede nuove risposte».
Una cosa sembra abbastanza chiara dopo questo viaggio: Francesco ha ormai la leadership incontrastata su temi etici e diseguaglianze. Lo dimostrano le bacchettate all’Onu.
«La forza di Francesco è che non ha interessi da difendere. A differenza dei grandi poteri secolari, il papato di Bergoglio è lontano da logiche autoreferenziali. Il Santo Padre dà voce a chi non ha voce senza averne alcun ritorno personale. È per questo che aver chiesto una riforma dell’Onu appare come un atto molto forte. Il Papa vuole che le Nazioni Unite siano al servizio del bene comune e non più bloccate da veti incrociati. Francesco ha ammonito l’organizzazione internazionale, perché è ancora troppo legata al passato e poco capace di interpretare un mondo globalizzato che non è più quello della Seconda guerra mondiale e richiede oggi nuove soluzioni».
Il no alle ideologie, e altre frecciate qua e là: Francesco si è scrollato di dosso le accuse di essere un pericoloso estremista rosso?
«La voce del Papa esprime una novità. Francesco si rivolge a un mondo che non è più ideologico, e non è più diviso dalle vecchie barricate tra credenti e non credenti. Una parte di umanità, al di là della fede professata, lo vede come un alleato. Ed è perciò evidente che tutta la gente che crede nel bene comune, ateo o diversamente credente, viva il messaggio del Papa come un messaggio di speranza. Dopo il viaggio a Cuba e negli Stati Uniti, la posizione è ancora più chiara. Il Papa è una delle pochissime voci che ricorda temi e valori propri di persone che non hanno la forza per imporli all’attenzione. Francesco aggrega sulla base dei contenuti e non in nome di bandiere ideologiche».
Anche in America Bergoglio ha puntato su una formulazione molto originale del tema delle diseguaglianze, incentrata sui cambiamenti climatici. Un importante spunto per i policy maker di tutto il mondo?
«Il tema delle diseguaglianze, sempre più evidenti a causa del mutamento climatico, è stato formulato già in passato da alcuni studiosi. Ma il Papa ne ha fatto con il suo esempio un’importante cassa di risonanza anche in America. La sua forza di penetrazione è considerevole pure tra i non credenti. Molti autorevoli laici pensano che la sua enciclica sull’ambiente non sia soltanto un semplice documento cattolico, ma che sia il più importante studio sul bene comune degli ultimi decenni».
E negli States hanno avuto grande risalto anche le visite a carcerati e vittime della pedofilia.
«Chiedere scusa e pronunciare parole durissime contro i pedofili, così come recarsi nelle carceri, è una cosa non del tutto inedita. Ciò che conferisce a questi atti una certa intensità emotiva è la visione del mondo che Francesco incarna con il suo esempio. Il Papa ha fatto della cultura dello scarto un pilastro del suo pontificato. Francesco viene molto ascoltato perché non è solo un profeta, ma anche e soprattutto un testimone».
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Questo inizio di XXI secolo sarà ricordato anche per la fine della critica al capitalismo, che invece aveva caratterizzato buona parte del XX. Il capitalismo è diventato l’ambiente dentro il quale viviamo e ci muoviamo, e vi siamo talmente immersi da non avere più la capacità culturale di guardarlo per analizzarlo, criticarlo, rivolgergli le domande fondamentali dell’equità, della giustizia, della verità.
degli anni '90 in Brasile il progetto dell'Economia di comunione (EdC), chiedendo agli imprenditori di occuparsi direttamente della povertà attorno a loro. L'EdC, una realtà che, dopo 23 anni dal suo lancio, oggi coinvolge oltre un migliaio di imprese in molti paesi del mondo, centinaia di migliaia di cittadini, molti progetti di sviluppo, sostiene lo studio di giovani, tutti impegnati in vari modi a vivere e a raccontare un modo di fare economia diverso, incentrato sui principi di reciprocità, gratuità, giustizia. L'esperienza e le idee dell'Economia di comunione sono anche alla base del pensiero del la cosiddetta Economia civile, un arcipelago di idee e di pratiche sempre più vasto e non solo in Italia.
Il Movimento nasce come una grande corrente di amore evangelico, dal ritorno alla parola vissuta da laici e da donne (erano tutte ragazze nei primi anni), anticipazione della spiritualità del Vaticano II. Il vangelo si può, si deve, vivere, non solo meditare.
Chiaravalle, Teresa d'Avila, Francesco di Sales, Don Bosco, Francesca Cabrini, Teresa di Calcutta, Chiara Lubich. La dinamica istituzioni/carismi è però eccedente la sola dimensione religiosa. Anche la vita civile è un gioco, una dialettica tra istituzioni e carismi. I carismi innovano e le istituzioni seguono e universalizzano le innovazioni. Saremmo certamente molto più poveri civilmente senza le innovazioni umane e sociali di tanti cooperatori, di Gandhi, Martin Luther King, Doroty Day, Don Oreste Benzi. Sono i carismi che spostano avanti i "paletti dell'umano", perché vedono prima e diversamente dalle istituzioni. Anche il Movimento dei Focolari sta oggi in novando in ambiti decisivi dell'umano, dentro e fuori i confini delle chiese e delle religioni. Fu Chiara a fare da mediatrice nei contatti tra Paolo VI e il patriarca ortodosso Athenagoras, ad entrare e parlare nella moschea di MalcomX a New York, a farsi accogliere e proclamare Mafua (regina) dal popolo Bangua in Camerun. A far nascere l'Economia di comunione e a dare impulso all'Economia civile.
Caro direttore,
Il cuciniere del mondo, le lenticchie di Esaù, l’insofferenza verso gli chef stellati che – chissà come mai – sono tutti maschi. «E le donne che ogni sera portano la cena in tavola, eh? Quelle non le ringrazia mai nessuno, eppure sono loro a custodire il vero valore del cibo», dice Carlin Petrini, fondatore di Slow Food e di Terra Madre. Milano, una mattina un po’ grigia di metà dicembre.
Bruni, punto di riferimento dell'economia di comunione, auspica il cambio di rotta «Non è necessario impoverire i diritti di chi è dentro per avvantaggiare chi è fuori»
Ho sempre guardato con sospetto i tagli allo stato sociale come via di uscita dalla crisi economica e finanziaria dell’Italia e degli altri stati europei in difficoltà. Un paio di anni fa il Nobel per l’economia e filosofo Amartya Sen in più occasioni rimproverava l’Italia perché assisteva passiva allo smantellamento progressivo di una delle conquiste più importanti delle democrazie moderne - lo stato sociale. Ci sono molte ragioni per essere preoccupati dell’entusiasmo con il quale i funzionari europei, i nostri governanti e il commissario per la spending review interpretano il loro compito di tagliatori di welfare.
LUCCA. Sarà ospite al Festival del Volontariato di Lucca l’11 aprile alle 11 al Real Collegio nel corso del convegno “Liberare il lavoro”. Luigino Bruni , docente all’Università di Roma Lumsa, teorico, e pratico, dell’economia di comunione non ha dubbi: “per far ripartire l’Italia serve liberare le sue energie includendo nel mercato civile coloro che sono esclusi”.
Le reazioni e i dibattiti attorno all’annuncio della riduzione degli stipendi dei top manager pubblici, dicono molto, sebbene su scala nazionale, su una delle grandi malattie del nostro capitalismo, e sui suoi paradossi. Senza ripetere la critiche ormai note (e abusate) ai super-stipendi e ai bonus di uscita dati anche a manager pessimi, dovremmo invece criticare i compensi dei manager usando le stesse categorie del mercato e della concorrenza da essi stessi evocate (“è il mercato, bellezza”).