Più tempo all’economia (e ai figli)

Più tempo all’economia (e ai figli)

Come insegnare l'uso corretto del denaro ai figli? Ecco quattro regole che potrebbero risultare utili in famiglia...

di Luigino Bruni

pubblicato su Il Messaggero di Sant'Antonio il 04/12/2022

L’uso del denaro all’interno delle relazioni primarie è sempre molto delicato, soprattutto in famiglia, dove nel gioco monetario entrano i bambini, i ragazzi e gli adolescenti. Potrebbe essere utile seguire quattro regole, suffragate dalle ricerche della scienza economica e dalla pratica.

Prima regola. Il denaro deve arrivare dai genitori, sono loro gli amministratori unici del denaro famigliare. E anche quando entrano donazioni esterne (cresime, compleanni...) queste devono essere conosciute e gestite dai genitori. Le Avventure di Pinocchio ce lo dicono molto chiaramente: il denaro che arriva a Pinocchio gli crea soltanto guai. Quando i ragazzi/e superano i 10 anni diventa difficile fare doni che apprezzino, e forte è la tentazione di regalare denaro. Quasi sempre questa è una scorciatoia perché non si ha il tempo di scegliere un dono insieme, perché non conosciamo abbastanza i nostri figli, perché non abbiamo tempo. I nonni amano aprire conti correnti e assicurazioni ai nipoti. Lo facciano, ma non glielo dicano: esprimano il loro amore in altre forme.

Seconda regola. Non usare il denaro come incentivo per ottenere qualcosa da figli e figlie. Occorre motivarli, certo, ma dentro casa e da piccoli occorre insegnare loro l’arte della gratuità non l’arte del commercio; per quest’ultima avranno tempo per tutta la vita, e sarà una buona arte solo se poggia sull’arte della gratuità. Perché la famiglia (con la scuola) è il primo luogo dove si impara che ci sono cose belle e buone che vanno fatte non per la ricompensa che ci danno, ma perché sono belle e buone: e basta. È l’educazione dell’«e basta» ciò che davvero conta quando si è ragazzi. Quindi pessima cosa fare un listino prezzi dentro casa (2 euro piatti, 3 cane…) o inventare la «paghetta a punti» ideata da un mio collega economista (poi pentito, quando vide che la figlia non faceva più nulla senza essere pagata: ma ormai era tardi, aveva creato un homo oeconomicus in gonnella).

Terza regola. La paghetta, che una certa cultura economica dominante sta introducendo nelle famiglia, è pericolosa. È raccomandata da molti esperti perché è vista come un’educazione alla responsabilità. Ciò che invece mostrano gli studi è che la paghetta tende ad aumentare nei figli un atteggiamento mercantile con la vita, con gli amici, con se stessi. E ciò è serio: se non impariamo da piccoli a dare un valore intrinseco a quelle che il mondo antico chiamava virtù, da grandi saremo dei cattivi lavoratori, che lavoreranno solo se e quando ci sono bastone e carota.

Quarta regola. Imparare a sviluppare ricompense non monetarie. Le ricompense sono importanti con i ragazzi, perché rafforzano il comportamento buono. I premi dunque sono importanti, purché non diventino incentivo. Il premio, non monetario e simbolico (una gita, un dono, o anche un abbraccio…), riconosce che quell’azione fatta è buona: non è un contratto, non si definisce il prezzo prima che l’azione venga fatta, non c’è sempre ma solo qualche volta, e cambia nel tempo. I premi rafforzano la gratuità, gli incentivi la erodono.

Il nostro capitalismo sta trasformando tutti i patti in contratti e tutti i premi in incentivo. Proteggiamo almeno la famiglia da questa invasione, teniamo il tempio innocente del cuore dei fanciulli libero dai mercanti. Molti errori in questo campo si fanno per mancanza di pensiero e di attenzione, soprattutto da parte di pedagogisti e moralisti, che hanno sempre sottovalutato il peso economico nella formazione dei bambini. Dobbiamo dedicare più tempo all’economia, non fosse altro che per difendersi dalla sua logica potente.

Credits foto: © Giuliano Dinon / Archivio MSA


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