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Economia e carismi

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Economia e Carismi/3 - Nelle comunità di consacrati un pericolo da scongiurare è che ci siano persone che “restano” perché non hanno i mezzi per rifarsi una vita. Ecco alcune idee per far sì che la fedeltà alla propria scelta sia sempre autentica

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 28/06/2026

Qualche settimana fa, durante una conferenza il discorso è finito sull’importanza dell’autonomia economica delle persone nelle comunità. Alla fine, una giovane suora chiede la parola e mi dice: «Io ho fatto il voto di povertà: come si mettono insieme i suoi discorsi sull’autonomia economica e il voto?».

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Per provare a rispondere, partiamo da una situazione paradossale. Immaginiamo un ipotetico pensiero di una suora che ha appena fatto i voti: «Ora finalmente ho risolto tutti i miei problemi. Non dovrò più occuparmi della gestione dei complicati rapporti con i maschi, con le ambivalenze della sessualità, più nessun problema proveniente dalla vita di coppia e dai figli; poi, con il voto di obbedienza, non dovrò più preoccuparmi del mio progetto di vita, ci sarà un superiore a guidare le mie scelte; infine, nessuna preoccupazione per il lavoro, per la gestione di conti correnti e bollette, nessuna responsabilità economica. Ci metto tre croci sopra, e penso solo alla mia vocazione».

Tutti capiamo che questo pensiero, simile a quello del ‘ricco stolto’ (Lc 12), è la parodia della buona vita religiosa, anche se, ogni tanto, sarebbe opportuno partire da questa finzione per un discernimento: denaro (povertà), libertà (obbedienza) e sessualità (castità) sono i luoghi morali radicali e vitali delle persone, e la tentazione di controllarle non è mai vinta, perché tenere assieme persone libere e autonome è estremamente complicato (ma bellissimo). Non si dovrebbero edificare le comunità con il cemento della non-libertà delle singole persone.

Limitiamoci all’ambito economico. L’economia, lo sappiamo, non è solo economia. Quando una persona non ha il controllo della condizione materiale della propria esistenza, da questa non-autonomia dipendono tutte le altre, anche quelle più spirituali. Nei miei accompagnamenti individuali e collettivi nelle comunità religiose, ho conosciuto persone che pur non avendo più nessun interesse per la vita consacrata (la vita è un processo di scoperta di se stessi, e non sempre si riesce a crescere salvando le forme della promessa della giovinezza), restavano in comunità solo perché non avevano un piano B: avevano superato i cinquanta, senza un lavoro remunerato, ‘fuori mercato’ e senza famigliari benestanti. Il restare, in sé, non dice abbastanza della vita di una persona: rimanere quando potrei uscire e non lo faccio è molto diverso dal restare quando l’uscita non è una opzione percorribile. Come ci ha insegnato il grande economista e filosofo Amartya Sen, la qualità della vita di una persona non si misura solo sulla base di quanto fa, ma anche e soprattutto di quanto potrebbe fare e non fa. Ci sono molti ‘stare’ e ‘restare’ infelici, alcuni tristissimi. I ‘restanti forzosi’ finiscono col tempo per somigliare molto, nella psicologia, ai carcerati, e le trasgressioni diventano le loro ‘ore d’aria’. E guai quando si tenessero le persone, oggi, in una condizione di non-autonomia come strumento di governo per trattenerle in comunità (sono abusi gravi).

Si comprende allora che se si vuole sperare di vivere in una comunità sana composta da persone fiorite, occorre far di tutto per ridurre il numero di chi nei momenti della necessaria crisi che segna l’ingresso nella vita adulta, resta soltanto perché non ha l’autonomia economica per rifarsi una vita. Perché solo se queste persone deluse e spente restano al di sotto una soglia accettabile (attorno al 10-15%), la dinamica complessiva della comunità le può assorbire senza costi relazionali ed economici troppo alti. Detto per inciso, le persone che restano in comunità senza crederci più, tendono a dire molte ‘bugie economiche’ - gonfiano le spese mediche, amplificano i costi per le visite ai parenti, con l’intenzione di assicurarsi un gruzzoletto segreto ‘perché non si sa mai’ - e l’infantilismo si rafforza.

E qui torniamo al voto di povertà.

Il senso evangelico del ‘sine proprio’ di Francesco è tutto profetico. La rinuncia ai beni economici e materiali ha nel vangelo due grandi logiche, legate tra di esse: (a) scegliere di rimpicciolirsi per provare a passare per la cruna, e oltre quella trovare il Regno (Mt 19); (b) mettere i beni in comune in una comunità povera e aperta (At 4). La rinuncia ai beni è profeticamente ed evangelicamente sensata (dotata di senso) se e quando diventa accesso ad un bene più grande, per noi e per molti, per tutti. Se, invece, lo ripetiamo, la rinuncia all’autonomia (che non significa indipendenza) diventa un mezzo per controllare le persone, tutta la bellezza e la profezia della povertà evangelica svanisce immediatamente, e si trasforma nel suo opposto. Non basta non avere beni per entrare nel Regno dei cieli.

Come rispondere, allora, alla difficile domanda di quella suora? Intanto ricordandoci che il voto di povertà non significa irresponsabilità per la dimensione materiale della propria esistenza (e di quella della comunità), perché questa forma di responsabilità fa parte del repertorio di ogni vita adulta. Arrivare, nel XXI secolo, a 30 o 40 anni senza sapere come funziona un conto corrente bancario e senza gestire almeno le proprie spese, non è espressione, in sé, di alcuna profezia, ma, forse, di immaturità civile. Nel passato, le comunità religiose sono riuscite a gestire l’economia collettiva chiedendo alle singole suore e ai singoli frati (NB: che non fossero chierici) la rinuncia ad ogni autonomia economica, sacralizzata e rafforzata dal voto. La gestione era centralizzata nei superiori, e i singoli membri dovevano chiedere il permesso anche per comprare un panino, perché nessuno/a disponeva di un minimo budget da gestire. Situazione non molto diversa da quella che vivevano le nostre madri e nonne casalinghe.

A mio ‘debol parere’, per riportare giovani nelle comunità carismatiche (e far vivere bene chi c’è dentro), ci sarebbe bisogno di un ripensamento profondo e coraggioso su come mettere assieme la povertà evangelica con l’adultità delle persone. Ci sono alcune esperienze in corso, ma a mia conoscenza insoddisfacenti. Alcuni movimenti ecclesiali, ad esempio, hanno provato a risolvere questa tensione dando a ciascun membro ‘consacrato’ una piccola somma mensile (25 o 50 euro) da gestire in autonomia, una soluzione di fatto identica alla ‘paghetta’ dei nostri bambini, strumento che quindi non fa altro che alimentare l’infantilismo, la grande malattia di comunità e movimenti.

Si fanno pochi esperimenti coraggiosi per pigrizia o perché si intuisce che dare autonomia economica alle persone significa rischiare da una parte di non controllarle più, e dall’altra che la comunità si riduca ad un appartamento di studenti che condividono spese e qualche pasto. Ma continuare la gestione antica delle persone, significa non attrarre vocazioni e al loro posto selezionare persone che vogliono accasarsi per risolvere i loro problemi di non-autonomia.

Si dovrebbe, poi, metter mano al riconoscimento civile del lavoro di suore e consacrati che lavorano all’interno delle strutture comunitarie. E non solo nei movimenti laicali, dove il processo è iniziato, ma anche nelle comunità religiose a vita attiva e contemplativa. Perché, chiediamoci, non riconoscere la legittimità di uno stipendio (almeno part-time), a monache e a suore che lavorano nelle infermerie, negli orti, nella cucina, nelle scuole …? Nel monachesimo, lavorare non è un accidens: è carisma, e oggi ‘l’ora et labora’ medioevale deve crescere grazie ai diritti e alle libertà del nostro tempo. Le singole persone metterebbero il loro stipendio in comunione, in una libertà diversa e nuova, in una reciprocità di dignità. Lavori fatti seriamente e con competenza - i primi lavori femminili veri sono nati nei monasteri e nei conventi, dal ricamo alle maestre. E chi volesse un giorno uscire lo potrà fare con più libertà, per poi magari scoprire, qualche volta, che questa libertà di poter andare via gli ha generato la nuova libertà di restare - ed inizia una resurrezione, dentro la stessa vita di sempre.

Non c’è comunità più bella di quella composta da persone che non restano per i voti fatti ieri, ma per i sogni di oggi e di domani.

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Economia e Carismi/3 - Nelle comunità di consacrati un pericolo da scongiurare è che ci siano persone che “restano” perché non hanno i mezzi per rifarsi una vita. Ecco alcune idee per far sì che la fedeltà alla propria scelta sia sempre autentica

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 28/06/2026

Qualche settimana fa, durante una conferenza il discorso è finito sull’importanza dell’autonomia economica delle persone nelle comunità. Alla fine, una giovane suora chiede la parola e mi dice: «Io ho fatto il voto di povertà: come si mettono insieme i suoi discorsi sull’autonomia economica e il voto?».

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La povertà che rende davvero liberi. Economia al servizio della vocazione

La povertà che rende davvero liberi. Economia al servizio della vocazione

Economia e Carismi/3 - Nelle comunità di consacrati un pericolo da scongiurare è che ci siano persone che “restano” perché non hanno i mezzi per rifarsi una vita. Ecco alcune idee per far sì che la fedeltà alla propria scelta sia sempre autentica di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 28/06/20...
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Economia e Carismi/2 - Che cosa succede quando comunità e movimenti crescono in beni e proprietà? C’è il rischio che il mezzo diventi fine. E si perda la piccolezza che è fondamento dell’umanesimo biblico ed evangelico. È la “sindrome di Salomone”

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 14/06/2026

L’umanesimo biblico ed evangelico è centrato sulla piccolezza. Abele, Davide, Rut, la sottile voce di silenzio, Nazareth, Maria, il piccolo gregge, il granello di senape, la samaritana, i cinque pani e i due pesci del ragazzo di Galilea. Il Regno dei cieli è una striscia di terra di poveri, perseguitati, costruttori di pace, miti; e chi nella vita ha incontrato persone appartenenti a queste categorie, sa che hanno in comune la piccolezza, che è un insieme di povertà, umiltà, semplicità, e soprattutto di accoglienza mansueta della vita, degli altri, dello spirito.

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Se guardiamo la storia delle comunità, dei movimenti e dei carismi, ci accorgiamo che all’inizio tutto parla solo di semplicità, di essenzialità, di piccolezza. C’era «soltanto una voce», poche persone chiamate per nome, e la sensazione di essere un infinitamente piccolo ma capace di dialogare con l’infinito, di respirare l’eterno. Quella piccolezza attrae, converte, conquista, perché tutto dice solo gratuità, purezza, candore spirituale, davanti ai quali è impossibile opporre resistenza. E così la comunità cresce e si espande, in alcuni casi la crescita può essere davvero sbalorditiva. Chi nella vita ha ricevuto il dono di partecipare alla nascita di una esperienza carismatica, ha vissuto una delle realtà più rare e straordinarie sulla terra.

Questa grande e rapida crescita si esprime innanzitutto nel numero delle persone, che aderiscono perché si riconoscono intimamente in quella comunità, la sentono come parte essenziale del proprio stare al mondo. Poi presto arrivano anche donazioni, case, terreni, denaro, eredità e benefattori che sinceramente donano beni, a volte anche molti, perché convinti di star servendo la causa più nobile. All’origine dei patrimoni immobiliari di molti monasteri e conventi ci sono anche queste dinamiche, sebbene ieri assumessero note antropologiche e sociali diverse.

Questa crescita plurale all’inizio viene percepita come forte segnale di benedizione. I beni vengono accolti per ‘dare gloria a Dio’, e nessuno dubita che queste ricchezze sopravvenute possano inquinare la bellezza spirituale della comunità e del carisma; anche perché, sempre all’inizio, le donazioni sono direttamente funzionali alla missione: le case e i soldi servono, non vengono accumulati ma utilizzati per i bisogni concreti. Si resta quindi poveri, pur in mezzo a molti beni.

Ad un certo punto, però, in genere dopo alcuni decenni dalla fondazione (o dalla rifondazione), emergono nuovi problemi legati a questa ricchezza. Il primo dipende da uno specifico effetto di ‘sfasamento intertemporale’. Con il passare degli anni, i frutti e la provvidenza di oggi discendono dalla vita di ieri. Esiste cioè un ‘gap temporale’ tra vita e frutti, qualcosa di simile a quanto accade alle stelle del firmamento: alcune sono già morte ma per le migliaia di anni luce di distanza da noi, ci appaiono ancora lucenti, come fossero vive. Quindi, mentre nei primi tempi i beni e le donazioni di oggi arrivano per la vita di oggi, e quindi messi al servizio della missione, nei decenni successivi i beni possono continuare ad arrivare sebbene la vita comunitaria abbia iniziato a perdere smalto evangelico e profezia. Questa provvidenza temporalmente ‘sfasata’ confonde, perché i responsabili la interpretano come ‘approvazione’ dall’Alto del presente della comunità, e sottostimano che i frutti arrivano per la luce delle stelle di ieri. Quindi, invece di fare un profondo discernimento sulle ragioni della diminuzione di vita carismatica, ci si inganna e illude perché ‘la provvidenza continua ad arrivare’ - e la crisi aumenta, proprio ‘grazie’ ai beni che sono ormai diventati una rendita (decrescente) della vita di ieri, non più un reddito guadagnato oggi.

C’è, poi, un secondo fenomeno, ancora più complesso e pericoloso, perché porta spesso all’estinzione delle comunità.

Arriva un giorno quando le ricchezze e la grandezza generano un nuovo pensiero: che la grandezza e i frutti copiosi siano in sé stessi mezzo di apostolato e di missione. Mentre all’inizio si rifuggiva da ogni coltivazione del successo e della visibilità (anche mediatica), col tempo qualcuno (non di rado i responsabili) inizia invece a pensare che essendo quei molti beni benedizione divina, è bene mostrarli e accrescerli per aumentare la credibilità, la forza, la leadership, la missione del carisma. E così, non solo non si rifiutano donazioni e provvidenze (a volta di dubbia etica), ma si fa di tutto per accrescerli, convinti - magari in buona fede - che quella ricchezza dia ‘gloria a Dio’. Quando questo pensiero di grandezza come mezzo di apostolato diventa dominante, arriva puntuale l’altro giorno dell’inizio del declino, che diventa veloce e inarrestabile. Si dimentica la piccolezza del vangelo, ci si allontana dalla polvere della strada, e giorno dopo giorno ci si ritrova qualcosa di molto, troppo diverso dall’origine.

Ci sarebbero, in realtà, dei segnali da interpretare. Il primo consiste nel non voler vedere, da parte dei dirigenti, i dati che parlano di crisi e di diminuzione, che vengono nascosti o negati, insieme alle critiche e alle note discordanti. Altro segnale inequivocabile è la disistima per le ‘attività a basso impatto’, quelle cioè che non fanno la differenza nei media, nell’opinione pubblica, nei leaders - ‘perché stare due ore con questa persona, quando durante questo tempo potrei fare un post o scrivere un articolo?’. Si svalutano quindi quelle azioni (e quelle persone) che continuano a ‘perder tempo’ nell’ascolto delle persone, quelle attività nascoste che nessuno vede e soprattutto che nessuno racconta (fino a raggiungere anche la preghiera), e si concentra tutto lo sforzo sull’impatto dei leader. Dimenticandosi, tra l’altro, che quelle attività relazionali ‘a basso impatto’ erano state proprio quelle che avevano fatto nascere e diffondere la comunità, che avevano attratto quella ricchezza e quei benefattori di oggi. Inoltre, una volta che la comunità è diventata ‘grande’, non attrae più vocazioni genuine e seleziona le vocazioni sbagliate, dando vita ad un effetto a tenaglia fatale.

Questi tracciatori di declino sono ‘segnali deboli’ e sotto-traccia, quindi non sono facilmente individuabili anche perché vengono emanati nel momento del massimo sviluppo (numerico, economico, di visibilità…) della comunità - è la cosiddetta sindrome del ‘tramonto dentro il mezzodì’ -, e chi li evidenzia viene subito zittito come stonato pessimista e disfattista.
La Bibbia conosce queste sindromi.

Salomone era stato, in gioventù, il re più saggio e sapiente. Grazie anche ai suoi talenti, la sua ricchezza e il suo regno crebbero molto; l’Arca dell’alleanza divenne troppo piccola per contenere ‘la gloria di Dio’. E così costruì prima il grande tempio, e dopo la sua Reggia, grande due volte il tempio. Finì per perdere la sua sapienza, e quando fu vecchio seguì «altri dèi e il suo cuore non restò integro con il Signore» (1 Re 11,4). Salomone si smarrì, quella grande ricchezza generata dal suo carisma divenne un giorno la sua maledizione. Non capì che avrebbe solo dovuto smontare la reggia, poi il tempio, e tornare alla voce nuda e povera. Perché una volta diventati ricchi e grandi, tornare piccoli è impossibile, a meno che non arrivi qualcosa di decisivo da fuori: una grande crisi, una morte che prepara una possibile resurrezione, che può raggiungerci se un ‘resto fedele’, se almeno una persona, ha continuato a restare piccolo, ad attendere, sperare, credere, pregare.

2/continua

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Economia e Carismi/2 - Che cosa succede quando comunità e movimenti crescono in beni e proprietà? C’è il rischio che il mezzo diventi fine. E si perda la piccolezza che è fondamento dell’umanesimo biblico ed evangelico. È la “sindrome di Salomone”

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 14/06/2026

L’umanesimo biblico ed evangelico è centrato sulla piccolezza. Abele, Davide, Rut, la sottile voce di silenzio, Nazareth, Maria, il piccolo gregge, il granello di senape, la samaritana, i cinque pani e i due pesci del ragazzo di Galilea. Il Regno dei cieli è una striscia di terra di poveri, perseguitati, costruttori di pace, miti; e chi nella vita ha incontrato persone appartenenti a queste categorie, sa che hanno in comune la piccolezza, che è un insieme di povertà, umiltà, semplicità, e soprattutto di accoglienza mansueta della vita, degli altri, dello spirito.

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Se ricchezza, grandezza e successo offuscano il carisma delle origini

Se ricchezza, grandezza e successo offuscano il carisma delle origini

Economia e Carismi/2 - Che cosa succede quando comunità e movimenti crescono in beni e proprietà? C’è il rischio che il mezzo diventi fine. E si perda la piccolezza che è fondamento dell’umanesimo biblico ed evangelico. È la “sindrome di Salomone” di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 14/06/2...
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Economia e Carismi/1 - Inizia oggi una nuova serie sulle dimensioni economico teologiche delle comunità religiose, in particolare quelle monastiche. Un itinerario alla scoperta del valore di denaro e contratti nella vita spirituale

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 31/05/2026

Il più antico testo in italiano volgare, il ‘Placito Capuano’ (circa 960), contiene la parola ‘San Benedetto’: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti». Il manoscritto parla di una controversia sulle terre del Monastero di Montecassino.

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Non è un caso che quel contratto menzioni San Benedetto, perché i contratti e le terre sono parte essenziale del suo carisma, espressione del suo ‘ora et labora’. I monasteri benedettini sono stati, in Occidente, tra le prime comunità carismatiche cristiane, che se da una parte riprendevano tradizioni antiche (si pensi agli Esseni), dall’altra presentavano importanti novità legate a Cristo e al suo vangelo. Dobbiamo tenere presente - ci torneremo - che quando si usa la parola ‘carisma’ per narrare la grande tradizione monastica, questa assume un significato in parte e significativamente diverso dalla stessa parola (carisma) usata per intendere movimenti e comunità più recenti chiaramente legate ad un fondatore carismatico. Nella fondazione dei monasteri il ‘leader’ non era, infatti, l’abate fondatore, ma la regola. Il non dipendere dalla personalità di un fondatore carismatico, è anche un segreto della longevità dei monasteri medioevali europei - uno studio dell’economista svizzero Bruno Frey e colleghi su 134 monasteri del Nord Europa, riportava una loro durata media di circa 600 anni (The corporate governance of Benedictine abbeys, 2010).

Quel ‘labora’, allora, non è solo una faccenda pratica e contingente di comunità composte da molte persone che dovevano lavorare per vivere. No: il lavoro e l’economia sono parte del DNA dei carismi cristiani. Francesco ha definito il suo carisma anche in rapporto al denaro, ma voleva che i suoi frati, se possibile, lavorassero; e anche le monache di clausura hanno sempre lavorato e continuano a lavorare, e quando hanno smesso di farlo, per pensarsi come pure addette del sacro, sono entrate in profonda crisi.

Cerchiamo, allora, di iniziare ad esplorare alcune delle caratteristiche dell’economia dei carismi, esercizi che faremo in cinque domeniche (a cadenza quindicinale), per riflettere sulla ricchezza, sugli immobili, sulla governance e sulla povertà delle persone e delle comunità (incluso il senso del ‘voto’), per provare a capire le sfide delle cose nuove della Chiesa e della nostra magnifica umanità.

Il primo dato di partenza è una evidenza ovvia: c’è molta economia nella vita delle comunità spirituali e carismatiche. Monaci e frati sono stati, con le loro pratiche e con il loro pensiero, all’origine della stessa economia di mercato, che dunque è nata da uno spirito cristiano, e oggi dovremmo chiederci tutti, credenti e no, se sarà possibile ancora lavorare, fare imprese e produrre senza uno ‘spirito’ - l’IA può fare molte cose per la nostra economia, ma non può darci lo spirito.

Il monachesimo e le comunità cristiane hanno imparato l’importanza della presenza dell’economia dall’Antico e dal Nuovo Testamento, che usano il linguaggio economico per parlare dell’Alleanza e dei sacrifici a Dio; e quando il discorso nella Bibbia diventa particolarmente solenne e importante, troviamo denaro e contratti. Si pensi all’acquisto di Geremia del campo di Anatot (Ger 32), al contratto tra Abramo e gli Ittiti per l’acquisto della tomba per sua moglie Sara (Gen 23), o ai trenta denari di Giuda. Il contratto e l’economia diventano il linguaggio necessario nei momenti decisivi della vita, come nell’acquisto profetico di un campo per dire ‘torneremo dall’esilio’ e avremo ancora lavoro, figli, felicità; o per solennizzare la sepoltura di una moglie, madre del nuovo popolo dell’Alleanza. Nella Bibbia, poi, alcune chiamate decisive avvengono mentre le persone stanno lavorando. Eliseo, Mosè, Rut, i primi apostoli. È questa la grande laicità della fede biblica, che ha un’idea talmente grande e degna dell’uomo da farlo dialogare con gli angeli nei campi, nei laboratori, nelle botteghe.
Noi abbiamo perso questa laicità, dentro e fuori la Chiesa, dentro e fuori le comunità cristiane. Perché crediamo che le parole e i gesti dell’economia, del lavoro e dei contratti siano troppo umani e ordinari per trovarci parole e messaggi profetici; e perché, pensiamo, che gli unici atti e parole degni di Dio devono essere quelli compiuti dentro il tempio, durante i culti e le liturgie. E così continuiamo a raccontare un Dio sempre più distante dalla vita vera della gente, dal Vangelo e dalla Bibbia.

Oggi la vita delle comunità spirituali cristiane è sotto pressione in molti ambiti, e alcuni osservatori, attenti ma forse cinici, hanno già proclamato la fine dell’età dei carismi nella Chiesa.

Questa nuova crisi si manifesta anche, e spesso in primis, nell’ambito economico-finanziario, come carenza di denaro, di fidi bancari, di mutui, di immobili pigri o vuoti che si vorrebbero vendere senza trovare acquirenti (o acquirenti degni della storia del carisma). Perché l’economia è il segnale che rivela crisi più profonde: di giovani, di vocazioni, di senso del carisma, della vita comunitaria, di Dio, o del significato di essere poveri per scelta in un mondo pieno da poveri non per scelta. E davanti a crisi economiche che diventano sempre più difficili da capire e da spiegare, data la complessità del linguaggio, si finisce o per non volerla guardare, o per affidarne la gestione al solo economo, o, peggio, ai soli consulenti esterni che, con le loro fatture, aumentano certamente la crisi economica, senza alcuna garanzia di soluzione. Perché questa non si trova sul piano economico-finanziario, lo sappiamo, lo stiamo imparando; ma, e questo è il punto chiave, la sostenibilità non si trova senza guardare con attenzione, cura e stima i bilanci e i mutui. Ora et labora.

Se il Dio biblico ha voluto rivelarsi scegliendo l’economia e il lavoro come sue parole, se la Parola di Dio è anche parola di contratti e di denaro, allora quello stesso Dio continua a parlarci ogni giorno ricorrendo anche al linguaggio dell’economia e della finanza.

Dobbiamo quindi imparare a leggere i bilanci come si leggono le Scritture: non sono la stessa cosa, ma hanno lo stesso valore, la stessa dignità e lo stesso senso spirituale. Esiste una vera ‘mistica del bilancio d’esercizio’, che ci perdiamo quando consideriamo l’economia un linguaggio troppo basso, e lo declassiamo a tecnica per soli ragionieri.
Il linguaggio dei numeri, dei ratei e degli interessi, conferisce invece serietà e dignità ai nostri discorsi, alla nostra missione, alla nostra credibilità carismatica, anche, e soprattutto, quando i numeri dicono crisi e fragilità. E quando, per le più varie ragioni (vendita di immobili, rendite…), l’economia funziona mentre tutto il resto funziona poco (vocazioni, vita evangelica e missionaria …), la domanda ‘carismatica’ sull’economia diventa ancora più urgente. Perché, nei carismi, la ricchezza è più problematica della povertà, in quanto può produrre un effetto cortina, illuderci e impedirci di vedere le crisi delle altre dimensioni del carisma. Va presa molto sul serio l’economia che ‘va male’, ma va presa ancora più sul serio l’economia che ‘va bene’ se non è accompagnata dalla salute carismatica complessiva della comunità.

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La mistica del bilancio d’esercizio

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Economia e Carismi/1 - Inizia oggi una nuova serie sulle dimensioni economico teologiche delle comunità religiose, in particolare quelle monastiche. Un itinerario alla scoperta del valore di denaro e contratti nella vita spirituale di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 31/05/2026 Il più anti...