Il volontariato non è il limoncello ma il come si sta a tavola

Il volontariato non è il limoncello ma il come si sta a tavola

La trascrizione di un recente intervento di Luigino Bruni al Comitato editoriale di Vita.

di Luigino Bruni

Pubblicato su Vita il 28/07/2021

La crisi del Covid ha fatto capire meglio alcune cose sul volontariato. Ha fatto capire soprattutto che cosa è la cura, che cosa è questo bene maltrattato, malpagato, questo bene non stimato in quanto bene relazionale che è la cura. Anche se il volontariato non è solo cura ed è anche altre cose, però ciò che ha in comune la cura con il volontariato è questa insufficiente stima sociale perché tutto ciò che ha a che fare con le mani, con il prendersi cura degli altri, con la gratuità è stato per troppo tempo qualcosa non considerato, non guardato come qualcosa di serio per la vita economia, per la vita politica.

Il volontariato non è il limoncello ma il come si sta a tavola

A volte noi diciamo, usando una metafora che magari aiuta, che il volontariato è un po’ come il limoncello durante la cena, cioè dopo il primo il secondo, il contorno la frutta se c’è viene il limoncello, se non c’è si mangia lo stesso. Insomma, qualcosa di non essenziale, qualcosa per le anime belle, qualcosa che fanno le persone particolarmente motivate, però in fondo è un lusso che ti puoi permettere quando sei in pensione, quando hai tempo ma non è qualcosa di essenziale. Questo è un antico problema, la carità dà il di più, il di più che poi diventa non necessario e finisce con il diventare superfluo.

Quindi il volontariato oggi deve lavorare culturalmente – già lo fate ma bisogna insistere - non rivendicando, ma dicendo, mostrando, facendo vedere che non è il limoncello ma è il pranzo. È il come si sta a tavola. Chi mangia e chi non mangia, come si distribuisce il cibo, come devono essere i rapporti mentre si mangia. Ecco perché l’arte della gratuità non è l’arte delle cose gratis, è l’arte del vivere, è l’arte dell’eccedenza necessaria per poter vivere bene insieme.

Quindi, la disistima per la cura, considerata in passato faccenda di schiavi, di servi e poi di donne per tanti secoli costrette a occuparsi di cura ha accomunato, ha portato con sé anche una disistima per il volontariato che è una cosa che non si addice alle persone serie che hanno da fare. Quindi, se noi non lavoriamo lì, su questo punto, il volontariato come bene primario della vita in comune, come qualcosa che quando manca è come l’aria, finché c’è non te ne accorgi, ma quando ti ammali capisci cosa è. Il volontariato va rivisto e considerato molto dal punto di vista proprio culturale, antropologico, sociale.

Il Volontariato è un asset non un lusso

Secondo punto. Mi è piaciuta molto questa vostra proposta di chiamarlo patrimonio, capisco meno perché avete aggiunto immateriale perché non c’è nulla di più materiale di un gesto volontario. Mi piace molto perché innanzitutto il volontariato è un patrimonio. Patrimonio voi sapete viene da “patres munus” che vuol dire il “dono dei padri”. Il patrimonio tu lo ricevi, lo erediti, noi oggi stiamo consumando virtù civili delle generazioni precedenti essenzialmente. Il volontariato ha bisogno di un patrimonio di virtù civili che noi oggi stiamo consumando e non siamo capaci di generare a nostra volta. Oggi noi siamo in debito di virtù civili, ne stiamo consumando tante che sono state prodotte dalla generazione dei miei genitori, ma ne stiamo generando poche. Quindi è un dono dei padri essenzialmente, uno stock di una collettività che ci precede. È un patrimonio, un asset non è un lusso. È qualcosa che assomiglia molto a un edificio, assomiglia molto a un giacimento di diamanti, di petrolio, cioè ha a che fare con gli asset non ha a che fare con il flusso di reddito annuale, non è il Pil è molto più simile a un edificio, a una chiesa, a una cattedrale. Quindi sono faccende immobili, non nel senso che non si muovono, ma nel senso che sono più grandi dei flussi annuali del Pil e delle corse del nostro tempo. Ecco perché funziona l’analogia con il patrimonio, il patrimonio dell’umanità come un parco di una montagna, o una cattedrale. Come tutti i patrimoni ha radici localizzate in un posto preciso, quindi non è un bene generico, non è un qualcosa di vago. Ha identità precise, ha nomi e cognomi , spesso anche tradizioni culturali precise, questo non gli impedisce di essere un bene comune e universale. Le radici non gli impediscono di essere un bene di tutti, anzi a volte noi tendiamo a contrapporre ciò che ha radici col bene comune che sembra qualcosa che non deve essere legato troppo a un territorio a una storia. No, il volontariato è come una chiesa ben ferma nel territorio, con un’entità locale eppure non c’è niente di più universale. Come Notre Dame e lo abbiamo visto quando si è incendiata, o del Duomo di Milano. Quindi anche qui il volontariato ha radici ma è un bene comune.

Un patrimonio deve essere curato, accudito

Terzo passaggio, il bene comune come tutti noi sappiamo dalla teoria economica che è un bene che ha una sua storia, una sua identità e una sua radice che però produce quelle che in economia si chiamano esternalità. Cioè ha effetti di bene pubblico, cioè il suo beneficio va molto al di là dei suoi utilizzatori. Il primo bene comune che conosciamo tutti è un bambino che sicuramente è dei genitori ma far crescere un figlio va molto oltre come benefici dei benefici della famiglia dove cresce, così ogni bene comune è un bene privato cosiddetto con esternalità pubbliche. Cosa vuol dire? Che beneficiano di quel patrimonio molte più persone di quelle che lo creano e di quelle che lo alimentano. Ma, secondo elemento del bene comune è la ben nota tragedia dei beni comuni, cioè che i beni comuni non accuditi si distruggono. E questo ce lo ha raccontato in tanti modi la Ostrom, ce lo hanno raccontato tutti . Cioè il bene comune che non ha un sufficiente accadimento collettivo tende a distruggersi per incuria. Noi oggi dobbiamo saperlo: questo patrimonio, come tutti i patrimoni se lo lasci incustodito viene riassorbito dal bosco e viene mangiato dall’incuria. Oggi c’è un rischio di una tragedia dei beni comuni che il volontariato non visto, non stimato, non valorizzato, non accudito, può distruggersi come tutti i beni comuni. Tutti coloro che hanno a che fare con un bene, un immobile che è un bene comune, una chiesa, un parco sa benissimo che quel bene comune vive nella misura in cui una comunità lo accudisce e se ne prende cura. Senza questa cura i patrimoni non vivono da soli anzi si distruggono, si autodistruggono in un collasso.

Il volontariato è come una trota

Infine, il bene comune secondo me, assomiglia a una fiera, una fiera di quelle che si fanno ancora oggi nei vari settori, del mobile o altro, che si facevano già nel medioevo, che sono grandi eventi popolari, feste per tutti. Perché è una fiera? Perché tu vedi concentrato in un luogo prodotti, beni, merci che sono però presenti nel quotidiano anche quando finisce la fiera. Cosa voglio dire? Il volontariato non è qualcosa che ti dice qui c’è tutta la gratuità della città, l’abbiamo messa qui dentro per toglierla dalle piazze, dalle case e dalle imprese. No. Ciò che tu vedi oggi del volontariato in modo concentrato e forte è una risorsa che serve a tutti, a tutte le imprese non solo al volontariato in sé. Il volontariato non toglie la gratuità dalla normalità della vita per metterla tutta insieme in un luogo ma ti ricorda, ti fa vedere in modo forte ciò che ti serve tutti i giorni nella vita di tutti i giorni nelle imprese e nelle organizzazioni.

Il volontariato ha anche un’ulteriore funzione nella vita che è quella delle trote. Io sono un ex pescatore e le trote indicano che l’acqua è pulita, quando in un fiume ci sono le trote l’acqua è pulita, quando vanno via le trote l’acqua si è sporcata. Finché un’organizzazione, una società, un movimento ha volontari ti dice che l’acqua è pulita cioè che c’è gratuità, che la gente va lì perché sente pulizia di valori, vale la pena andarci, quando i volontari vanno via da un’organizzazione, da una comunità da una realtà è perché l’acqua si è sporcata, quindi l’assenza di volontariato è il primo indicatore che deve far riflettere una comunità che sta perdendo gratuità, che sta perdendo virtù civili e deve lavorare per riattrarli, deve purificare l’acqua perché possano tornare le trote.


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