Tornare alla sintesi

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Commenti -  L’economia non è tutto (e non basta), serve la buona e civile politica

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 09/09/2012

logo_avvenireAnche la politica sta vivendo una lunga stagione di profondo disagio, a molti livelli. Un primo livello di disagio è quello che vive un’intera generazione di politici nata e cresciuta nella stagione delle grandi ideologie, con i suoi linguaggi, simboli, liturgie, che oggi si ritrova a operare in un mondo post-ideologico e disincantato, troppo diverso per comprendere le loro parole, che non sono più capaci di dire quei contenuti dai quali erano state plasmate.

Questo primo disagio della politica – una parola che, questa volta, può essere usata senza ulteriori qualificazioni – ci dice già una cosa importante: non basta mandare in pensione (il triste verbo "rottamare" usiamolo per le macchine) l’attuale classe dirigente, perché se non diamo vita a nuovi linguaggi, riti e simboli politici il rischio di ritrovarci dopo i pensionamenti con un rimedio peggiore del male è davvero molto grande, poiché avremo con ogni probabilità nuovi politici con gli stessi difetti degli attuali, e probabilmente senza la formazione che davano le antiche scuole ideologiche di partito e i tradizionali luoghi vitali. E potremmo continuare, con altri tipi di disagio, fino ad arrivare ai più noti e sotto gli occhi di tutti (corruzione, rendite di posizione, etc.).

Ma c’è un malessere più radicale, e che alla base di buona parte dello sbandamento e della sofferenza che la politica (e con essa la società tutta) sta attraversando. È questo un problema centrale, di cui misteriosamente si parla troppo poco, forse perché distratti dai disagi e mali più superficiali di cui sono piene le cronache. La politica, il politico, soffre anche, e a mio avviso soprattutto, perché non è più capace di fare sintesi, di offrire una lettura del mondo e della storia del nostro tempo.

E ciò dipende in larga misura dall’economia e dalla finanza, che sono sempre più pervasive e cruciali nella vita della gente e nelle scelte politiche, ma che sono diventate sempre meno comprensibili, date la loro complessità e radicale novità rispetto a soli pochi decenni fa. Per millenni la funzione della politica era soprattutto quella di offrire una visione sintetica dei problemi del proprio tempo per poter così agire e indicare direzioni di bene comune. Nel Novecento, per svolgere questa funzione era sufficiente conoscere il linguaggio filosofico, avere basi di diritto, di scienze politiche e anche di economia, la quale nella sua parte essenziale e utile per fare buona politica era tutto sommato semplice: leggere Smith, Marx e Keynes era sufficiente per essere un buon politico. E, infatti, la politica aveva familiarità con queste discipline e con questi autori, e quindi sapeva offrire sintesi, sapeva raccontare storie e grandi narrazioni, indicare direzioni, e sapeva così passare dal molteplice all’uno.

Oggi la vocazione della politica e del politico non è cambiata, ma ci sono elementi del "molteplice" che la politica non capisce più, perché sono diventate incomprensibili le leggi (ma ci sono?) che governano economia, finanza, mercati, spread. E tutto ciò provoca una vera sofferenza perché non è in discussione un discorso o intervista più o meno riusciti, ma l’identità stessa del mestiere del politico, la sua vocazione. E così sentiamo dire che quello attuale non è "il vero valore dello spread", o che i mercati finanziari ci stanno "ingiustamente" attaccando, perché questi politici hanno in mente il concetto classico del ’giusto prezzo’ che purtroppo non ha più diritto di cittadinanza nell’era degli hedge fund e dei derivati, dove parole come "giusto" e "vero" non hanno semplicemente più senso. Sono due le vie di fuga da questo profondo disagio. La prima è esperienza comune a molti Paesi europei, dove si affida tutta la politica a chi conosce il linguaggio del particolare economico-finanziario diventato esoterico e incomprensibile: tecnici, finanzieri ed economisti a cui si appalta la funzione politica. Rischiando così seriamente di dimenticare – e questo è l’errore fatale – che l’economico è sempre soltanto una dimensione della vita politica; è sempre frammento, molteplice, non è mai l’uno che è chiesto alla politica.

Si fa così del particolare il tutto, senza tener presente gli altri particolari (semplicemente perché anche chi conosce il linguaggio dell’economia non conosce gli altri linguaggi necessari per la sintesi politica). Ma così si rischia di far morire la politica e con essa la democrazia, se l’economico non si trascende e umilmente si mette all’ascolto di altri linguaggi particolari, poiché il bene economico non è mai direttamente bene comune. «Un economista che è solo economista è un cattivo economista», amavano ripetere molti dei migliori economisti del passato, tra cui Luigi Einaudi, grande economista, che fu anche ottimo politico proprio perché più grande della sola economia.

La seconda via di fuga è stata e continua a essere una fuga nel senso letterale del termine: in questa fase di smarrimento, troppi cittadini – molti di loro cattolici impegnati – che avrebbero una vocazione politica, negli ultimi anni l’hanno abbandonata per dedicarsi ad altre forme di servizio, soprattutto nell’ambito civile, dell’economia sociale, del volontariato, in quello che una volta si chiamava il "pre-politico" e che invece è diventato troppo spesso un "post-politica". Oggi l’Italia, anche per la sua storia millenaria fecondata da tanti carismi, ha nel civile una ricchezza umana ed economica formidabile. Se vogliamo che la fase che si sta aprendo sia veramente l’inizio di qualcosa di nuovo, occorre allora liberare queste forze presenti nel civile, saperle accogliere e valorizzare.

Qualcosa accenna a muoversi finalmente in questa direzione, qualcosa comincia ad accadere. Occorre capire l’urgenza storica, far sì che questo processo si rafforzi. Bisogna che ci si possa innamorare o ri-innamorare della politica e sentire che è possibile "farla", perché senza una nuova politica, senza politiche e politici nuovi da queste crisi potremo uscire solo peggiori. Se invece sapremo propiziare e fare qualcosa di simile a quanto si realizzò nel secondo dopoguerra del Novecento, quando dalla parte migliore della società vennero forze ideali e spirituali capaci di rifondare Italia e Europa, allora da questo duro inverno potrà sbocciare una nuova primavera politica, economica e civile.

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