La grammatica del (per)dono

La grammatica del (per)dono

Radici di futuro/3 - Ci sono libri che dicono tutto sulla vita e ci insegnano cos’è l’agape

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 17/09/2022

I miserabili di Victor Hugo contengono anche un grande insegnamento sull’agape come cura della miseria. A partire dall’incontro tra Valjean e il vescovo Myriel

Dio ci fa innocenti con lo sguardo, alcuni scrittori con la penna dell’anima. E l'arte è la via invisibile tra il Golgota e il sepolcro vuoto

Ci sono alcuni libri, e sono pochissimi, che sono capaci di dire da soli tutto ciò che si deve dire sulla giustizia, sul dolore morale, sulla vita. Sono figli, come tutti, del loro tempo e del loro luogo, eppure possiedono il privilegio quasi divino dell’eternità. I loro personaggi sono più contemporanei dei nostri colleghi, sono amici e parenti: siamo noi, sono la parte più vera del nostro cuore. Mentre scorrono le pagine di questi libri e di queste poesie, noi rileggiamo la nostra vita, si illuminano angoli invisibili o nascosti, quelle parole riescono a dire il dolore indicibile. Leggiamo le storie dei personaggi e quelle storie ci leggono e ci svelano l’anima dell’anima.

I Miserabili di Victor Hugo è uno di questi libri. Il suo protagonista principale è Jean Valjean. Il romanzo si apre però con un vescovo, monsignor Myriel, cui sono dedicate pagine tra le più belle e intense della storia della letteratura. Pagine che toccano, commuovono, convertono.

Siamo nel 1815 - lo stesso anno dell’inizio della storia dell’altro capolavoro francese: Il conte di Montecristo. Incontriamo un vescovo, ormai anziano, che in gioventù era stato figlio di un aristocratico. La Rivoluzione segnò la sua rovina economica e sociale. Dovette emigrare in Italia con la sua giovane moglie, che morirà durante quell’esilio. Questo fallimento dei progetti della giovinezza produsse una svolta: il sacerdozio. Il vescovo ci viene presentato come l’icona del Vangelo vissuto. Appena nominato dona la sua grande residenza episcopale all’ospedale di Digne, poi ci viene descritto il suo bilancio personale tutto speso per i poveri. Quindi lo vediamo spostarsi a dorso d’asino, mai in carrozza.

Alla casa di questo vescovo, una sera d’inverno venne a bussare il vagabondo Jean Valjean, appena uscito dal carcere. Era stato rilasciato dopo diciannove anni di galera. Vi era finito perché rimasto senza lavoro (era potatore): disperato per la fame dei sette bambini di sua sorella vedova finì per rubare una pagnotta da un fornaio: «Vi era entrato cupo, ne uscì disperato». Hugo ci spiega le ragioni di questa disperazione. Nella prigione, «la luce naturale era accesa in lui», e «la sventura, che ha la sua luce», l’aveva accresciuta. In quella luce sventurata Jean Valjean divenne «tribunale a sé stesso», e «riconobbe di non essere un innocente ingiustamente punito». Quel pane l’aveva rubato davvero, non aveva saputo sopportare la fame, non aveva saputo aspettare – pensava mentre era in catene. Ma poi pensò anche: «Solo lui aveva avuto torto nella sua fatale storia?». E rispose di no. Capì che anche la società aveva la sua colpa, nel fargli perdere prima il lavoro, poi nel ridurre alla fame lui e i suoi nipotini, e infine nel tenerlo in carcere diciannove anni per aver rubato una pagnotta di pane. E così «giudicò la società e la condannò: la condannò al suo odio». Dichiarò a sé stesso «che non c’era equilibrio tra il danno da lui causato e il danno causato a lui». Quindi «Jean Valjean si sentiva indignato».

I miserabili è anche una grande riflessione sull’innocenza degli esseri umani. Anche se Jean Valjean riconosce le sue colpe, noi sentiamo che è innocente. Perché l’innocenza che conta non è l’assenza di colpe né l’innocuità (lo vedremo tra poco): se fosse questo nessuna persona sarebbe innocente. L’innocenza di questo romanzo, profondamente biblica ed evangelica, ha invece a che fare con la purezza del cuore, con la sincerità, con l’onestà verso sé stessi e verso gli altri. Jean Valjean «non era d’indole cattiva. Era ancora buono quando giunse in galera». E lo scrittore si chiede: «L’uomo creato buono da Dio può diventare cattivo per opera dell’uomo?»; può la cattiveria degli altri e propria «cancellare la parola che il dito di Dio scrive sulla fronte di ogni uomo: Speranza»? La risposta di Hugo è un chiaro: "no". Questa innocenza profonda la giustizia non la vede, neanche noi riusciamo a vederla negli altri e in noi stessi. È l’innocenza del figliol prodigo, quella di Giobbe: è l’innocenza che vede Dio, quella che deve vedere almeno Dio. L’immagine di Dio, la vocazione all’amore e alla relazione, resta viva e operante nelle nostre midolla nonostante il gesto di Caino. Lo sguardo dello scrittore, mentre raggiunge le vittime della sua storia, le tocca con la penna dell’anima e toccandole le innocentizza. L’arte è la strada invisibile che conduce le vittime dal Golgota al sepolcro vuoto. La Bibbia ci dice che Dio, guardandoci e toccandoci nella nostra miseria, ci fa innocenti con il suo sguardo, dal primo respiro all’ultimo, quando tra le braccia dell’angelo della morte sentiremo la stessa innocenza con la quale venimmo al mondo.

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